giovedì 21 giugno 2012

Funerali di Chiara Corbella Petrillo - 16 giugno 2012 - Omelia di padre Vito Amato

Il testo risulta dalla semplice trascrizione dell’omelia rintracciabile sul sito Gloria.tv all’indirizzo: http://www.gloria.tv/?media=301985 
Sono state eseguite minime revisioni per rendere migliore la comprensione al lettore. Il testo non è stato rivisto dall’autore. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito o sulla pagina di Facebook non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.


TRASCRIZIONE DELL’OMELIA DI PADRE VITO AMATO AI FUNERALI DI CHIARA CORBELLA PETRILLO
Una proposta: vivere da figli di Dio perché così non si muore mai


Le presentazioni - Facciamo un po’ di presentazioni. E’ qui tra noi, come segno davvero di una presenza materna e affettuosa della Chiesa di Roma, sua Eminenza il Cardinal Vallini. Ha saputo di Chiara ed Enrico, li ha incontrati personalmente, prima di sua santità il Papa, ed è rimasto credo molto colpito e affezionato ad Enrico e Chiara.

I canti – I canti che avete sentito e sentirete sono i  canti che Enrico ha composto man mano che le vicende del matrimonio tra lui Chiara si compivano. Man mano lui componeva dei canti.
Il canto che voi avete sentito all’inizio è il canto del matrimonio, dell’ingresso di Chiara, chi è stato  ad Assisi lo sa. E’ stato un momento mozzafiato. Sta suonando e cantando Enrico, il marito di Chiara, per chi non li conosce.

Tanti per condividere un fatto eccezionale -Poi ci stanno tanti sacerdoti, c’è Don Fabio, i frati di Assisi e poi ci sono io che sono lo spettatore di tutte queste vicende …che sono una meraviglia…  e che sono dolorante, ma anche tanto felice perché ho visto cose straordinarie fratelli miei.

Un mistero: vedere la vita eterna- Siamo davanti a delle cose…ad un mistero grande. Io questa mattina che cosa vi dico da questo ambone. Vi posso spiegare un mistero in dieci minuti? Mezz’ora? Non lo so. Non si può fare. Noi vi diciamo alcune cose. Quello che vi vogliamo testimoniare, io, gli amici, Enrico, i famigliari, quelli che sono stati vicino a noi, è che noi abbiamo visto la vita eterna. Come dice San Giovanni: “ Perché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo vista”.

La vita di Chiara ed Enrico - Vi faccio un po’ il riepilogo  degli episodi della vita di Chiara ed Enrico?
Allora nel 2008, il 21 settembre si sono sposati.  Chiara è rimasta più o meno subito in cinta e ha concepito un miracolo. Si chiamava Maria Grazia Letizia, che è una bambina anencefalica che è nata, è stata battezzata ed è  morta dopo mezz’ora.
Dopo poco Chiara ha concepito ancora, e ha concepito un bambino che si chiama Davide Giovanni. Questo bambino sembrava sano all’inizio, ma subito dopo non più, sembrava che non avesse più le gambe. Poi invece abbiamo scoperto che aveva delle malformazioni viscerali e anche le sue condizioni erano incompatibili con la vita. Ci dicevano così i medici. Anche lui, che è nato il 24 giugno del 2010,  è vissuto mezz’ora. Ha ricevuto il battesimo ed è andato filato in paradiso.
Poi qui in mezzo a noi c’è Francesco che è nato il 30 maggio del 2011, mentre Chiara era già attaccata da quello che lei chiamava il “drago”, usando un termine che usava il mio vescovo, don Tonino Bello, per definire il cancro. E’ stato così. Poi Chiara si è curata, dopo la nascita di Francesco, ma le cose non sono andate come si sperava e noi oggi siamo qui.

L’ultima notte di Chiara è stato il compimento di una preghiera - Noi siamo qui in questo clima di gioia, di festa, perché abbiamo visto quello che ha visto tanti anni fa un centurione.
C’era un centurione che aveva visto morire tanta gente. Ne aveva uccisi tanti, ne aveva fatti morire tanti. Però davanti ad un uomo crocefisso, vedendolo spirare in quel modo, vedendolo morire in quel modo, ha detto: “Questo uomo era veramente il figlio di Dio!”. E noi abbiamo visto questo. Abbiamo visto nel momento della morte di Chiara, un figlio di Dio. Abbiamo visto Gesù.
L’ultima notte di Chiara è stata una festa. E’ stato il compimento di una preghiera. Il vangelo che abbiamo letto oggi è il vangelo di quella messa lì, di quella notte lì che abbiamo celebrato il 12 giugno. Lei è morta la mattina, il 13 giugno. Quella sera è stata una meraviglia. E’ stato il compimento di una preghiera che Chiara aveva fatto al Signore. Quando a Chiara, il 4 aprile è stata data la sentenza definitiva, che diceva che ormai era una malata terminale, la medicina non poteva fare più nulla, allora lei ed Enrico sono tornati a casa e hanno salutato i familiari  e ovviamente avevamo tutti una faccia da funerale. E allora Chiara ha fatto questa preghiera al Signore, come faceva lei, molto semplicemente, e ha detto: “ A Signò!… Chiedimi tutto,…ma co’ ‘ste facce così, non gliela posso fa’!”  E il Signore questa preghiera che Chiara ha fatto l’ha compiuta il 12 giugno.
Il 12 giugno, prima della messa siamo stati un’oretta a parlare con Chiara, di cose profondissime, di cose bellissime e l’abbiamo fatto ridendo e chi ci faceva ridere era Chiara. Era disinibita, ironica, bella. Bella. Luminosa. E lei ha visto e vedeva noi e alla fine dell’eucarestia ha detto: “Che bello! Che bello! Vi voglio bene a tutti oggi…! Che bello…!”.  Sembrava Gesù in croce che diceva:”Tutto è compiuto!”. Ci vedeva veramente felici. Per noi il miracolo è… che noi…non abbiamo… visto morire una donna serena…, abbiamo visto morire una donna… felice!

Il vero miracolo: vivere con serenità questo momento - Chiara, quando ancora gli sollecitavano di chiedere il miracolo rispondeva: “Se anche il Signore mi guarisse e dovessi rendere la mia testimonianza, io non testimonierò come primo miracolo che Lui mi ha guarita. Io testimonierò che Lui mi ha fatto vivere in pace questo momento qui a me e a tutti voi”.
Fratelli miei, noi questo vi vogliamo testimoniare: “Gesù è vivo! E’ vivo!” e fa ancora fratelli, fa ancora figli di Dio, gente che vive in maniera straordinaria, eroica, avventurosa, bellissima.

Allora ho chiesto anche a uno delle pompe funebri. Quando è venuto a mettere nella bara Chiara era tutto incantato e ho detto: “Ma l’hai mai vista una morta così bella?” e lui mi ha detto:” Sinceramente no!”. E lì mi è sembrato il centurione. Ne ha visti tanti  di morti quest’uomo.

Essere il  “sale della terra” è vivere in modo straordinario - Dico che Chiara ed Enrico  sono stati veramente il sale della terra in questa vicenda. Vi dico alcuni episodi di come l’abbiamo vissuta noi. Dico il “sale della terra” perché hanno dato sapore alla terra, altrimenti che cosa è la nostra vita? Giusto il tempo che passa nel dire: “Polvere sei e polvere ritornerai”. Alla fine la vita può essere soltanto questo.  Può essere una maledizione ed invece Chiara ed Enrico hanno reso questo tempo da “polvere sei” a “polvere ritornerai” qualcosa di bellissimo, perché è stato salato  da una sapienza diversa.

Una sapienza diversa: di vite, ne esistono due - Molti di voi volevano venire a trovare Chiara, a trovare Enrico. Quando stavamo lontani, a noi ci pigliava un po’ d’angoscia, poi quando si ritornava da loro si ritrovava un po’ la pace. Perché? Perché noi, la loro situazione, la giudicavamo con i nostri criteri. Pensavamo a “…sta tragggedia… Oddio come se fa? Un figlio così piccolo…Ma perché tutte a loro? Ma dove sei Signore?” Un po’ quei criteri aglio, olio e peperoncino, che abbiamo preso  dalla nostra cultura, dalle nostre famiglie. Poi invece quando si arrivava da Enrico e Chiara si scopriva una sapienza diversa. Si scoprivano parole nuove. Cose mai udite. Dove sta scritto che la morte fa solo schifo? Dove sta scritto che avere un figlio handicappato o un handicap è una tragedia? Dove sta scritto che morire è brutto?
Sentivi un marito che diceva: “Ma se mia moglie sta andando verso chi la ama più di me, ma perché dovrei essere scontento?”. Sentivi cose nuove. E allora noi  si tornava a casa consolati. Si tornava a casa con un’altra pace. Quando si veniva da Chiara ed Enrico, si veniva a prendere, non si veniva a dare. Chi di voi c’è stato, lo sa! Sa di che sto parlando.
Chiara che diceva:”No… sono felice così mi posso prendere cura di Maria e di Davide..”  e ridendo diceva ”… lei, Maria, ha sempre mal di testa. Davide ha sempre la sindrome dell’arto fantasma”. Così. Chiara che diceva:”Qui mi vengono tutti a ricordare che devo morire. Mi sembra il film di Troisi –ricordati che devi morire”.

Io sono contento che ridiate perché è ancora il compimento di quella preghiera. Questa è la sapienza di Paolo, che ad ogni tribolazione corrisponde una consolazione.  Questa è la sapienza dei santi. Questa è la sapienza di Francesco che diceva:”Quello che mi sembrava amaro, in realtà era dolcezza, di anima e di corpo”.  Questo è quello che diceva Gesù, che esistono due vite e quando tu perdi la prima vita, ce ne è un’altra di vita, più bella, la vita nello spirito. Che non devi morire per sperimentarla. La vivi già oggi.

Quando abbiamo celebrato quella santa notte, non avevo molto tempo per fare l’omelia. Chiara stava molto male, ma era felicissima. Ha seguito attentissima ogni momento della messa. Mi ha atteso perché arrivavo da Cagliari ed era l’una di notte. Allora ho detto:” Chiara!... Qua Gesù dice -… Voi siete la luce del mondo e una luce non può rimanere nascosta, viene messa sul candelabro..-”. Ho detto:” Chiara ma la luce è Gesù?” Lei confermava. Annuiva con la testa. Poi le dicevo:”Chiara il candelabro quale è?” E lei ha detto:” Il candelabro è la croce”. E allora le ho detto:”Chiara, sei luminosa perché stai sul candelabro con Gesù”. E Chiara che prima magari si scherniva, in quel momento m’ha fatto un sorriso meraviglioso e anche lì mi ha confermato e ha detto:” Si, è così!”.

Vivere per amare - E allora io vi dico queste cose oggi, ve le voglio dire tutte, perché poi dobbiamo ricordarcele, dobbiamo dirle a Francesco (…) Chiara ha dato la vita a Francesco. Perché per lei è bellissimo vivere spendendo la vita per amore. E ha dato la vita perché lui potesse fare altrettanto. Potesse vivere così. Spendere la sua vita per altri. (…) Poi ci penserà la Madonna, la vergine e Chiara a custodire il cuore bello di Francesco. (…)

Il primo matrimonio é vivere con Gesù - Tutto questo, fratelli miei, è passato attraverso un dono che ci ha fatto la Chiesa. Tutto questo è passato attraverso il matrimonio di Enrico e Chiara. Chiara ha voluto fortemente due cose. Una delle due era che io celebrassi il suo funerale. Io penso semplicemente  perché io sapevo da che storia venivano. Erano due casi umani quando sono arrivati ad Assisi anche loro. E il Signore ha fatto una grazia enorme con il loro matrimonio. Chiara nella bara è vestita da sposa. Chi è venuto a visitarla l’ha vista. Perché? Perché Enrico e Maria Anselma, la mamma, hanno voluto così. Perché il vero matrimonio, il primo matrimonio che Chiara ha fatto, è stato con Gesù Cristo, il giorno del suo Battesimo.  E questo è passato anche attraverso il matrimonio con Enrico.  Enrico e Chiara erano coniugi. Avevano lo stesso giogo. Enrico e Chiara erano coniugi con Gesù Cristo.  Gesù dice:”Prendete il mio giogo sopra di voi”. Allora prendere il giogo con lui è stato entrare nella stessa missione di Gesù. Bellissima, che era quella di portare la bellezza nel mondo, di riscattare tutti i bambini non nati. Di far capire a tutto il mondo che i bambini che sono stati abortiti sono bambini bellissimi, capaci di generare vita e amore. Anche se non hanno il cervello, anche se non hanno gli arti. Un’avventura meravigliosa. E quando sono diventati coniugi con Gesù Cristo si sono alleati con un alleato potentissimo che gli ha fatto percorrere dei sentieri che noi non osiamo percorrere perché ci fanno paura. Ci sembrano troppo.

Enrico, mentre venivamo qui in macchina, aveva un cuore grato. Diceva:” Che meraviglia ci ha fatto vivere il Signore!” Io mi faccio portavoce. Enrico lo direbbe anche meglio. Enrico ha chiesto a Chiara poche ore prima che morisse:”A Chià, ma è davvero dolce ‘sto giogo?” E’ veramente dolce questa croce? E Chiara, poche ore prima di morire, stava molto male, ha detto, con un sorriso:”Si, molto dolce Enrì”.

La consolazione nella tribolazione. A Chiara io dicevo:”Chiara, ma tu fai finta di non soffrire? Facci vedere, per favore, anche quando stai male in modo tale che noi capiamo anche…” E Chiara mi diceva:” Ma io non mi sento male” Chiara soffriva, però allo stesso tempo, nelle cose grosse, il dolore era come sollevato.  Quando ha perso un occhio, alla fine, quando una metastasi ha colpito l’occhio, e non ci poteva vedere più, non gli è pesato niente. Quando partoriva, mi diceva che il parto non gli pesava per niente. Io ero lì e sentivo tutte le altre donne che urlavano come le matte.

Però a questo il Signore le ha portato piano piano, ma questo lo diciamo dopo.

Possiamo vivere senza alibi- Maria ci ha fatto capire che esiste la consolazione nella tribolazione. Che non abbiamo nessun motivo nella vita per lamentarci perché qualunque cosa ci accade, dentro contiene un dono grandissimo. Che viviamo normalmente negli alibi per non vivere veramente.

Maria ci ha fatto capire che esiste la vita eterna - Maria ci ha fatto capire che esiste la vita eterna. Quando siamo andati  insieme a Medjugorje, a settembre, per ringraziare del dono di Maria, quando siamo arrivati c’era la testimonianza di Mirjana. Proprio quando siamo arrivati Mirjana diceva queste parole. Gli chiedevano:” Mirjana come stanno i nostri morti?” E lei diceva:” Io vi so dire soltanto questo. Io voglio molto bene ai miei cari, ma ritornare qui su questa terra dopo che vedo Madonna (così le diceva, senza articolo), dopo che ho visto Madonna, è un dolore grande. Io starei con lei nonostante voglio molto bene ai miei cari ”.
E questa è stata per Chiara ed Enrico una consolazione.
Dopo infatti, quando siamo andati di nuovo tutti insieme, dopo Pasqua a Medjugorje, Chiara ha chiesto a Jakov:” Ma.. si sta sul serio bene dall’altra parte?” Lui le ha detto di si. E lei gli ha chiesto:”Ma se ti chiedessi adesso di andare da Lui tu ci andresti?” e lui gli ha detto:”Sì. Se sono certo che vado in Paradiso, sì!”. E Chiara ha sentito queste parole e ha detto:”Va bene. Ci voglio andare anche io”.

Vivere da regina e da re cioè donando tutto- Chiara, proprio perché aveva questa speranza, viveva da regina. Viveva in maniera regale. A parte che Chiara aveva un portamento così nobile, così bello. Viveva da regina. Viveva regalando. Quando è arrivata la morte, Chiara stava preparando dei pacchi da dare alle altre sue “colleghe” malate terminali che aveva conosciuto.  Delle ragazze che le avevo presentato, che erano venute ad Assidi, così da varie parti di Italia. E lei per ognuna stava preparando un dono. Aveva preparato per una ragazza una felpa con la scritta:”Ha da passà a nuttata!” Capite il napoletano?
E’ vissuta regalando. Per questo non dovete dire al piccolo Francesco cose false.  Lei viveva così. All’ultimo il Signore l’ha condotta a vivere così. Amando. Cioè donava tutto.
A Medjugorje lei non aveva voglia di andarci. Ci è andata, ci è venuta per noi. Gli è costato molto a Chiara venire a Medjugorje in termini di sofferenza, di fatica, di preoccupazioni per Francesco che era molto piccolo. Ci è venuta perché voleva che noi fossimo qui oggi perché avessimo la grazia di accogliere la Grazia. Questa era una delle sue fisse. Lei voleva come grazia dal Signore, gli occhi per accogliere la Grazia. Per questo quello che noi chiamiamo disgrazia per lei era una grazia. Un figlio handicappato per lei era una grazia.
Quando hanno saputo che nasceva Maria, Chiara ed Enrico hanno detto:”Il Signore ci ha esauditi! Avevamo chiesto al Signore di avere dei figli in affidamento. Questo è il primo affidamento che il Signore ci ha fatto. Forse altri non erano attrezzati per accogliere una bambina così

E quindi fratelli miei poi è arrivata a dire cose bellissime. Enrico correggimi se dico male. Vi dico prima questa.

I medici - I medici pensavano fosse stupida. Perché non si faceva curare. In realtà gestiva lei questi medici. Sentiva i vari pareri ed in base a questi sceglieva quello che faceva comodo a lei. Quando doveva nascere Francesco, lei aveva capito che una mamma è fondamentale ogni giorno di quei nove mesi. Per cui ha scelto, tra i vari pareri, quello che gli permetteva di portare più avanti la gravidanza.
Trentadue, trentaquattro, trentasei, trentasette. Faceva dire i numeri ai medici, poi seguiva il parere del medico che assecondava il suo desiderio di non far perdere al figlio neanche quei 38 gr che poteva ricavare ogni giorno.

Discorsi tra Chiara ed Enrico - E alla fine Chiara,  ad un certo punto ha detto ad Enrico: “Enrì, ma se tu sapessi che la tua vita potrebbe salvare altre dieci vite, tu ti sacriferesti?” E allora Enrico ha detto:” Bé… non lo so se ne sono capace… ma se il Signore mi dà la forza… lo faccio”.  Allora Chiara ha risposto:”Io la grazia della guarigione la sto chiedendo e la chiedo, ma mi sa che io fino in fondo la guarigione non la voglio” E lei si chiedeva: “ Enrì, cos’è che colpisce di più? Una donna che guarisce dal tumore, o un papà felice con il bambino senza la mamma?” Ho detto bene Enrì? Allora è bellissimo no? Che dite?

Un cammino graduale - Allora dentro questa cosa mi sembra di cogliere una tentazione però. E a me sembra che stia lavorando qualcosa di malvagio in tutto questo. Che si traduce nel fatto che molti di noi pensano:” Una vicenda straordinaria!” Io avevo un po’ di timore a fare l’omelia del funerale di Chiara, perché sembra il solito panegirico del morto. E invece non è così.
Le cose che vi stiamo dicendo, ripeto vi stiamo dicendo, perché è la Chiesa che ve le sta dicendo, non è perché voi pensiate:” E’ bello! E’  straordinario tutto questo… però io… non ce l’avrei fatta. A me speriamo che non me capiti ‘sta roba!Perché io non ce la faccio. Allora questa è una cosa particolare per Chiara, Enrico e pochi altri, i santi, e poi però io no! Io non gliela faccio!” Allora questa è la grande tentazione.  Questa è la grande tentazione perché Chiara ed Enrico a queste cose ci sono arrivati gradualmente. Il Signore ce li ha portati passo dopo passo. Passo dopo passo.

La regola delle tre P - Ragazzi ho quasi finito… non temete, ma vi devo dare questa cosa. Questa è una chicca di Chiara. Aveva preso ad Assisi questa regola. La regola delle tre P. “Piccoli Passi Possibili”. Lei assorbiva tutto come una spugna, questo è vero. Questa gli era molto piaciuta. Perché di solito, davanti a queste cose grosse, noi o pensiamo al passato e diciamo:”Noi non saremo mai capaci di fare questa cosa!” Oppure pensiamo al futuro. Pensiamo a come sarà, a come dovrà essere. Ci facciamo un film da qui ai prossimi quindici anni. Invece Chiara aveva questa tecnica. Di fare quella cosa che gli era possibile in quel momento.
Come dice Fabio Rosini, al “Ritirone”, quando si legge il passo delle Nozze di Cana. Lui dice:” Il Signore non ti chiederà di trasformare l’acqua in vino". Tirare fuori la gioia dal lutto è qualcosa di cui tu non sei capace. Tirare fuori da te la vita quando tu sei un morto vivente, tu non ne sei capace! L’acqua in vino tu non la puoi trasformare. Però di una cosa sei capace. Riempire le giare, questo ti è possibile. Fare una cosa stupida. Cominciamo di là. Una cosa che possiamo fare tutti. Non dobbiamo capire tanto.


L’augurio di Chiara: morire da figli di Dio per vivere da figli di Dio - Io sono contento che Chiara ha voluto fortemente che anche l’omelia fosse così perché è la proposta che vi fa la Chiesa. E’la proposta della santità. E’ la proposta di vivere da figli di Dio. Non so chi di voi è ancora credente, chi non lo è mai stato. Noi auguriamo a tutti voi una buona morte. Perché vivere una buona morte significa vivere una buona vita. Allora vi auguriamo di vivere da figli di Dio! Ci auguriamo tutti di vivere da figli di Dio perché così non si muore mai! Non muori più. Voi vedrete che Chiara non è morta.

Allora io penso che ho detto tante cose eh? Mi rendo conto che mi sono un po’ dilungato… ma ce ne sarebbero tante altre. A chi gli interessano, ce le venisse a chiedere. Non è roba nostra.

Padre Vito Amato

domenica 17 giugno 2012

Chiara ed Enrico e la regola delle tre P





La regola delle tre P può portare a fare lunghi cammini. Di fronte alle cose grandi, quelle che ci sembrano insormontabili, possiamo abbatterci disperarci, arrenderci. Oppure l'alternativa è fare piccole cose, quelle che possiamo fare. Le uniche che siamo in grado di compiere. Con semplicità e fiducia. Questa è la regola delle tre P che stanno per "Piccoli passi possibili". Fare i "piccoli passi possibili" può veramente portare a compiere grandi cose... E' una delle tante cose, dette da Padre Vito ieri ai funerali di Chiara Corbella. Non è roba mia. Vito diceva che Chiara aveva assunto questa regola. L'aveva ascoltata e fatta sua. Probabilmente le è servita molto, visto la strada che ha dovuto percorrere. ( audio dell'omelia fatta da Padre Vito Amato al funerale )

Delle tante cose che ho visto e ascoltato ieri... e su tante di esse ancora voglio riflettere e ci sarà da riflettere perché è come un concentrato di perle preziose... una prima cosa che ho realizzato perché l'ho vista in loro e perché  traspariva durante i funerali è che Chiara ed Enrico hanno mostrato che esiste un modo di vivere insieme e con serenità anche delle situazioni molto difficili, veramente ai limiti di quanto può essere chiesto a due giovani sposi... un modo bello, fatto di rispetto e fiducia nell'altro e in Dio, di criteri non banali per interpretare il senso dei fatti dolorosi che capitano... Una voglia di trovare insieme un passaggio non facile da scovare  nella via che sembra farsi improvvisamente stretta... E condividere insieme tutto questo, in maniera discreta, con amici e persone che si incontrano lungo il percorso.


Ho visto il coraggio di questa donna, durante la testimonianza registrata e visibile su youtube ( testimonianza di Chiara ed Enrico) nel cercare di spiegare sottovoce, quasi perché obbligata dalle vicende che aveva vissuto, le motivazioni che la sostenevano anche se lontane da quel sentire comune, anche se motivazioni apparentemente fragili agli occhi di molti... Ma tutto questo è un dono. Il modo in cui loro hanno vissuto tutto questo penso sia un dono. Nessuno di noi penso potrebbe essere capace di imporsi di vivere a questa altezza e a questa profondità. E questo anche Chiara ed Enrico lo sapevano e lo sanno. Anche Enrico, nella lettera che scrive a Chiara lo dice:"... ci deve aver accompagnato, da soli non ce la potevamo fare". E questo penso che sia la prima cosa da dire di questa vicenda senza la quale tutto potrebbe essere interpretato male, letto in maniera distorta. Chiara ed Enrico hanno vissuto e vivono di un amore più grande. Ciascuno nell'altro ha cercato quel Lui di cui Enrico parla nella lettera. E' questa la prima cosa che mi sembra di aver capito in tutto ciò, e magari mi sbaglio. Però Chiara ed Enrico mi hanno fatto vedere e ricordato come  ci si può amare, rispettare, entrare in situazioni difficili, trovare il coraggio che manca, vincere la paura che si prova e che ti blocca, volere il vero bene dell'altro, rendere discretamente ragione delle proprie scelte, vivere da persone veramente libere e cercare, insieme al proprio compagno e proprio attraverso il cammino fatto insieme  di amare quel Lui e da quel Lui sentirsi amati.



Un momento del funerale di Chiara
   Sottolineo il fatto che il modo in cui Chiara ed Enrico hanno vissuto questa vicenda è un dono perché anche io, come altri amici, ho avuto l'impressione e quasi la certezza che molte persone si siano sentite quasi schiacciate da questa vicenda e dal modo in cui talvolta può essere raccontata.  Magari sono proprio le stesse persone che come Chiara ed Enrico in questo momento stanno vivendo le prove piccole, medie e grandi in cui ci si imbatte presto o tardi nella vita. Piccole o grandi che siano penso che l'importante sia viverle quotidianamente restando al proprio "posto di combattimento", lì dove oggi ci si trova.


Alla fine della cerimonia, Chiara ed Enrico, come avevano deciso,  proprio per sottolineare che nella vita tutto è dono, hanno fatto si che ciascuno tornasse a casa con una delle tantissime piantine che avevano fatto predisporre davanti all'altare. Ed Enrico si è scusato perché avevano previsto un numero inferiori di presenti e quindi non ci sarebbero state le piantine per ciascuno. Alla fine della cerimonia, in me e in tanti, che siamo rimasti a salutarci, a parlare, fra i canti, con le piantine in mano in un clima che definieri "di festa" era forte la voglia di restare lì ad assaporare un profondo, duraturo, senso di pace.

sabato 2 giugno 2012

Gianni Rigoni Stern e il suo progetto

 Pubblico questo articolo del "Corriere del Veneto". Di questo uomo mi colpisce la creatività, il coraggio, la voglia di costruire, la visione grande del molto e la semplice genialità, messe al servizio anche di chi sta in maggiore difficoltà.


Vi consiglio di leggere cliccando sul link al rigo di sotto:

Gianni Rigoni Stern e il suo progetto in un articolo

domenica 26 febbraio 2012

Giuseppe Moscati - Biglietto ai genitori di un piccolo paziente di 4 anni

"Sera del 4 ottobre 1918


Prima di tutto, vi rinnovo le condoglianze, a voi e vostra moglie, per la perdita della signora suocera e mamma rispettiva, così ricca di virtù di antico stampo.
Non ho ancora ricevuto i vetrini su cui è strisciato il sangue del vostro figliuolo.
Ma, prima che io li dia all'esame, vi dico subito che non potranno  affatto servire allo scopo di chiarire la diagnosi, di illustrare se esiste o no l'infezione paratifica. L'indagine, a cui voi accennate, va fatta sul siero di sangue.
Quindi è perfettamente inutile, dal punto di vista cui alludete, esaminare questi vetrini. Non sapreste mai se vi è l'infezione tifosa, paratifosa, melitense nel bambino.
Ma, se veramente, nella pleura si è versato liquido, è logico attribuire alla pleurite la febbre. Se assodata la diagnosi di pleurite ( che sarebbe con molta probabilità specifica, pur suscettiva di guarigione completa), la cura scaturisce facile. Non sarà allora necessario rispettare la dieta lattea; anzi è bene spezzarla e cominciare una alimentazione mista, che man mano va irrobustita. Allora dovranno istituirsi norme igieniche, che  non è qui il caso di elencare.
Vi saluto, con la vostra signora.


G. Moscati"

Scritto autografo del Dott. Giuseppe Moscati.
Ringrazio chi mi ha procurato la copia di tale bigliettino. Risulta che Giuseppe Moscati spesso scriveva questi messaggi ai suoi pazienti, ai parenti, ai suoi studenti. Molti ancora sono gelosamente custoditi nelle famiglie di chi ha avuto la fortuna di imbattersi in questo medico. Vengono tramandati dai nostri bisnonni e nonni, insieme alle storie che lo hanno a loro legato.
In questo caso, il Prof. Moscati venne contattato da un avvocato di Napoli per la malattia del figlio. Un bambino di 4 anni. Questo bambino poi ha superato la malattia. E' cresciuto. Si è sposato. E' diventato un professore universitario. Ha avuto figli e nipoti. Fino a quando è morto, circa un mese fa a più di novanta anni,  ha conservato il ricordo di questo medico e ha voluto che i nipoti, conoscessero questa storia. Fra le varie carte conservate l'uomo ha conservato gelosamente questo foglietto.
Il biglietto originale è custodito da uno dei figli, anche lui medico, del "paziente".
Leggendolo si respira cura, stile, ricerca della verità, apprezzamento per la virtù, delicatezza, fermezza, oltre che un'ottima conoscenza della materia medica e del ragionamento clinico, ma questo non è nemmeno in discussione. In una parola si respira amore.

Un immagine giovanile di Giuseppe Moscati

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IL CAMMINO DELL'UOMO

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Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003