domenica 29 dicembre 2019

Matteo 2, 13-15; 19-23 - Giuseppe custode del bambino e sua madre - Commento al vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». 
Matteo 2, 13-15; 19-23


Nel Vangelo di Matteo l'opera di Giuseppe che custodisce e difende il bambino e la sua mamma -
Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Dopo la gioia del Natale, noi guardiamo a questa realtà della sacra famiglia. Ecco la santa famiglia di Nazareth viene celebrata attraverso il Vangelo di Matteo in cui viene narrata tutta l'opera di difesa, di custodia, da parte di san Giuseppe nei confronti del bambino e della sua mamma. Questo fuggire in Egitto, tornare in Terra di Israele, scegliere la città giusta per far crescere questa creatura.
In che luce possiamo mettere questo bellissimo vangelo che parla di una difficoltà, di una cosa grandiosa da custodire, che è molto importante, questo tesoro che è questo bambino e la sua mamma ed è questo il ruolo di Giuseppe che appare qui splendido in questo testo e che parla di un nemico, che parla di un pericolo. 

Avere coscienza dei propri pericoli e non vivere in maniera ingenua - 
Dobbiamo avere coscienza dei nostri pericoli. Non possiamo vivere così in maniera ingegna. Con una ingenuità che talvolta rasenta la superbia che pensiamo che noi saremo all'altezza di tutte le sfide. No, non siamo all'altezza di tutte le sfide, dobbiamo premunirci, dobbiamo stare all'allerta perché tante cose sono obiettivamente difficili, abbiamo bisogno di un aiuto, dobbiamo portare avanti una strategia saggia che fa i conti con le nostre debolezze e con le difficoltà.

Il nemico di Gesù è Erode che rappresenta la realtà del potere, dell'invidia, della rabbia, della rivalità - 
Qui il nemico che appare è Erode, un re. Erode rappresenta un pò il mondo, tutta la realtà del potere. E' questo re che, venuto a sapere dai magi che c'è un altro re in giro, che è nato un altro tipo di lignaggio regale, capisce che lui è in pericolo. Capisce male perché non è vero che Gesù lo minaccerà però, per lui questa cosa scatta sempre. Tutto il tema della rivalità, dell'invidia, della rabbia, delle lotte di potere interne nei luoghi di lavoro, nelle famiglia, dell'affermazione di sé nei posti, persino nelle Parrocchie, la gente che vuole un briciolo di potere, che vuole per forza avere uno spazio, essere qualcuno e allora bisogna adombrare le qualità altrui e appena appare qualcuno che forse ci può, come dire, mettere appunto in ombra, allora bisogna parlar male, far partire i nostri personali giannizzeri, ognuno ha i propri, per poterci liberare del contendente, dell'avversario. Ecco. C'è questa realtà. C'è l'invidia nel mondo. C'è la rivalità nel mondo, non possiamo pensare che questa cosa sia così, succeda solamente ad alcuni. 

La tua sposa come vite feconda - 
E allora come si fa a sopravvivere a tutto questo? Bisogna capire un pò di cose. E' bello perché questo avviene nel giorno del tema della famiglia, allora ci sia consentito questa volta un pochino guardare al salmo responsoriale della liturgia. E' il salmo familiare. Noi ripeteremo nel versetto: " Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie" e appunto questa è la prima parte del salmo che dice appunto: " Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene, la tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa, i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa". E' molto interessante la lettura che i nostri fratelli ebrei danno di questa parola. Identificano la sposa come fa il salmo come intimità della casa e i figli intorno alla mensa. 

Cosa è un marito? Cosa è un padre? -
Ecco cosa significa? Cosa è il padre? Cosa è il marito? Il marito è colui che ha il ruolo di essere le mura della casa, perché la sposa è il centro. Un uomo è il custode, il baluardo, lo scudo della sua sposa e dei suoi bambini. Questo ruolo maschile così bello di prendersi cura, di difendere, di essere un sostegno valido. Una cosa che una donna non perdona è l'inaffidabilità. Quando le donne si trovano di fronte ad una inaffidabilità maschile questo è imperdonabile. Perché? Perché l'uomo deve essere forte. La sua struttura fisica, la sua prerogativa che è un pò atta, molto più del femminile al combattimento, anche se questi sono stereotipi che possono essere contestati, sia come sia, non c'è niente da fare, mai una donna batterà il record dei cento metri piani e dei duecento metri piani maschile perché l'uomo è un pò più forte. Bene e allora questa forza ci vuole, serve. E una donna ci deve poter fare affidamento. Non deve essere obbligata a stare a contatto con un bambino da consolare, ma con un padre che fa da mura, che custodisce la sua sposa perché la sposa sia feconda, sia l'intimità. E' come se la sposa sia il cuore e l'uomo sia le mani. Ci vogliono tutti e due. Perché cresca un bambino ci vogliono un luogo tenero, caldo, il cuore, ma ci vuole qualcuno anche che ti prende per mano e ti porta e ti custodisce e ti difende. 

Cerchiamo di ri contemplare la bellezza del maschile e del femminile - 
Ecco oggi che siamo in grandissima confusione con la logica della famiglia, cerchiamo di ritrovare la nostra bellezza, cerchiamo di ricontemplare l'importanza del maschile, del femminile e la vita bella che cresce in realtà da questi ruoli rispettati. E dalla reciproca bellezza che si specchia l'una nell'altra del maschile e del femminile.

Giuseppe è un uomo profondo, che ha un dialogo con Dio, una vita interiore e per questo è un buon custode delle cose che ha - 
Noi vediamo Giuseppe che è un uomo profondo, ha sogni, capisce la volontà di Dio, capisce i pericoli, si alza nella notte, prende il bambino e sua madre e affronta la condizione di sfollato. Capisce quale è il tempo. E ad un dato momento ecco ancora in sogno l'angelo gli appare, gli dice cosa deve fare. Lui è un uomo che ha un dialogo con Dio. Lui è un uomo che ha una vita interiore. E' bello che Giuseppe porti lo stesso nome del suo predecessore, il figlio di Giacobbe, che era anche lui un uomo che sapeva comprendere i sogni. E' un'immagine arcaica di una vita profonda. Essere profondi fa diventare buoni custodi delle cose. Non si è buoni custodi delle cose perché si hanno i muscoli, perché si è forti, ma perché si ha una vita interiore. 

Bisogno di difendere, coltivare, amare al famiglia che scorga dal sacramento del matrimonio - 
Ecco noi abbiamo bisogno di difendere, di coltivare, di amare la famiglia  che sgorga dal sacramento del matrimonio. Quella famiglia che è un'opera di Dio, che è una chiamata ad essere una piccola chiesa secondo quella logica di una sposa feconda, dei figli che crescono come virgulti di olivo intorno alla mensa e di un uomo che ama, custodisce, protegge, rasserena, fortifica, sostiene tutta questa realtà. Quante belle cose che abbiamo da fare. Ci perdiamo con secondarietà, ci perdiamo con narcismi, infantilismi, immaturità, mondanità, mentre abbiamo cose così belle da fare. Essere custodi di qualcuno, essere fecondi secondo Dio. 

lunedì 16 dicembre 2019

Angelo Vescovi - Cellule staminali adulte - Intervista di Monica Mondo a Soul




Le vie alternative alle sperimentazioni sulle cellule staminali embrionali sono rappresentate dall'utilizzo delle cellule staminali adulte: il vantaggio è che non devono essere sacrificati embrioni. E Angelo Vescovi spiega da laico perché per lui gli embrioni sono da considerarsi già persone. Perché la vita per lui comincia dal concepimento. Non sono parolacce. Cellule simil embrionali autologhe hanno già un utilizzo clinico.
Ammiro in Angelo Vescovi, che a dispetto del nome, non è cattolico, la ricerca della verità, scientifica prima di tutto.

sabato 7 dicembre 2019

Matteo 3, 1-12 - Che venga il Signore e ci liberi e ci purifichi da ciò che in noi non dà buon frutto - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».  
Matteo 3,1-12


Giovanni Battista predica in maniera non convenzionale e richiama tante cose della storia di Israele:
Nella seconda domenica di Avvento di questo anno A, noi ascoltiamo la predicazione di Giovanni Battista nei primi 12 versetti del capitolo 3 del Vangelo di Matteo. Giovanni Battista ha una predicazione sorprendente, strana, non convenzionale, eppure quel che lui fa richiama tante cose della storia di Israele. Va nel deserto. Si mette nel deserto a gridare. Nel luogo in cui il profeta Isaia aveva detto tanto tempo prima di preparare la via del Signore. E' nel deserto che si prepara. 

Nel deserto Israele si ritrova per quaranta anni dopo il luogo della schiavitù e della distruzione per imparare che la vita è precarietà e per imparare a vivere
Certo. E' nel deserto che il popolo di Israele ha vissuto il suo training fino alla terra promessa. Ha vissuto che cosa? Nel deserto lì dove Giovanni Battista va e si veste con una veste di peli di cammello e con una cintura ai fianchi e il vestito di un penitente, con il vestito di un pellegrino, con il vestito di un disinstallato. Era lì che Israele viveva la sua fase nomadica, dopo quattrocento anni di installazione in una terra prospera, ma vorace. Prospera, ma tragica. Dove loro erano diventati schiavi, il miraggio del benessere era diventato per Israele il luogo della tortura, della distruzione. Da lì erano usciti e per quarant'anni dovevano camminare imparando che la vita è precarietà, per arrivare a vivere in un altra maniera nella terra promessa. Tutto questo è un tentativo pedagogico costantemente in atto da parte della Provvidenza nei confronti dell'uomo.

Giovanni Battista chiama tutti a cambiare mentalità: andare nel deserto per arrivare al regno dei cieli:
E Giovanni Battista chiama tutti quanti alla conversione, al cambiamento di mentalità, perché il regno dei cieli è vicino. E' una nuova pellegrinazione quella che bisogna fare. Andare di nuovo nel deserto per arrivare non alla terra di Canaan dove già si sta, ma al regno dei cieli, che è a portata di mano, si sta avvicinando, non bisogna farselo scappare. 

Parole durissime per i farisei e per i sadducei
E allora si parla in certi termini. Lui accoglie le persone e avrà delle parole durissime per i farisei e per i sadducei. Accomunando per altro così due partiti religiosi molto differenti fra di loro. In un certo senso la linea progressista farisaica e la linea conservatrice più dedita al potere dei sadducei. E' curioso che li insulterà. 

La metafora della scure. Bisogna tagliare:
Ma userà un'espressione: " Io vi dico che già la scure è posta alla radice degli alberi, perché ogni albero che non dà buon frutto venga tagliato e gettato nel fuoco". Ecco deve arrivare l'annunzio di questa scure, fra le varie altre cose che dice Giovanni Battista. Si appoggia la scure alla radice dell'albero prima di colpirla. E' tradizione che chi colpisce prima avvicina l'attrezzo al colpo per allontanarlo e colpire nel punto preciso. Dove arriva la lama della scure, dove si avvicina, dove viene appoggiata la scure sarà dove bisognerà tagliare. Bisogna tagliare. 

Se viene il Signore bisogna tagliare
Siamo nel tempo di Avvento. Alla lunga guardiamo già anche verso il Natale, siamo in quella parte dell'Avvento in cui si parla della venuta in sé, si medita in sé la venuta del Signore. Ma che cosa è la venuta del Signore se viene nella mia vita, se viene nella nostra esistenza anche viene una scure. Anche viene un fuoco. Perché di fatto dirà proprio questo Giovanni Battista, "egli vi battezzerà in  Spirito Santo e fuoco, arriverà qualcuno che raccoglierà il frumento e brucerà la paglia". C'è una parte da perdere. E' inutile. Nella vita non si va avanti se uno non accetta dei tagli, delle perdite, delle selezioni. 

La matrice della insipienza nelle tradizione cristiana è la avarizia
La matrice della insipienza e della mancanza del discernimento viene collegata dalla tradizione spirituale cristiana alla avarizia. All'incapacità alla rinuncia. Viene collegata al fatto di non voler perdere niente. 

Se il Signore viene smaschera delle cose e devo perdere ciò che che non è buono bello e che è ambiguo per fare spazio a ciò che è buono, bello
Se viene il Signore, se entra la verità nella mia vita, verranno smascherate delle cose, dovrò perdere delle cose. Se entro in qualcosa di buono e di bello come il Signore è, come il regno dei cieli è, dovrò perdere tutto ciò che non è buono e bello. Anche quello che è ambiguo dovrò perdere. Ogni albero che non dà frutto. 

Dobbiamo desiderare che il Signore arrivi e ci liberi da quello che non porta frutto
Dobbiamo veramente desiderare che il Signore arrivi con tutta la chiarezza, con tutta la selettività, anche con la durezza che serve. Perché dobbiamo liberarsi dalle scorie, dalla paglia che non è feconda, che non porta frutto. Dobbiamo liberarci da tutti i rami stupidi e inutili della nostra vita. Questa è una liturgia per ringraziare Dio che con noi vuole fare cose vere, serie, belle, feconde, utili, che portano da qualche parte. Ma su tutto il resto il Signore appoggia la scure alla radice dell'albero per tagliarlo. Lasciamo che lo faccia. Qui si tratta di aprire il cuore veramente a liberarci da tutto ciò che non serve. Mille volte capita di dover affrontare cose tragiche nella vita, e trovarsi carichi di una zavorra inutile stolida, che non porta da nessuna parte. 

Il Signore ci libera, ci purifica e ci spoglia di ciò che è inutile e ci danneggia
Il Signore ci deve costantemente purificare. Il processo della purificazione è importantissimo. Dobbiamo supplicarlo che ci spogli di quel che è inutile, di quel che ci danneggia, di quel che ci appesantisce. Ecco arriva Giovanni Battista, annunzia l'irruzione del salvatore, ma il salvatore è secondo la salvezza. E se viene il regno dei cieli è secondo il cielo e non secondo quel che è piccolo e di passaggio. 

C'è una vita asciutta, bella, libera. E se viene il Signore ci liberi da quello che ci inganna e ci fa perdere tempo, da ciò che non è umano, non è il bene
C'è una vita asciutta e bella e libera. C'è una vita agile. La vita di chi non si perde con le stupidaggini. Non si perde con le minutaglie inconsistenti in cui tante volte ci si impiccia nella vita. Venga veramente lo Spirito Santo e venga come fuoco e bruci le nostre menzogne. E ci liberi dai nostri pesi. E liberi un pò tutti. E liberi la Chiesa dalle perdite di tempo e dalle sue trappole e dagli inganni in cui sa cadere. Liberi i cristiani da tutto ciò che non è cristiano. Liberi gli uomini da tutto ciò che non è umano. Liberi il mondo da tutto ciò che non è il bene. 

Veramente colpisca il Signore. Bisogna chiederglielo. Anche se quando colpisce fa male perché noi ci affezioniamo alle cose piccole, ci affezioniamo alle cose seconde. Viene Giovanni Battista, viene vestito come un pellegrino per portarci tutti nel pellegrinaggio. Per tirarci fuori dalle nostre installazioni, per rimetterci nel deserto che porta alla luce, che porta al regno dei cieli. 

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lunedì 2 dicembre 2019

Matteo 24, 37-44 - Atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e in quelle lo incontra - Commento al vangelo di Don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Matteo 24, 37-44


Siamo invitati a guardare alle ultime cose
Entriamo in un nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento, dove la tematica, come sempre nella prima parte dell'Avvento, è una tematica escatologica. Escaton in greco vuol dire ultimo, cioè noi siamo invitati a guardare alle ultime cose, come già più volte abbiamo sottolineato, si comincia sempre dalla fine, ovverosia si comincia dal fine delle cose. Per capire ogni passo della nostra vita dobbiamo capire dove ci sta portando la vita. Per capire ogni realtà bisogna capirne lo scopo. 

La realtà ha come meta Gesù
Allora tutto parte da un momento sapienziale per cui se noi dobbiamo iniziare un nuovo anno liturgico, la prima cosa che fissiamo è l'Avvento finale del Signore. Tutta la storia orienta ad un ritorno di Gesù. Gesù che abbiamo celebrato nella domenica precedente come re dell'universo, è veramente ciò verso cui va tutto. L'uni-verso è veramente colui che è la meta della realtà. 

L'atteggiamento da avere a riguardo della storia e il momento di Noé
Allora in questo senso noi ci troviamo di fronte ad un testo che è il capitolo 24 del vangelo di Matteo, che da questo momento in poi mediteremo in questo anno A, che mette in parallelo l'atteggiamento da avere a riguardo della storia e a riguardo di tutto quello che è il fine della storia con il momento di Noé, il momento del diluvio. E guarda, questo testo, a come vivevano le persone che vennero spazzate via dal diluvio. Il diluvio rappresenta la corruzione. Ciò che in questo mondo è destinato a sparire, è destinato ad essere spazzato via dalla storia.

Il diluvio avviene molte volte nella storia e nella vita delle persone
Il diluvio avviene molte volte nella storia, molte volte la storia passa con un tergicristallo e di colpo tutto quanto sembra resettato, messo a capo, e tante cose che sembravano imprescindibili, assolute, importantissime, vengono portate via. La storia volta pagina molte volte ed è una cosa molto seria e molto spesso quando si è attaccati, abbarbicati a qualche cosa che deve essere portato via, si finisce nel nulla, si finisce in una vita senza consistenza. Questo è frequente. 
Allora come furono i giorni di Non così sarà la venuta del figlio dell'uomo. Di quale venuta parliamo? Certamente parliamo dell'esito finale della storia, ma anche attraverso quel che abbiamo detto fino ad adesso, noi ci ricordiamo che il Figlio dell'Uomo, viene più di una volta, visita la storia più di una volta, la resetta, come abbiamo già detto, più di una volta. 

Gli azzeramenti nella vita accadono
Così, avviene nel momento in cui tutto viene azzerato e gli azzeramenti nella vita accadono quando uno meno se li aspetta.
Mentre uno sta, come dice qui, mangiando e bevendo, prendendo moglie e prendendo marito, ma poi Noé entra nell'arca, questo mezzo pazzo che non si capisce perché abbia costruito una nave in montagna, ma cosa sta facendo, questo che vive per cose che non son successe, che assolutizza cose che non hanno nessuna importanza, che è un fissato con la religione, ascolta Dio, ascolta queste cose qua, ascolta delle voci, sarà mezzo pazzo appunto, ma pensiamo a mangiare e bere, prendere moglie e prendere marito. 

Prendere: un atteggiamento in funzione del mio appetito. Vivere per appagarsi.
Qui non si colpevolizza il matrimonio. Qui è molto interessante l'atteggiamento. Prendere moglie. Prendere marito. Cioè l'atteggiamento per cui tutto è in funzione del mio ego. Io non mi sposo, prendo moglie. Il linguaggio è prensile, aggressivo, possessivo. Vivere per appagarsi, vivere per riempire le proprie esigenze, mangiare e darsi compagnia. Il nuovo rito del matrimonio giustamente dice: io accolgo te come mia sposa. Una sposa si accoglie come un dono. Qui siamo di fronte al prendere che è un atteggiamento molto umano ed è vivere un pochino per il proprio appetito affettivo o fisico. 

Noé vive per un'altra cosa, per cose un pò più serie e resta in piedi.
Invece Noé vive per un'altra cosa. E così è della venuta del Figlio dell'Uomo. E ci sarà una selezione. Uno vive in una maniera, uno vive in un'altra. Non dobbiamo semplicemente guardare questo come la chiave della dannazione o della salvezza, no. Dobbiamo guardare nel pratico.
Tante volte c'è questo colpo di tergicristallo che spazza via le cose. Ed è interessante: chi resta in piedi? chi viveva per cose un pò più serie, chi stava orientato su ciò che vale un pò di più.

Come si capisce che cosa vale di più?
E qui dice Gesù: come si capisce che cosa è questo che vale un pò di più? Vegliate perché non sapete. Allora si oppongono due verbi. Vegliare e sapere. Dice: ma se un ladro  viene quando un padrone lo sa, il padrone non si fa scassinare la casa. E allora? Non funziona così. Tenetevi pronti perché nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'Uomo. Dovete vegliare, ma non sapere né immaginare. Non è nella immaginazione umana capire come Dio opererà. Non è nella sapienza umana, capire come Dio resetterà la storia. Bisogna avere gli occhi aperti.  Qui non si tratta di essere particolarmente intelligenti o immaginativi. Non si tratta di fare i conti in tasca a Dio e capirne le strategie, perché nessuno le può veramente inquadrare in uno schema. 

Vegliare: aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. 
Qui si tratta di avere gli occhi aperti. Cosa vuol dire vegliare? Chi veglia? Se una persona a mezzogiorno sta con gli occhi aperti non sta facendo una veglia. Si fa una veglia quando dovrebbero stare tutti a dormire, ma tu stai con gli occhi aperti. Hai vegliato. Vegliare si veglia di notte, vegliare non si veglia di giorno. Allora vegliare vuol dire aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. Non si tratta di andare secondo giorni e notti umani. Ma di andare secondo un'attesa. Veglia chi attende, veglia chi aspetta qualcosa, veglia chi cerca qualcosa, veglia chi pensa che c'è qualcosa da vedere. C'è qualcosa da vedere. 

Il sonno esistenziale in cui cadiamo tutti
Le persone campano, tirano a campare, mettono insieme il pranzo con la cena, come si dice a Roma, ma non guardano, non cercano, hanno gli occhi interiori chiusi, non si chiedono dove li sta portando la vita, non si chiedono cosa sta facendo Dio. Tutti cadiamo in questo sonno esistenziale, mangiamo, beviamo, prendiamo moglie, prendiamo marito, ci associamo, prendiamo iniziative, costruiamo cose, ma non vegliamo, non guardiamo l'oltre delle cose, non guardiamo chi sta arrivando. 

Nelle cose si sta preparando qualcosa. Avere presente che il Signore viene nelle cose e nelle cose lo incontra
Nelle cose sta arrivando qualcuno. Nelle cose si sta preparando un colpo di spugna, un volta pagina. Le cose finiscono. Bisogna guardare chi non finisce. Comincia l'Avvento. L'Avvento è un atteggiamento della Chiesa, quello per cui sa che il Signore viene nelle cose, non si sorprende del fatto che la storia vada in modo diverso da come noi immaginiamo e sappiamo. E' l'atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e lo incontra nelle cose. 

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venerdì 22 novembre 2019

Spiro della Porta - Etica della montagna. Intervista.

Una intervista sulla compartecipazione all'etica della montagna a Spiro dalla Porta.
E' stato presidente del GISM ( Gruppo Italiano Scrittori di Montagna), autore di 40 pubblicazioni sull'alpinismo, alpinista, scrittore, giornalista e regista teatrale.





martedì 19 novembre 2019

Matteo Marzotto racconta la sua esperienza di vita e il suo cambiamento

Perché Matteo Marzotto decide volontariamente di dare questa testimonianza pubblica? In fondo ha tutto quello che si desidera o che  comunemente si pensa si possa desiderare. Perché esporsi così? La risposta è nelle sue parole che io ho percepite come oneste.  Io  ho visto in lui uno spirito di ricerca sincera e mi ha colpito questo sua testimonianza per tale motivo la voglio portare all'attenzione di chi voglia ascoltarla e vederla. 



sabato 5 ottobre 2019

Mauro Scardovelli - Mauro Scardovelli

Il testo non è stato rivisto dall'autore. Si rimane a disposizione per la rimozione del testo qualora richiesto da chiunque degli aventi diritto.




La dipendenza affettiva è una dipendenza come tante altre. Come quella dal cibo, dalla televisione, dalla televisione spazzatura, dai soldi.
E quindi le dipendenze, sono dipendenze  e vuol dire che io non governo me stesso. E' qualcun altro che mi governa. Una donna, il lavoro, un amico. Sono così. Ma che brutto! Ma che modo di vivere è questo. Sono prigioniero quindi le prime due forme di etica sono:
- la sottomissione per cercare di ottenere la benevolenza dell'altro. Lei mi domina? E allora io mi sottometto ancora di più sperando che lei sia benevola. Bello eh! Funziona? Ehhhhh.
Naturalmente mentre io faccio questa strategia da deficiente, l'altra parte di me si incazza sia con l'altro, ma soprattutto con la parte di me che sono così scemo. Perché dice: " Ma proprio non capisci niente?" ma purtroppo è così.

Ecco ma posso essere anche un noto chirurgo, un noto giornalista, un magistrato. Funziono così lo stesso! La cosa disperante è che oggi si può diventare appunto magistrati, avvocati, presidenti di una grande società, avendo all'interno questo meccanismo. Questo fa paura eh! Che siamo diretti da persone così. Vi aggiungo una cosa.

Gandi che uno dei più grandi filosofi del '900, un filosofo attivo, si è impegnato nell'azione politica anche. Cosa diceva agli Indiani? "Dobbiamo liberarci dalla dipendenza dall'Inghilterra. Ma questo è governo di sé. Cioè riprendiamo l'autonomia, l'indipendenza. Ma aggiungeva: " questa è la dipendenza esterna. Ma poi c'è l'altra dipendenza. Quella interna dalle forze oppressive. Questa è più difficile dell'altra". E Aristotele sosteneva che vincere sui nemici esterni è facile,  rispetto a vincere sui nemici interni, cioè quelli che dominano sulla nostra vita.

E come fanno a dominarci? Eh è molto facile. Usano uno stratagemma. Ci fanno credere di essere io. E se io ho una parte dominante e sono io, come cacchio faccio a togliermela? Dipendo dal mio braccio, dipendo dai miei occhi. Quasi un controsenso.
Quindi la dipendenza esteriore diventa interna. Così io mi posso allontanare dalla persona da cui sono dipendente, ma continuo a dipendere. E quindi a volte è meglio dipendere fuori così almeno uno può colpevolizzare qualcuno. Quando torno a casa sono da solo e mi sento dipendente da che cosa...

Fondamentale dipendenza... dipendo dalla paura. La paura mi domina. Cioè un'emozione domina me. Oppure mi domina la rabbia. Oppure mi domina la tristezza. E io dove sono? Io sono qua, prigioniero. E qualunque di queste mi domini in realtà che cosa succede? ( 3,44)

domenica 22 settembre 2019

Dante Alighieri - Inferno - Canto II - (Su vera e falsa umiltà).

Si resta a disposizione per la rimozione immediata del testo qualora chiesto dagli aventi diritto. Testo tratto dal libro: F. NEMBRINI,  Dante Alighieri, Inferno, Mondadori, Milano 2018, 112-113.
I neretti  e  le sottolineature sono state aggiunte al testo per paragrafare gli argomenti e facilitare la lettura.

Vera e falsa umiltà

"Ma io perché venirvi? o chi'l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede."

La falsa umiltà - 
Eccola la falsa umiltà: chi sono io per un'impresa tanto grande? Non ne sono degno. Quante volte noi, pure presuntuosi come Dante, quando davvero la scelta si fa difficile, quando davvero dobbiamo rischiare, ci nascondiamo dietro un "no, non sono capace, non è per me"...

Di fronte alle responsabilità: di-vertere o cum-vertere - 
Certo, anche davanti all'attrattiva che la vita offre si può avere paure; perché il nuovo, l'ignoto, l'"altro viaggio" incutono timore. E' più facile pensare ad altro, è più facile divertirsi. Perché divertirsi - dal latino di-vertere - vuol dire cambiare direzione, spostare lo sguardo, guardare da un'altra parte. Che è il contrario di convertirsi, cum-vertere: concentrare fissare lo sguardo su ciò che conta. E' più facile divertirsi che convertirsi. E la scusa che prendiamo è: " Io non ce la farò mai", e accusiamo le circostanze di rendere impossibile la responsabilità. Invece è vero il contrario: le circostanze chiamano alla responsabilità, sollecitano alla responsabilità.

Contrabbandare la vigliaccheria per umiltà - 
Spesso contrabbandiamo questa vigliaccheria per umiltà, ma son due cose diversissime. La viltà è per così dire la versione debole dell'orgoglio luciferino, quella che fa dire: "Con me non ce la può fare neanche Dio. Sono debole, sono un poveretto; ma la mia debolezza è più forte della forza di Dio, e quindi in un certo senso è più grande perfino di Lui". Questa non è umiltà.

La vera umiltà: una grande stima per già che Dio fa attraverso di noi - 
L'inno più bello che conosco sull'umiltà invece dice più o meno così: " In me sono state fatte cose che nessuno al mondo saprebbe fare, così incredibili che la storia dovrà sempre parlare di me, non mi potrà mai dimenticare". Probabilmente non sembra molto umile questo ragionamento! Eppure sto parafrasando il Magnificat, l'inno che la Madonna pronuncia davanti ad Elisabetta: "L'anima mia magnifica il Signore [...] D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata [...] Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (Luca 1, 47-49).

Questa è la virtù dell'umiltà. Non è denigrarsi, sminuirsi: all'opposto, è una grande stima per ciò che Dio fa attraverso di noi. Un pò come diceva un parroco di vecchio stampo, che spesso citava il brano della Bibbia in cui Sansone disarmato davanti ai Filistei si guarda in giro, trova una mascella d'asino e armato di quest'osso sbaraglia l'esercito nemico ( cfr Gdc 15, 14-16), e concludeva: "Se Dio ha fatto miracoli con una mascella d'asino, che cosa farà con un asino intero come me". Questa è l'umiltà vero: chiedersi che cose grandi può fare Dio attraverso questo niente che io sono. Invece quella di Dante è vigliaccheria travestita da umiltà.

Virgilio non si fa ingannare da Dante e gli dice che è un vigliacco - 
Ma Virgilio non si lascia ingannare e lo smaschera immediatamente: " S'i ho be la parola tua intesa",/[...]"L'anima tua è da voltare offesa...." ( vv 43-45). Senza giri di parole: sei un vigliacco. E per Dante, uomo tutt'altro che umile, confessare pubblicamente la propria viltà non dev'essere stato facile. Ma era un uomo leale, e sebbene gli bruciasse non ha esitato a mettere sulla carte anche la propria debolezza.

Allora per liberare il cuore di Dante dalla vigliaccheria, Virgilio gli racconta come sia arrivato fin lì: è stato mandato da Beatrice, la quale a sua volta è stata messa in moto da santa Lucia, che a sua volta è stata avvertita nientemeno che dalla Madonna stessa. 

domenica 15 settembre 2019

Luca 15, 1-31 - Nel peccato non c'è proprio niente di divertente - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Luca 15, 1-32


Tre parabole - 
In questa 24° domenica del tempo ordinario, noi abbiamo occasione di riascoltare la meravigliosa parabola del padre misericordioso o del figliol prodigo e del fratello maggiore con le sue mormorazioni. Abbiamo occasione di ascoltarla per bene, ovverosia tutto il capitolo viene proclamato dalla liturgia e quindi dobbiamo tener presente che questa non è una parabola isolata, come molto spesso ci può capitare di intendere. No. E' la terza di una serie di tre che scaturiscono da una situazione ben precisa.  Tutto comincia dal primo versetto del capitolo in cui si descrive questa situazione: "...si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola" e comincia con la prima parabola. La prima che è quella della pecora perduta. Verrà la seconda che è quella moneta perduta. E verrà anche la terza che quella del figlio perduto. E tutti e tre vengono ritrovati.

Gli scribi e i farisei incarnati nel figlio maggiore - 
Ma chi sono i destinatari di queste tre parabole? Gli scribi e i farisei che hanno mormorato: " Costui accoglie i pubblicani e i peccatori e mangia con loro". Ecco. Gesù darà voce a questi scribi e farisei nelle parole del fratello maggiore del figliol prodigo. Proprio lui che arriva in ultimo in fondo li incarna.

L'idea di cosa sia veramente il peccato -
Ma che cosa è questa gragnole di parabole meravigliose? E' una teologia molto profonda di che cosa è esattamente il peccato. Noi abbiamo un idea di peccato che decide molto della nostra vita. Se andiamo a vedere, tutto il problema della storia della salvezza viene innescato da un dialogo che è quello di Genesi 3 fra il serpente e la donna che verte su che cosa sia un peccato. Il serpente dice che è una cosa bella ma vietata. Gradevole, ma proibita. Illuminantissima, ma preclusa. L'albero che è buono da mangiare, bello da vedere, gradevole per acquisire sapienza e però non si può prendere perché Dio te lo vieta.
Così introduce una visione frustrante della logica del peccato che è fondamentalmente una visione di Dio come qualcuno che governa l'uomo vietandogli le cose, limitandolo, frustrandolo per l'appunto.

La rabbia del fratello maggiore - 
La rabbia del fratello maggiore che viene espressa quando lui torna dal lavoro nei campi e sente la musica e le danze è espressa nella parole che lui dice al padre: " Io ti servo da tanti anni, non ho mai disobbedito ad un tuo comando e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Tutto questo trasuda rabbia e a ben vedere invidia.

Un figlio che ragiona da servo e non da figlio - 
La realtà è che lui sta a casa del padre e lavora duramente e non si diverte e aspetta di essere riconosciuto e ragiona esattamente come gli altri servi. Non ragiona da figlio. Non ha una mentalità figliale. Sta a casa sua, ma come uno schiavo e pensa male del padre.

Come ragiona il padre -
Il padre infatti sorpreso gli dirà: " Figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Ma perché ragioni da estraneo? Perché non ragioni secondo quella comunione che è la nostra realtà, che è la nostra condizione? Ma soprattutto dice: bisognava far festa perché questo tuo fratello non è stato a divertirsi, non è stato a godersela. E' morto. Era perduto. Ecco questa frase: " Era morto ed è ritornato in vita. Era perduto ed è stato ritrovato" viene due volte in un testo che diciamo così ha la sua economia e quindi è molto importante. E' martellante la presenza di questa frase, alla fine della prima e della seconda parte del testo. Ecco. Cosa vuol dire?

Il peccato è morte, fallimento, privazione, smarrimento di se stessi - 
Ripetiamo. Cosa è il peccato? E' godersela? Divertirsi? Passare la vita in maniera bella e poi avere solo buoni risultati? Il peccato è morte. Il peccato è fallimento. Il peccato è privazione, è smarrimento di se stessi.

Il figlio minore capisce finalmente come ragiona il padre - 
E' curioso ma il figliol prodigo è colui che finalmente capisce il padre. E' quello che finalmente scopre che il padre è buono. Scopre che il peccato è un inganno. E' il sapiente. La prima lettura infatti fa riferimento alla storia del vitello d'oro come una storia che diventa una storia di perdono. E' la storia di un cambiamento di mentalità. Ovverosia pensare che Dio stia lì con il bilancino a misurarci e se sbagliamo in realtà sarebbe piacevole però non possiamo farlo perché Dio ci sta controllando e iniziare invece a capire che Dio è nostro Padre e che rompere la comunione con lui vuol dire svilirsi, svuotarsi, perdersi.

La gioia del padre è la luce per capire tutto - 
Ecco. E' curioso, ma se noi accettiamo quel che questo testo dice esplicitamente e parla della gioia del ritrovamento, ritrovare la pecora perduta, ritrovare la moneta perduta, ritrovare il figlio perduto. E' interessante, ma noi capiamo che la gioia del Padre è la verità, è la luce per capire tutto.


Il figlio maggiore ragiona con il pensiero del serpente a differenza del fratello minore -
Noi dobbiamo capire chi è fuori da quella gioia: proprio questo fratello maggiore è l'uomo che non entra nella gioia del Padre. E' l'uomo che non si rallegra. E' interessante che nella prima parabola il pastore chiama i suoi amici. Nella seconda parabola la donna chiama le sue amiche. Nella terza parabola c'è festa per tutta la casa del padrone. E quello che ne consegue è che la mentalità del serpente, quella per cui il peccato è in realtà una cosa bella, ma vietata, ma dove lascia traccia? Nel fratello minore? No, perché la abbandona quella mentalità. Lui entra in questo inganno e arrivato al fondo della distruzione capisce che la casa del padre è un posto bellissimo. Invece è il fratello maggiore quello che resta con il pensiero del serpente. Cioè resta con una mentalità che curiosamente lui che sta nella casa è quello che pensa la cosa più sbagliata. Il fratello minore ha vissuto una storia che lo porta alla verità. Il fratello maggiore no.


Si può stare nella cosa del padre con una mentalità da schiavo - 
E' interessante si può stare ad un passo della salvezza con la testa della perdizione. Si può stare dentro la casa del padre con la testa da schiavi, con un cuore che non è stato per nulla liberato.

Quando Luca scrive il vangelo gli scribi e i farisei erano ormai una realtà distante - 
Dobbiamo considerare che quando Luca scrive il vangelo e lo scrive per Teofilo come dice nell'apertura del vangelo, scribi e farisei sono ormai una memoria distante, ormai da anni. Gerusalemme è stata distrutta e Teofilo non ha a che fare con questo mondo. Allora questi personaggi non sono del passato. Sono del presente. Questo è un testo per quegli scribi e farisei che siamo noi. Perché nel nostro cuore resta questa idea: stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello peccare. Stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello divertirsela, godersela e fare soldi e cose di questo genere.

Il nostro rischio: non scoprire il Padre e non fare il salto nella grazia - 
Ecco il rischio che abbiamo è di non scoprire il padre. E' di restare sempre degli estranei. E' di non fare il salto nella grazia perché in fondo coltiviamo un pensiero un pò vittimismo quale è quello del fratello maggiore per cui ci sembra che servire Dio sia pesante, sia una schiavitù.

Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra - 
Servire Dio è regnare come dice il Concilio Vaticano II. Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra. Ecco celebriamo questa domenica chiedendo a Dio lo Spirito Santo che ci faccia fare questo salto in forza proprio delle nostre debolezze, in forza dei nostri errori, in forza dei nostri peccati, il salto nella sapienza, nella misericordia del Padre. Riconoscere, ammettere che nel peccato non c'è proprio niente di divertente. 

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Umiltà - San Francesco di Sales

L’umile trova tutto il coraggio nella sua incapacità: più si sente debole e più diventa intraprendente, perché tutta la sua fiducia è riposta in Dio, che si compiace di manifestare la sua potenza nella nostra debolezza

San Francesco di SalesIntroduzione alla vita devota, 3, 5.

giovedì 12 settembre 2019

Liliana Segre - Intervista


Mauro Scardovelli - La propria strada


"E' meglio perdersi sul sentiero che si ritiene adatto a sé che procedere correntemente sulla via di qualcun'altro"

Nicolò Fabi - Io sono l'altro


Io sono l'altro. L'altro è me. A volte basterebbe poco per capire o ricordare che siamo fatti della stessa materia, che viviamo le stesse emozioni, che affrontiamo le stesse giornate. Forse se ne fossimo veramente consapevoli qualcosa sarebbe diverso fra noi?
"Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso vacci a fare un giro e poi mi dici...



mercoledì 11 settembre 2019

Mauro Scardovelli - Coltivare il buon umore





Non è facile definire i malumori. Quando avete il malumore il vostro comportamento non è naturale. Non siete la persona che dovreste essere.


martedì 10 settembre 2019

Luca 14, 25-33 - Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Luca 14, 25-33

- Noi siamo molto limitati. A cosa serve questa limitatezza?
La 23° domenica del tempo ordinario è aperta dalla lettura del capitolo 9 del libro della Sapienza e parla della limitatezza della nostra immaginazione e  della conoscenza. " I ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima". Ecco, noi siamo molto limitati. A cosa ci serve questa consapevolezza? 
Entriamo nella lettura del vangelo di Luca, al capitolo 14°, dove ci sono delle frasi molto, molto importanti, radicali, come sa essere il cristianesimo.

- Cosa vuol dire che chi non ama Gesù più del padre, della madre, della moglie, dei figli, dei fratelli e delle sorelle e più della sua vita non può essere suo discepolo? 
Ed ecco, dobbiamo capire. Qui si parla di venire al Signore e non essere capace di amarlo più del padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle, la propria vita, portare la propria croce, rinunciare ai propri beni. Allora cosa sono queste? Delle esigenze da parte del Signore? Non è esatto. Il testo va ben compreso, al di là anche di una traduzione un pochino edulcorante che abbiamo qui davanti a noi. 

Seguire Gesù senza essere passati per queste tappe non è una cosa che può riuscire. Una folla numerosa andava con Gesù. Questo è l'inizio del Vangelo. C'è tanta gente che andava appresso a lui. E allora Gesù chiarisce: "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ama suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo". Questa frase sarà ripetuta, non può essere mio discepolo. Cosa vuol dire? Tornerà proprio come ultima frase del testo che leggiamo. "Così chiunque di voi non rinuncia ai suoi beni non può essere mio discepolo". Vuol dire non lo voglio? Vuol dire non è giusto che lo sia? Non vuol dire cose strane. Vuol dire non potere, non riuscire. Seguire Gesù Cristo e non essere passati per questi snodi, di cui parla questo vangelo, è una azione che non andrà a bersaglio. Non ci riusciremo ad essere discepoli del Signore.

- Ricordare che noi siamo appesantiti dai nostri limiti
Allora ricordiamoci la prima lettura. Una tenda di argilla che portiamo sulle spalle, che è il nostro corpo e la nostra povertà. Siamo appesantiti dalla nostra inconsistenza. E allora noi dobbiamo capire ancora meglio perché Gesù usa queste due analogie. 

- Esistono cose che non sono alla nostra altezza
Chi di voi volendo costruire una torre non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine. Il problema è: ti metti a costruire una torre e non ce la fai a finire. Perché non hai i soldi per farlo. O ancora: quale re partendo in guerra contro un altro re non siede prima di esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila. Ma vai alla guerra con la metà dell'esercito dell'altro? Ma non sarà meglio che gli mandi i messaggeri per chiedergli pace? E cioè ci sono cose che non sono alla nostra altezza. 

- Le analogie precedenti rimandano a chi vuole seguire il Signore non deludendo i suoi ruoli infantili, familiari, la propria psicologia pregressa
Chi è quello che non ha i mezzi per portare a compimento la torre? Non riesce a affrontare il suo avversario in maniera adeguata? E' quello che pretende di andare appresso al Signore Gesù e non pensare che questo vorrà dire deludere i suoi ruoli infantili, deludere i suoi ruoli familiari. C'è una chiamata che è quella di uscire dall'infanzia. Uscire dalle logiche dei propri ruoli pregressi, e anche la propria vita. Non riuscirò a seguire il Signore Gesù se io sono soddisfatto della mia vita, mi basta quello che ho. Non posso mettere il Signore Gesù come una ciliegina sulla torta della mia mediocrità. Della mia inconsistenza. Si tratta di rinunciare a questa costruzione, rinunciare al proprio schema psicologico, rinunciare a tutto quello che è la logica parentale per cui io vengo da un mondo di cose che mi hanno disegnato in una certa maniera. Non ce la farò finché io non rinuncio a queste cose. 

- Considerare il Signore più importante di tutto quello che possiedo, dei legami affettivi, della mia vita, del mio sistema psicologico, del mio modo di vedere, della mia mentalità. Altrimenti io non ce la faccio a seguirlo
Così se i beni, gli averi, sono imprescindibili, ma non ce la faccio a seguire il Signore Gesù. Qui non si tratta di essere buoni o cattivi o generosi o altro. Qui si tratta che o il Signore Gesù è più importante di tutto quello che possiedo, è più importante di tutti i legami affettivi che io posso aver stabilito, è più importante della mia vita, del mio sistema, della mia psiche, del mio modo di vedere, della mia mentalità, o io non ce la faccio a seguirlo. Non potrò mettere insieme il Signore Gesù e la mia mentalità. Alla volontà bisogna rinunciare. Noi diciamo: " Sia fatta la tua volontà". E' inutile che cerchiamo di addomesticare dentro le nostre incompiutezze, quel che è per il sublime. 

- A ben vedere non vale la pena difendere il nostro modo di pensare, di vedere. Siamo fragili, poveri. Approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi da questi legami
E' molto importante leggere appunto la prima lettura e dire: " Siamo poveri! Siamo fragili!" Non vale la pena di difendere il nostro sistema, è importantissimo, momento per momento, approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi dai legami affettivi, essere liberi dalle proprie proiezioni sulla propria esistenza così come la pensiamo. 

- Essere liberi dai nostri beni per non costruire una torre ridicola, come il cristianesimo di molti che dicono di essere discepoli di Gesù, ma di fatto non lo sono
Essere liberi dai nostri averi, altrimenti costruiremmo una torre ridicola. E' il cristianesimo di molti, una torre ridicola, un cristianesimo inguardabile perché mentre si proclama con la bocca di essere discepoli di Cristo, con la vita ci si dimostra infantili o avari o ossessionati dai propri progetti assolutizzando le proprie aspettative. 

- Se non mettiamo al primo posto Gesù nel nostro cuore, non possiamo portare Gesù al cuore degli altri
E così mentre noi abbiamo la sfida, il combattimento bello e santo di arrivare al cuore delle persone, non arriviamo al cuore delle persone e falliamo nell'evangelizzazione mille volte perché non siamo arrivati manco al nostro di cuore. Perché non abbiamo dato il nostro cuore al Signore. Perché abbiamo cose a cuore, affetti, beni, progetti, che non abbiamo saputo mettere secondi a quel che il Signore ci chiama a vivere, a provare, a fare.

- Non si tratta di essere bravi, ma di abbandonare il governo della propria vita, di amare quello che il Signore ama e allora l'amore del Signore entra in noi. Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio
Qui non si tratta di essere bravi, qui si tratta di mollare, lasciare, sganciarsi dal governo della nostra vita. Non vivere secondo quello che noi amiamo, ma secondo quello che ama il Signore e allora l'amore del Signore entra in noi. Non vivere secondo quello a cui noi teniamo, ma vivere secondo quel che è importante agli occhi del Signore e allora quel che è veramente importante entrerà nel nostro cuore. Qui si tratta, più che di esser forti, di essere deboli, di essere memori della nostra fragilità e quindi fiduciosi nella potenza di Dio.


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sabato 31 agosto 2019

Luca 14,1.7-14 - Lasciarsi dare il posto da Dio buon antidoto alla rivalità - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Luca 14,1.7-14

Sembrerebbe che Gesù parli di strategie per fare bella figura, non è così -
Nella 22° domenica del tempo ordinario noi ascolteremo delle bellissime frasi dal libro del Siracide. "Compi le tue opere con mitezza e sarai amato più di un uomo generoso". "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore", " Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti". Ecco. Queste frasi bellissime preparano l'ascolto del vangelo dove c'è questa storia in cui Gesù è invitato a casa dei farisei e di un capo dei farisei e sta guardando come gli invitati scelgono i primi posti. Devono arrivare al posto più notevole e parla di questa cosa. Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, non ti capiti che un altro debba prendere quel posto e tu vieni buttato via, spostato scansato per tua vergogna. Ma quando sei invitato mettiti all'ultimo posto e fatti dare da colui che ti ha invitato il posto. Che ti tiri più avanti e questo ti darà onore. Sembrerebbero tecniche per fare buona figura. Sembrerebbero cose fatte per avere una strategia migliore del bon ton comune. No.

L'ansia del primo posto che abbiamo tutti quanti. Il problema della rivalità e delle classifiche - 
Gesù sta pensando ben altro. Gesù sta pensando a questa ansia del primo posto che abbiamo tutti quanti. Questa ansia di sottolineatura del proprio ego. Perché non so, mi sembra di vedere intorno nel mondo una certa problematica con le carriere, con i posti di lavoro, con chi è più importante, chi è meno importante, chi è ricordato, di chi si sono scordati. Non credo che questo sia un problema solamente di alcuni posti. Io credo che in tutti i posti di lavoro, anche dentro le famiglie, c'è un problema di rivalità. Di classifiche. Chi sta al primo posto, chi sta all'ultimo posto. Chi sono, chi non sono. Tutta la vita a cercare di dimostrare di essere qualcosa. 
Una fatica angosciante.  Quando è che termina questa fatica che è cominciata con il peccato di Adamo ed Eva. Essere come Dio, cambiare posto. Avere il primo posto, essere all'altezza degli altri. Essere più importanti. Questa è una elettricità che scorre nel nostro animo e che ci fa fare tante cose stupide e pusillanimi e mediocri e brutte e cattive. Ecco.

La fatica angosciante di essere qualcuno  si scontra con la forza della storia che rovescia i programmi degli uomini - 
Quando finisce questa tensione, quando si è liberi da questa fatica impresentabile, inguardabile. Ecco questa fatica finisce quando noi sappiamo che c'è chi ci da il posto. Quando sappiamo che c'è il padrone di casa. Quando sappiamo che alla fine, se ti metti a combattere contro Dio, se ti metti a combattere contro la Provvidenza vedrai che la Provvidenza ti detronizzerà. Dove sono finiti tutti i potenti della terra? Quanta gente portata in palmo di mano dalla storia è poi caduta in disgrazia e la gloria di questo mondo in un minuto la si perde. Arriva il padrone e ti dice: tu tornatene indietro.  E si torna all'ultimo posto. E la vita sa passare il conto in una maniera molto seria. 

Vivere secondo un altra logica: il posto ce lo dà Lui. Vivere lasciandosi condurre da Dio - 
Dio è molto paziente. Dio è tanto generoso, ma certamente si campa tanto meglio quando iniziamo a vivere secondo un altra logica: che il posto ce lo dà Lui. Il posto lo assegna Lui. Vivere secondo la sua santa volontà vuol dire incominciare a lasciarsi condurre da Dio alle cose buone e belle.


Assecondare e valorizzare il reale, vedendone il segreto con creatività e propositività personale. Non cercare di modificare la realtà -
Noi abbiamo da esercitare una inventiva, una propositività, una creatività che sono fondamentali nella nostra vita, ma sono ben vissute, queste dimensioni essenziali della nostra sfida umana e cristiana, se noi assecondiamo il reale, valorizziamo il reale anziché stare tutto  il tempo a cercare di cambiare la realtà cerchiamo di valorizzarla, di vederne il segreto. Di entrare nelle cose, nei posti dove Dio ci mette, allora quel posto si trasformerà nel posto più bello del mondo. 

Tante storie di cristiani che hanno fatto del posto spesso brutto in cui venivano messi il luogo dell'incontro con Dio -
Abbiamo il racconto  di tanti perseguitati nel secolo scorso, cristiani, nell'Oriente, in tanti altri posti, che hanno fatto della prigione in cui venivano messi, carcerati e oppressi, il luogo dell'incontro con Dio. Ne hanno fatto il primo posto e il Signore li ha mostrati anche a chi li torturava secondo la loro luce.
Si può raccontare del cardinal  Van Thuan (François Xavier Nguyên Van Thuân) e di molti altri casi, meravigliosi, in cui le persone proprio nel posto a loro assegnato dalla storia vivevano questo essere portati al primo posto.

Lasciarsi condurre da Dio è diverso dal cercare di essere importanti secondo il mondo - 
Qui non si tratta di essere importanti secondo il mondo, qui si tratta di vivere secondo il rapporto con Dio e lasciarsi condurre ad una creatività interna alle cose. 

Trasformare la vita in un luogo in cui tutto diventa regalo, dono. Un amore che non cerca il contraccambio - 
E così appare l'ultima parte del vangelo. Di trasformare il pranzo, la cena, la condivisione non nel luogo degli amiconi, o delle persone che possono darci il contraccambio, ma in un luogo dove tutto questo diventa regalo. Dono. E allora poveri, storpi, ciechi, seduti alla nostra mensa. Cosa vuol dire? Tante cose vuol dire.
Vivere in funzione di un amore vero che non cerca il contraccambio. 

Questo apre mille orizzonti, spazi, percorsi mentali e pratici per fare delle cose belle della nostra vita qualcosa che dà vita e non commercio o mediocrità - 
Ci aprirà mille spazi, mille prospettive, percorsi mentali, percorsi pratici, in cui poter trasformare tutto quel che abbiamo in un luogo di amore, in un luogo di condivisione e fare delle cose belle della nostra vita qualcosa che dà vita e non commercia vita in scambi che non sono altro che mediocrità.

Lavorare, vivere, esistere per la ricompensa del Signore, vivere in questa dimensione - 
Alla fin fine bisogna lavorare, vivere, esistere per la ricompensa del Signore. Il libro della Sapienza al capitolo II dice che gli empi sono coloro che non sperano salario dalla santità. Chi crede che fidarsi di Dio è fare atti di amore non paghi, non sia una realtà vantaggiosa. Ecco qui è il punto.
Se io conosco il salario della santità io conosco la ricompensa del Signore. Se io conosco quanto il Signore mi sa dare pace per un atto di amore la vita diventa molto molto divertente e interessante e la condivisione diventa una occasione cercata, non più qualcosa che mi casca addosso e magari obtorto collo, malvolentieri accetto. 

Invitare alla propria abbondanza chi non ha, sà di Dio. Uno stile di vita per una vita bella - 
Invitare alla propria abbondanza chi non ha diventa memoria di qualcun altro che ci ha invitato alla sua abbondanza. Il Padre celeste che ci ha dato il suo figlio a noi che non avevamo niente da dargli in cambio.
Il Signore ci tratta così, senza chiederci niente in cambio.
Ecco e allora questo diventa uno stile di vita ed è una vita bella questa.

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IL CAMMINO DELL'UOMO

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Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003