domenica 22 settembre 2019

Dante Alighieri - Inferno - Canto II - (Su vera e falsa umiltà).

Si resta a disposizione per la rimozione immediata del testo qualora chiesto dagli aventi diritto. Testo tratto dal libro: F. NEMBRINI,  Dante Alighieri, Inferno, Mondadori, Milano 2018, 112-113.
I neretti  e  le sottolineature sono state aggiunte al testo per paragrafare gli argomenti e facilitare la lettura.

Vera e falsa umiltà

"Ma io perché venirvi? o chi'l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede."

La falsa umiltà - 
Eccola la falsa umiltà: chi sono io per un'impresa tanto grande? Non ne sono degno. Quante volte noi, pure presuntuosi come Dante, quando davvero la scelta si fa difficile, quando davvero dobbiamo rischiare, ci nascondiamo dietro un "no, non sono capace, non è per me"...

Di fronte alle responsabilità: di-vertere o cum-vertere - 
Certo, anche davanti all'attrattiva che la vita offre si può avere paure; perché il nuovo, l'ignoto, l'"altro viaggio" incutono timore. E' più facile pensare ad altro, è più facile divertirsi. Perché divertirsi - dal latino di-vertere - vuol dire cambiare direzione, spostare lo sguardo, guardare da un'altra parte. Che è il contrario di convertirsi, cum-vertere: concentrare fissare lo sguardo su ciò che conta. E' più facile divertirsi che convertirsi. E la scusa che prendiamo è: " Io non ce la farò mai", e accusiamo le circostanze di rendere impossibile la responsabilità. Invece è vero il contrario: le circostanze chiamano alla responsabilità, sollecitano alla responsabilità.

Contrabbandare la vigliaccheria per umiltà - 
Spesso contrabbandiamo questa vigliaccheria per umiltà, ma son due cose diversissime. La viltà è per così dire la versione debole dell'orgoglio luciferino, quella che fa dire: "Con me non ce la può fare neanche Dio. Sono debole, sono un poveretto; ma la mia debolezza è più forte della forza di Dio, e quindi in un certo senso è più grande perfino di Lui". Questa non è umiltà.

La vera umiltà: una grande stima per già che Dio fa attraverso di noi - 
L'inno più bello che conosco sull'umiltà invece dice più o meno così: " In me sono state fatte cose che nessuno al mondo saprebbe fare, così incredibili che la storia dovrà sempre parlare di me, non mi potrà mai dimenticare". Probabilmente non sembra molto umile questo ragionamento! Eppure sto parafrasando il Magnificat, l'inno che la Madonna pronuncia davanti ad Elisabetta: "L'anima mia magnifica il Signore [...] D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata [...] Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (Luca 1, 47-49).

Questa è la virtù dell'umiltà. Non è denigrarsi, sminuirsi: all'opposto, è una grande stima per ciò che Dio fa attraverso di noi. Un pò come diceva un parroco di vecchio stampo, che spesso citava il brano della Bibbia in cui Sansone disarmato davanti ai Filistei si guarda in giro, trova una mascella d'asino e armato di quest'osso sbaraglia l'esercito nemico ( cfr Gdc 15, 14-16), e concludeva: "Se Dio ha fatto miracoli con una mascella d'asino, che cosa farà con un asino intero come me". Questa è l'umiltà vero: chiedersi che cose grandi può fare Dio attraverso questo niente che io sono. Invece quella di Dante è vigliaccheria travestita da umiltà.

Virgilio non si fa ingannare da Dante e gli dice che è un vigliacco - 
Ma Virgilio non si lascia ingannare e lo smaschera immediatamente: " S'i ho be la parola tua intesa",/[...]"L'anima tua è da voltare offesa...." ( vv 43-45). Senza giri di parole: sei un vigliacco. E per Dante, uomo tutt'altro che umile, confessare pubblicamente la propria viltà non dev'essere stato facile. Ma era un uomo leale, e sebbene gli bruciasse non ha esitato a mettere sulla carte anche la propria debolezza.

Allora per liberare il cuore di Dante dalla vigliaccheria, Virgilio gli racconta come sia arrivato fin lì: è stato mandato da Beatrice, la quale a sua volta è stata messa in moto da santa Lucia, che a sua volta è stata avvertita nientemeno che dalla Madonna stessa. 

domenica 15 settembre 2019

Luca 15, 1-31 - Nel peccato non c'è proprio niente di divertente - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Luca 15, 1-32


Tre parabole - 
In questa 24° domenica del tempo ordinario, noi abbiamo occasione di riascoltare la meravigliosa parabola del padre misericordioso o del figliol prodigo e del fratello maggiore con le sue mormorazioni. Abbiamo occasione di ascoltarla per bene, ovverosia tutto il capitolo viene proclamato dalla liturgia e quindi dobbiamo tener presente che questa non è una parabola isolata, come molto spesso ci può capitare di intendere. No. E' la terza di una serie di tre che scaturiscono da una situazione ben precisa.  Tutto comincia dal primo versetto del capitolo in cui si descrive questa situazione: "...si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola" e comincia con la prima parabola. La prima che è quella della pecora perduta. Verrà la seconda che è quella moneta perduta. E verrà anche la terza che quella del figlio perduto. E tutti e tre vengono ritrovati.

Gli scribi e i farisei incarnati nel figlio maggiore - 
Ma chi sono i destinatari di queste tre parabole? Gli scribi e i farisei che hanno mormorato: " Costui accoglie i pubblicani e i peccatori e mangia con loro". Ecco. Gesù darà voce a questi scribi e farisei nelle parole del fratello maggiore del figliol prodigo. Proprio lui che arriva in ultimo in fondo li incarna.

L'idea di cosa sia veramente il peccato -
Ma che cosa è questa gragnole di parabole meravigliose? E' una teologia molto profonda di che cosa è esattamente il peccato. Noi abbiamo un idea di peccato che decide molto della nostra vita. Se andiamo a vedere, tutto il problema della storia della salvezza viene innescato da un dialogo che è quello di Genesi 3 fra il serpente e la donna che verte su che cosa sia un peccato. Il serpente dice che è una cosa bella ma vietata. Gradevole, ma proibita. Illuminantissima, ma preclusa. L'albero che è buono da mangiare, bello da vedere, gradevole per acquisire sapienza e però non si può prendere perché Dio te lo vieta.
Così introduce una visione frustrante della logica del peccato che è fondamentalmente una visione di Dio come qualcuno che governa l'uomo vietandogli le cose, limitandolo, frustrandolo per l'appunto.

La rabbia del fratello maggiore - 
La rabbia del fratello maggiore che viene espressa quando lui torna dal lavoro nei campi e sente la musica e le danze è espressa nella parole che lui dice al padre: " Io ti servo da tanti anni, non ho mai disobbedito ad un tuo comando e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Tutto questo trasuda rabbia e a ben vedere invidia.

Un figlio che ragiona da servo e non da figlio - 
La realtà è che lui sta a casa del padre e lavora duramente e non si diverte e aspetta di essere riconosciuto e ragiona esattamente come gli altri servi. Non ragiona da figlio. Non ha una mentalità figliale. Sta a casa sua, ma come uno schiavo e pensa male del padre.

Come ragiona il padre -
Il padre infatti sorpreso gli dirà: " Figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Ma perché ragioni da estraneo? Perché non ragioni secondo quella comunione che è la nostra realtà, che è la nostra condizione? Ma soprattutto dice: bisognava far festa perché questo tuo fratello non è stato a divertirsi, non è stato a godersela. E' morto. Era perduto. Ecco questa frase: " Era morto ed è ritornato in vita. Era perduto ed è stato ritrovato" viene due volte in un testo che diciamo così ha la sua economia e quindi è molto importante. E' martellante la presenza di questa frase, alla fine della prima e della seconda parte del testo. Ecco. Cosa vuol dire?

Il peccato è morte, fallimento, privazione, smarrimento di se stessi - 
Ripetiamo. Cosa è il peccato? E' godersela? Divertirsi? Passare la vita in maniera bella e poi avere solo buoni risultati? Il peccato è morte. Il peccato è fallimento. Il peccato è privazione, è smarrimento di se stessi.

Il figlio minore capisce finalmente come ragiona il padre - 
E' curioso ma il figliol prodigo è colui che finalmente capisce il padre. E' quello che finalmente scopre che il padre è buono. Scopre che il peccato è un inganno. E' il sapiente. La prima lettura infatti fa riferimento alla storia del vitello d'oro come una storia che diventa una storia di perdono. E' la storia di un cambiamento di mentalità. Ovverosia pensare che Dio stia lì con il bilancino a misurarci e se sbagliamo in realtà sarebbe piacevole però non possiamo farlo perché Dio ci sta controllando e iniziare invece a capire che Dio è nostro Padre e che rompere la comunione con lui vuol dire svilirsi, svuotarsi, perdersi.

La gioia del padre è la luce per capire tutto - 
Ecco. E' curioso, ma se noi accettiamo quel che questo testo dice esplicitamente e parla della gioia del ritrovamento, ritrovare la pecora perduta, ritrovare la moneta perduta, ritrovare il figlio perduto. E' interessante, ma noi capiamo che la gioia del Padre è la verità, è la luce per capire tutto.


Il figlio maggiore ragiona con il pensiero del serpente a differenza del fratello minore -
Noi dobbiamo capire chi è fuori da quella gioia: proprio questo fratello maggiore è l'uomo che non entra nella gioia del Padre. E' l'uomo che non si rallegra. E' interessante che nella prima parabola il pastore chiama i suoi amici. Nella seconda parabola la donna chiama le sue amiche. Nella terza parabola c'è festa per tutta la casa del padrone. E quello che ne consegue è che la mentalità del serpente, quella per cui il peccato è in realtà una cosa bella, ma vietata, ma dove lascia traccia? Nel fratello minore? No, perché la abbandona quella mentalità. Lui entra in questo inganno e arrivato al fondo della distruzione capisce che la casa del padre è un posto bellissimo. Invece è il fratello maggiore quello che resta con il pensiero del serpente. Cioè resta con una mentalità che curiosamente lui che sta nella casa è quello che pensa la cosa più sbagliata. Il fratello minore ha vissuto una storia che lo porta alla verità. Il fratello maggiore no.


Si può stare nella cosa del padre con una mentalità da schiavo - 
E' interessante si può stare ad un passo della salvezza con la testa della perdizione. Si può stare dentro la casa del padre con la testa da schiavi, con un cuore che non è stato per nulla liberato.

Quando Luca scrive il vangelo gli scribi e i farisei erano ormai una realtà distante - 
Dobbiamo considerare che quando Luca scrive il vangelo e lo scrive per Teofilo come dice nell'apertura del vangelo, scribi e farisei sono ormai una memoria distante, ormai da anni. Gerusalemme è stata distrutta e Teofilo non ha a che fare con questo mondo. Allora questi personaggi non sono del passato. Sono del presente. Questo è un testo per quegli scribi e farisei che siamo noi. Perché nel nostro cuore resta questa idea: stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello peccare. Stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello divertirsela, godersela e fare soldi e cose di questo genere.

Il nostro rischio: non scoprire il Padre e non fare il salto nella grazia - 
Ecco il rischio che abbiamo è di non scoprire il padre. E' di restare sempre degli estranei. E' di non fare il salto nella grazia perché in fondo coltiviamo un pensiero un pò vittimismo quale è quello del fratello maggiore per cui ci sembra che servire Dio sia pesante, sia una schiavitù.

Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra - 
Servire Dio è regnare come dice il Concilio Vaticano II. Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra. Ecco celebriamo questa domenica chiedendo a Dio lo Spirito Santo che ci faccia fare questo salto in forza proprio delle nostre debolezze, in forza dei nostri errori, in forza dei nostri peccati, il salto nella sapienza, nella misericordia del Padre. Riconoscere, ammettere che nel peccato non c'è proprio niente di divertente. 

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Umiltà - San Francesco di Sales

L’umile trova tutto il coraggio nella sua incapacità: più si sente debole e più diventa intraprendente, perché tutta la sua fiducia è riposta in Dio, che si compiace di manifestare la sua potenza nella nostra debolezza

San Francesco di SalesIntroduzione alla vita devota, 3, 5.

giovedì 12 settembre 2019

Liliana Segre - Intervista


Mauro Scardovelli - La propria strada


"E' meglio perdersi sul sentiero che si ritiene adatto a sé che procedere correntemente sulla via di qualcun'altro"

Nicolò Fabi - Io sono l'altro


Io sono l'altro. L'altro è me. A volte basterebbe poco per capire o ricordare che siamo fatti della stessa materia, che viviamo le stesse emozioni, che affrontiamo le stesse giornate. Forse se ne fossimo veramente consapevoli qualcosa sarebbe diverso fra noi?
"Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso vacci a fare un giro e poi mi dici...



mercoledì 11 settembre 2019

Mauro Scardovelli - Coltivare il buon umore





Non è facile definire i malumori. Quando avete il malumore il vostro comportamento non è naturale. Non siete la persona che dovreste essere.


martedì 10 settembre 2019

Luca 14, 25-33 - Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Luca 14, 25-33

- Noi siamo molto limitati. A cosa serve questa limitatezza?
La 23° domenica del tempo ordinario è aperta dalla lettura del capitolo 9 del libro della Sapienza e parla della limitatezza della nostra immaginazione e  della conoscenza. " I ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima". Ecco, noi siamo molto limitati. A cosa ci serve questa consapevolezza? 
Entriamo nella lettura del vangelo di Luca, al capitolo 14°, dove ci sono delle frasi molto, molto importanti, radicali, come sa essere il cristianesimo.

- Cosa vuol dire che chi non ama Gesù più del padre, della madre, della moglie, dei figli, dei fratelli e delle sorelle e più della sua vita non può essere suo discepolo? 
Ed ecco, dobbiamo capire. Qui si parla di venire al Signore e non essere capace di amarlo più del padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle, la propria vita, portare la propria croce, rinunciare ai propri beni. Allora cosa sono queste? Delle esigenze da parte del Signore? Non è esatto. Il testo va ben compreso, al di là anche di una traduzione un pochino edulcorante che abbiamo qui davanti a noi. 

Seguire Gesù senza essere passati per queste tappe non è una cosa che può riuscire. Una folla numerosa andava con Gesù. Questo è l'inizio del Vangelo. C'è tanta gente che andava appresso a lui. E allora Gesù chiarisce: "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ama suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo". Questa frase sarà ripetuta, non può essere mio discepolo. Cosa vuol dire? Tornerà proprio come ultima frase del testo che leggiamo. "Così chiunque di voi non rinuncia ai suoi beni non può essere mio discepolo". Vuol dire non lo voglio? Vuol dire non è giusto che lo sia? Non vuol dire cose strane. Vuol dire non potere, non riuscire. Seguire Gesù Cristo e non essere passati per questi snodi, di cui parla questo vangelo, è una azione che non andrà a bersaglio. Non ci riusciremo ad essere discepoli del Signore.

- Ricordare che noi siamo appesantiti dai nostri limiti
Allora ricordiamoci la prima lettura. Una tenda di argilla che portiamo sulle spalle, che è il nostro corpo e la nostra povertà. Siamo appesantiti dalla nostra inconsistenza. E allora noi dobbiamo capire ancora meglio perché Gesù usa queste due analogie. 

- Esistono cose che non sono alla nostra altezza
Chi di voi volendo costruire una torre non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine. Il problema è: ti metti a costruire una torre e non ce la fai a finire. Perché non hai i soldi per farlo. O ancora: quale re partendo in guerra contro un altro re non siede prima di esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila. Ma vai alla guerra con la metà dell'esercito dell'altro? Ma non sarà meglio che gli mandi i messaggeri per chiedergli pace? E cioè ci sono cose che non sono alla nostra altezza. 

- Le analogie precedenti rimandano a chi vuole seguire il Signore non deludendo i suoi ruoli infantili, familiari, la propria psicologia pregressa
Chi è quello che non ha i mezzi per portare a compimento la torre? Non riesce a affrontare il suo avversario in maniera adeguata? E' quello che pretende di andare appresso al Signore Gesù e non pensare che questo vorrà dire deludere i suoi ruoli infantili, deludere i suoi ruoli familiari. C'è una chiamata che è quella di uscire dall'infanzia. Uscire dalle logiche dei propri ruoli pregressi, e anche la propria vita. Non riuscirò a seguire il Signore Gesù se io sono soddisfatto della mia vita, mi basta quello che ho. Non posso mettere il Signore Gesù come una ciliegina sulla torta della mia mediocrità. Della mia inconsistenza. Si tratta di rinunciare a questa costruzione, rinunciare al proprio schema psicologico, rinunciare a tutto quello che è la logica parentale per cui io vengo da un mondo di cose che mi hanno disegnato in una certa maniera. Non ce la farò finché io non rinuncio a queste cose. 

- Considerare il Signore più importante di tutto quello che possiedo, dei legami affettivi, della mia vita, del mio sistema psicologico, del mio modo di vedere, della mia mentalità. Altrimenti io non ce la faccio a seguirlo
Così se i beni, gli averi, sono imprescindibili, ma non ce la faccio a seguire il Signore Gesù. Qui non si tratta di essere buoni o cattivi o generosi o altro. Qui si tratta che o il Signore Gesù è più importante di tutto quello che possiedo, è più importante di tutti i legami affettivi che io posso aver stabilito, è più importante della mia vita, del mio sistema, della mia psiche, del mio modo di vedere, della mia mentalità, o io non ce la faccio a seguirlo. Non potrò mettere insieme il Signore Gesù e la mia mentalità. Alla volontà bisogna rinunciare. Noi diciamo: " Sia fatta la tua volontà". E' inutile che cerchiamo di addomesticare dentro le nostre incompiutezze, quel che è per il sublime. 

- A ben vedere non vale la pena difendere il nostro modo di pensare, di vedere. Siamo fragili, poveri. Approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi da questi legami
E' molto importante leggere appunto la prima lettura e dire: " Siamo poveri! Siamo fragili!" Non vale la pena di difendere il nostro sistema, è importantissimo, momento per momento, approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi dai legami affettivi, essere liberi dalle proprie proiezioni sulla propria esistenza così come la pensiamo. 

- Essere liberi dai nostri beni per non costruire una torre ridicola, come il cristianesimo di molti che dicono di essere discepoli di Gesù, ma di fatto non lo sono
Essere liberi dai nostri averi, altrimenti costruiremmo una torre ridicola. E' il cristianesimo di molti, una torre ridicola, un cristianesimo inguardabile perché mentre si proclama con la bocca di essere discepoli di Cristo, con la vita ci si dimostra infantili o avari o ossessionati dai propri progetti assolutizzando le proprie aspettative. 

- Se non mettiamo al primo posto Gesù nel nostro cuore, non possiamo portare Gesù al cuore degli altri
E così mentre noi abbiamo la sfida, il combattimento bello e santo di arrivare al cuore delle persone, non arriviamo al cuore delle persone e falliamo nell'evangelizzazione mille volte perché non siamo arrivati manco al nostro di cuore. Perché non abbiamo dato il nostro cuore al Signore. Perché abbiamo cose a cuore, affetti, beni, progetti, che non abbiamo saputo mettere secondi a quel che il Signore ci chiama a vivere, a provare, a fare.

- Non si tratta di essere bravi, ma di abbandonare il governo della propria vita, di amare quello che il Signore ama e allora l'amore del Signore entra in noi. Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio
Qui non si tratta di essere bravi, qui si tratta di mollare, lasciare, sganciarsi dal governo della nostra vita. Non vivere secondo quello che noi amiamo, ma secondo quello che ama il Signore e allora l'amore del Signore entra in noi. Non vivere secondo quello a cui noi teniamo, ma vivere secondo quel che è importante agli occhi del Signore e allora quel che è veramente importante entrerà nel nostro cuore. Qui si tratta, più che di esser forti, di essere deboli, di essere memori della nostra fragilità e quindi fiduciosi nella potenza di Dio.


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IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003