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mercoledì 30 agosto 2023

A volte si cambia - Lettera trovata sulla Cima Giovanni Paolo II

Tratta dalla pagina Facebook di Vincenzo Battista (Clicca qui).
Si rimane a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione della foto. 

Questa lettera è stata trovata sulla cima Giovanni Paolo II (2424 mt), una delle cime minori del gruppo del Gran Sasso. Non è firmata. E' anonima.
Nella vita, a volte, si cambia.




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venerdì 10 aprile 2020

Raniero Cantalamessa - Omelia della Passione del venerdì santo in San Pietro - Una perla in fondo al dolore - 10 aprile 2020

04/10/2020
Celebrazione del venerdì santo nella Basilica di San Pietro

Padre Raniero Cantalamessa, omelia

San Gregorio Magno diceva che la Scrittura cum legentibus crescit, cresce con coloro che la leggono.[1] Esprime significati sempre nuovi a seconda delle domande che l’uomo porta in cuore nel leggerla. E noi quest’anno leggiamo il racconto della Passione con una domanda –anzi con un grido – nel cuore che si leva da tutta la terra. Dobbiamo cercare di cogliere la risposta che la parola di Dio dà ad esso.
Quello che abbiamo appena riascoltato è il racconto del male oggettivamente più grande mai commesso sulla terra. Noi possiamo guardare ad esso da due angolature diverse: o di fronte o di dietro, cioè o dalle sue cause o dai suoi effetti. Se ci fermiamo alle cause storiche della morte di Cristo ci confondiamo e ognuno sarà tentato di dire come Pilato: “Io sono innocente del sangue di costui” (Mt 27,24). La croce si comprende meglio dai suoi effetti che dalle sue cause. E quali sono stati gli effetti della morte di Cristo? Resi giusti per la fede in lui, riconciliati e in pace con Dio, ricolmi della speranza di una vita eterna! (cf. Rom 5, 1-5)
Ma c’è un effetto che la situazione in atto ci aiuta a cogliere in particolare. La croce di Cristo ha cambiato il senso del dolore e della sofferenza umana. Di ogni sofferenza, fisica e morale. Essa non è più un castigo, una maledizione. È stata redenta in radice da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé. Qual è la prova più sicura che la bevanda che qualcuno ti porge non è avvelenata? È se lui beve davanti a te dalla stessa coppa. Così ha fatto Dio: sulla croce ha bevuto, al cospetto del mondo, il calice del dolore fino alla feccia. Ha mostrato così che esso non è avvelenato, ma che c’è una perla in fondo ad esso.

E non solo il dolore di chi ha la fede, ma ogni dolore umano. Egli è morto per tutti. “Quando sarò elevato da terra, aveva detto, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutti, non solo alcuni! “Soffrire –scriveva san Giovanni Paolo II dopo il suo attentato – significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente sensibili all’opera delle forze salvifiche di Dio offerte all’umanità in Cristo”[2]. Grazie alla croce di Cristo, la sofferenza è diventata anch’essa, a modo suo, una specie “sacramento universale di salvezza” per il genere umano.

Qual è la luce che tutto questo getta sulla situazione drammatica che stiamo vivendo? Anche qui, più che alle cause, dobbiamo guardare agli effetti. Non solo quelli negativi, di cui ascoltiamo ogni giorno il triste bollettino, ma anche quelli positivi che solo una osservazione più attenta ci aiuta a cogliere.
La pandemia del Coronavirus ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello “dall’esilio della coscienza”[3]. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci. “L’uomo nella prosperità non comprende –dice un salmo della Bibbia -, è come gli animali che periscono” (Sal 49, 21). Quanta verità in queste parole!

Mentre affrescava la cattedrale di San Paolo a Londra, il pittore James Thornhill, a un certo punto, fu preso da tanto entusiasmo per un suo affresco che, retrocedendo per vederlo meglio, non si accorgeva che stava per precipitare nel vuoto dall’impalcatura. Un assistente, inorridito, capì che un grido di richiamo avrebbe solo accelerato il disastro. Senza pensarci due volte, intinse un pennello nel colore e lo scaraventò in mezzo all’affresco. Il maestro, esterrefatto, diede un balzo in avanti. La sua opera era compromessa, ma lui era salvo.
Così fa a volte Dio con noi: sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo. Ma attenti a non ingannarci. Non è Dio che con il Coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus! “Io ho progetti di pace, non di afflizione”, dice nella Bibbia (Ger 29,11). Se questi flagelli fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri?
No! Colui che un giorno pianse per la morte di Lazzaro, piange oggi per il flagello che si è abbattuto sull’umanità.
Sì, Dio “soffre”, come ogni padre e ogni madre. Quando un giorno lo scopriremo, ci vergogneremo di tutte le accuse che gli abbiamo rivolte in vita. Dio partecipa al nostro dolore per superarlo. “Essendo supremamente buono, –ha scritto sant’Agostino – Dio non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono, da trarre dal male stesso il bene”[4].
Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di libertà, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento. È quello che alcuni chiamano il caso, e che la Bibbia chiama invece “sapienza di Dio”.
L’altro frutto positivo della presente crisi sanitaria è il sentimento di solidarietà. Quando mai, a nostra memoria, gli uomini di tutte le nazioni si sono sentiti così uniti, così uguali, così poco litigiosi, come in questo momento di dolore? Mai come ora abbiamo sentito la verità di quel grido di un nostro poeta: “Uomini, pace! Sulla prona terra troppo è il mistero”.[5] Ci siamo dimenticati dei muri da costruire. Il virus non conosce frontiere. In un attimo ha abbattuto tutte le barriere e le distinzioni: di razza, di religione, di ricchezza, di potere. Non dobbiamo tornare indietro, quando sarà passato questo momento. Come ci ha esortato il Santo Padre, non dobbiamo sciupare questa occasione. Non facciamo che tanto dolore, tanti morti, tanto eroico impegno da parte degli operatori sanitari sia stato invano. È questa la “recessione” che dobbiamo temere di più.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra. (Is 2,4)
 È il momento di realizzare qualcosa di questa profezia di Isaia, di cui da sempre l’umanità attende il compimento. Diciamo basta alla tragica corsa verso gli armamenti. Gridatelo con tutta la forza, voi giovani, perché è soprattutto il vostro destino che si gioca. Destiniamo le sconfinate risorse impiegate per gli armamenti agli scopi di cui, in queste situazioni, vediamo l’urgenza: la salute, l’igiene, l’alimentazione, la lotta contro la povertà, la cura del creato. Lasciamo alla generazione che verrà un mondo, se necessario, più povero di cose e di denaro, ma più ricco di umanità.
* * *
La parola di Dio ci dice qual è la prima cosa che dobbiamo fare in momenti come questi: gridare a Dio. È lui stesso che mette sulle labbra degli uomini le parole da gridare a lui, a volte parole dure, di lamento, quasi di accusa. “Àlzati, Signore, vieni in nostro aiuto! Salvaci per la tua misericordia![…] Déstati, non ci respingere per sempre!” (Sal 44, 24.27). “Signore, non ti importa che noi periamo?” (Mc 4,38).
Forse che Dio ama farsi pregare per concedere i suoi benefici? Forse che la nostra preghiera può far cambiare a Dio i suoi piani? No, ma ci sono cose che Dio ha deciso di accordarci come frutto insieme della sua grazia e della nostra preghiera, quasi per condividere con le sue creature il merito del beneficio accordato.[6] È lui che ci spinge a farlo: “Chiedete e otterrete, ha detto Gesú, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7).
Quando, nel deserto, gli ebrei erano morsi dai serpenti velenosi, Dio ordinò a Mosè di elevare su un palo un serpente di bronzo e chi lo guardava non moriva. Gesú si è appropriato di questo simbolo. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15). Anche noi, in questo momento siamo morsi da un invisibile “serpente” velenoso. Guardiamo a colui che è stato “innalzato” per noi sulla croce. Adoriamolo per noi e per tutto il genere umano. Chi lo guarda con fede non muore. E se muore, sarà per entrare in una vita eterna.
Dopo tre giorni risorgerò”, aveva predetto Gesú (cf. Mt 9,31). Anche noi, dopo questi giorni che speriamo brevi, risorgeremo e usciremo dai sepolcri che sono ora le nostre case. Non per tornare alla vita di prima come Lazzaro, ma per una vita nuova, come Gesù. Una vita più fraterna, più umana. Più cristiana!

[1] Commento morale a Giobbe, XX, 1.
[2] Lettera apostolica Salvifici doloris, n. 23.
[4] Enchiridion, 11,3 (PL 40, 236).
[5] Giovanni Pascoli, “I due fanciulli”.
[6] Cf. S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q. 83, a.2).

sabato 29 febbraio 2020

Matteo 4,1-11 - Ricordiamo la paternità di Dio su di noi e affrontiamo le tentazioni - Commento al Vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Matteo 4, 1-11

Entriamo nella Quaresima con il dono del testo delle tre tentazioni secondo Matteo. Siamo preparati in questo testo dell’anno liturgico A, il primo dei tre, dal racconto del peccato primordiale, dalla caduta inziale. Questa caduta, narrata nella prima lettura, è la pista su cui dobbiamo lavorare, perché appunto parleremo di tentazione e vediamo il primo combattimento esplicito di Cristo contro il maligno che è quello appunto che compare nel capitolo 4 del vangelo di Matteo.

Una tentazione sul cibo, ma riguardante l’invidia, la superbia, l’affermazione dell’ego - 
La prima tentazione riguarda un cibo. La prima tentazione di Cristo riguarderà il cibo. Possiamo vedere che il cibo viene proposto come strumento di autoaffermazione nel racconto di Genesi 3. Cioè mangiare dell’albero del giardino per emanciparsi e diventare indipendenti da Dio e ansi simili a lui, cioè diventare come lui, suoi antagonisti, rivali. Il tema dell’invidia è latente, per cui si parte dal tema della gola, della voglia di mangiare una cosa che non si potrebbe mangiare, ma il problema vero è l’invidia, il problema vero è la superbia, l’affermazione dell’ego e il superamento di qualcun altro. 


La prima tentazione: affermare la propria supremazia rispetto alle cose - 
Ecco che infatti, nella prima tentazione, una parte di questa antica primordiale trappola del serpente viene esplicitata dal diavolo che dice a Gesù: “Se sei figlio di Dio di che queste pietre diventino pane”. Se sei uguale a Dio, se sei della stessa caratura, dello stesso livello. E lo invita ad esplicitare la sua figliolanza divina per mezzo della violazione della natura delle cose. Cioè, il pane è il pane, le pietre sono le pietre. Chi non coglie la differenza, meglio che non inviti a pranzo nessuno potrebbe fare qualche macello. E no. Le pietre son pietre. Le cose sono quelle che sono. La tentazione è affermare la propria supremazia rispetto alla cose. 
Cioè? Gesù viene da un digiuno sterminato, pazzesco e quindi ha tanta fame ed è interessante, la tentazione non viene quando uno è forte, viene quando uno è debole, viene nel momento della fragilità. Viene nel momento in cui guardi una pietra e hai talmente tanta fame che inizi a dire: “ Ma non è che niente niente è una pagnotta quella?”. Ecco, uno inizia a confondersi sulle cose e a leggerle secondo il proprio appetito, secondo la propria voglia, secondo il proprio bisogno e non per quello che sono. Il punto è che questo dovrebbe essere un tema di autoaffermazione ancora una volta.

La risposta di Gesù: io non vivo perché prendo delle iniziative -
Cristo risponde rovesciando la prospettiva. Io non vivo perché prendo delle iniziative, ma perché il Padre mi nutre, non vivo perché mi affermo, ma perché il Padre è buono. Se sono figlio di Dio lo sono perché Dio è mio padre non perché io sono allo stesso livello e mi autoaffermo e mi sottolineo. 


La seconda tentazione: comandare sulla realtà e riuscire a provocare una manifestazione di Dio - 
 E questo è tutto il tema che poi viene proseguito dalla storia del lancio dai pinnacoli del tempio per poter fare una cosa spettacolare e quindi avere questa grande idea di riuscire a provocare questa manifestazione di Dio perché infatti, se sei figlio di Dio, comandi sulla realtà e le cose ti obbediscono. Cioè tu batti il ritmo a Dio. Tu gli sta schioccando le dita e lui deve manifestarsi. E’ un tema ancora una volta di autoaffermazione, in primis, secondo la logica, nella prima tentazione, degli appetiti, qui è secondo la logica dei progetti, cioè delle idee, delle cose che uno pensa di poter fare, le ideone, che uno pensa di dover perseguire per risolvere le cose che non gli piacciono della vita. Ecco.

Gesù risponde anche questa volta: viene prima Dio - 
Il problema è che ancora una volta Gesù risponderà: no, viene prima Dio. Non sono che parto, non sono il che lo saggio, non sono io che prendo, perché io sono figlio e Dio è Padre. Allora io so che il vero punto per vivere è fidarmi di lui e non tirargli la giacchetta. Non costringerlo a manifestarsi. 
Ed ecco che ancora il tema non è tanto se mi affermo io, quanto se mi ricordo chi è Dio. Io vinco la tentazione dell’autoaffermazione attraverso la memoria della bella affermazione di chi Dio è. Dio è mio padre, mi vuole bene, mi fido di lui.

La terza tentazione: per affermare te stesso dei piegarti al potere e distruggere la tua dignità - 
E ancora una volta questa tentazione di autoaffermazione viene sottolineata dall’offerta del potere e del possesso. Però questa volta deve essere più esplicito il diavolo perché di fatto si sa che il potere chiede compromessi per sua propria natura. Chiunque ha potere ha fatto compromessi, a meno che non sia il potere di Dio, che è l’unico potere che esiste in questo mondo e sopra questo mondo. Ti darò il potere, la gloria del mondo, però ti devi sottomettere al potere. Ti devi gettare ai miei piedi. Ti devi prostrare. Devi scendere a compromessi con me. Ti devi piegare a me. E questo è ancor più manifesto come inganno: per affermare te stesso, in fondo devi distruggere la tua dignità. Devi scendere per l’appunto a compromessi. Devi fare qualche cosa che infetta l’origine del tuo potere, perché infatti sarà una questione di favori. Una volta che ti sei piegato a me, poi ti comando io. Chiunque ha potere su questa terra è schiavo di qualcun altro, sempre. Sempre. In ogni caso. Fosse anche il più grande potente di questa terra, è schiavo di qualcun altro, perlomeno della menzogna e del male.

Gesù vince la terza tentazione credendo che è il Padre l’unico del quale si può fidare - 
E ancora una volta la tentazione Cristo la vince tornando a Dio. Cioè dicendo: ma mi posso piegare a qualcun altro che non è il padre? E’ lui l’unico di cui mi fido, lui l’unico che mi alimenta, lui quello a cui mi piegherò, lui solo adorerò. A lui solo renderò culto. E’ interessante che Dio si adora. E il termine greco soggiacente indica si l’atto dell’adorazione, però implica il baciare, portare alla bocca, adorare, ma anche proprio viene usato il termine greco del bacio. A lui solo renderò culto, la mia sarà una liturgia, io avrò una relazione bella, liturgica con Dio. Non mi piegherò come ad un capo mafioso, mi devo prostrare gettandomi ai tuoi piedi, è interessante. Ti devo schiacciare. Ti devi sottomettere per avere il potere. Ecco.

Combattere con il digiuno, la preghiera e l’elemosina per tornare a vivere consapevolmente la paternità di Dio su di noi - 
Noi tutti quanti entriamo nella Quaresima sapendo che dobbiamo combattere con il digiuno contro l’assolutizzazione dei nostri appetiti, con la preghiera contro l’assolutizzazione dei nostri progetti e con l’elemosina contro l’assolutizzazione dei possessi. Perché? Per tornare a Dio perché è di questo che abbiamo bisogno. Perché è questa la conversione. Perché la conversione è ri-direzionare il cuore per grazia, per l’opera dello Spirito Santo in noi, e questa opera è la memoria della paternità di Dio, a cui tutto ricondurre. Riportare a lui il nostro appetito. E’ lui che ci saprà saziare. Riportare a lui i nostri progetti perché Lui ne ha di migliori. A lui solo piegarci, perché lui solo si merita il nostro culto e la nostra adorazione.

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domenica 19 gennaio 2020

Mauro Scardovelli - Cosa vuol dire ama i tuoi nemici



Poesia sulla compassione di Thich Nhat Hahn, monaco zen vietnamita. "Chiamatemi con i miei veri nomi Non dire che domani scomparirò, perché io arrivo sempre. Guarda in profondità: io arrivo ogni secondo, per esser un germoglio sul ramo a primavera; per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora fragili che impara a cantare nel suo nido; per essere un bruco nel cuore di un fiore; per essere un gioiello che si nasconde in una pietra. Io arrivo sempre, per ridere e per piangere, per temere e per sperare. Il ritmo del mio cuore è la nascita e la morte di tutto ciò che è vivo. Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume. E io sono l'uccello che, a primavera, arriva a mangiare l'insetto. Io sono una rana che nuota felice nell'acqua chiara di uno stagno. E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana. Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù, e io sono il mercante che vende armi mortali all'Uganda. Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca, che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata. E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare. Io sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione. E io sono l'uomo che deve pagare il "debito di sangue" alla mia gente, morendo lentamente in un campo di lavori forzati. La mia gioia è come la primavera, così splendente che fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita. Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro oceani. Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme, cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola. Per favore, chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io mi possa svegliare E cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta, la porta della compassione".

IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003