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martedì 4 ottobre 2022

Libro - Con grande potenza - Presentazione nella parrocchia di San Bernado

Introduzione di Don Fabio Pieroni su padre Emidio Alessandrini

Siamo qui per presentare questo libro, ma per iniziare a parlare di un sacerdote molto importante. Per me molto importante, ma scopriremo che è molto importante per la Chiesa, che poi tante volte scopre di avere avuto dei protagonisti assoluti della sua storia. La storia della Chiesa la fanno i singoli insieme ad altri fratelli che si muovono nella storia. 
Per me è molto importante padre Emidio perché è alla base della mia vocazione, perché siamo stati insieme dal quinto ginnasio fino alla fine del liceo classico Orazio. E poi ci siamo continuati a sentire senonché questa amicizia è ritornata dopo che io ebbi un primo grave trauma nella vita fuori della Chiesa con la morte di mia madre, cui seguì la notizia che questo mio amico, Emidio, aveva deciso di farsi frate.
Questo primo trauma della morte di mia madre, con l'altro trauma di una persona che si faceva frate e che quindi aderiva a questo Dio che evidentemente non esisteva o che se esisteva aveva fatto dei danni clamorosi contro almeno la mia vita, lasciando morire mia madre, mi motivò a cercarlo. Non per menargli,  ma anche forse per questo. Per sfidarlo. Poi mi accorsi che malgrado Emidio avesse un numero enorme di amici, ero stato solamente io ad andarlo a cercare. Quando lo vidi conobbi una persona diversa. Qualcosa era cambiato in lui.
Io adesso non posso fare la storia della mia vita, ma vorrei sottolineare alcuni aspetti della sua personalità spirituale, del suo carisma, del frutto che lui ha dato alla chiesa. Volevo iniziare leggendo un testo degli Atti degli Apostoli capitolo 11:

19Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia.
23Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. 

Ora gli Atti degli Apostoli si basa soprattutto su dei testimoni che raccontano una storia che hanno vissuto. Questa è la base della teologia. La base della teologia non è la filosofia. Non è la speculazione sui grandi principi. La teologia che cosa è? E' leggere, attraverso l'intelligenza dello Spirito Santo, l'esperienza che nella storia fanno alcune persone e queste persone sono state osservate da alcuni testimoni.
Allora io posso dire la stessa cosa. Io sono un testimone di alcuni fatti molto importanti che io ho visto e che dovrebbero aiutarci a far crescere la nostra teologia. Perché questi fatti vanno letti secondo lo Spirito di Dio. Perché lo Spirito di Dio ci insegna ogni cosa. Ci dà una intelligenza più profonda sull'evento contingente, sul semplice evento perché riconosce in questi eventi un'azione di Dio che parla alla chiesa.
Cosa voglio dire di Emidio?
Non voglio prendere il tempo perché sarebbe veramente, come dice il vangelo di Giovanni al capitolo 21

Giovanni 21

25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere. 


Quindi io ho voluto selezionare alcune cose. 
La prima cosa che voglio dire è che Emidio inizia la sua esperienza praticamente 46 anni fa. Nel 1977-1978. Era l'anno in cui moriva mia madre e lui si faceva frate. Quindi è un tempo completamente diverso che voi non potete immaginare perché è cambiato tutto. Emidio fu un grande precursore e un grande inventore di una serie di soluzioni che potessero rispondere ai problemi dell'umanità di allora.
Però questi suggerimenti, queste soluzioni se sono di Dio sono perenni. Attraversano la storia. E quindi ci interessando anche a noi. Lo Spirito Santo non è mai Vintage. E' sempre nuovo: "Fabbio nuove tutte le cose!". E osservando la storia di persone che hanno vissuto certe esperienze, lo Spirito ci arriva. Lo Spirito ci arriva contemplando la storia sacra che hanno vissuto delle persone concrete.
Quindi io ho colto che l'esperienza di Emidio è molto simile a quella di Barnaba.
Barnaba chi era? Barnaba, significa figlio dell'esortazione. Cioè una persona che valorizzava. Barnaba valorizza, non critica, non affonda le cose. Il carisma di Barnaba non è il carisma di una persona che vede, prende atto e poi si dimentica. No. Avete sentito che fa Barnaba? Barnaba innanzitutto viene mandato ad Antiochia sull'Oronte, che sta nel nord della Siria perché malgrado gli apostoli predicassero solo ai giudei, succede una cosa strana. Che arrivano delle notizie alla comunità di Gerusalemme per cui ad Antiochia c'è una comunità di pagani. Che celebra da paura. Sono un sacco contenti. E nessuno degli apostoli ha evangelizzato questa città di Antiochia. E allora la gente si preoccupa. Immediatamente vengono inviate persone. La cura che c'è sulle comunità è fortissima. Quando c'è un problema mandano questa volta Barnaba perché è una persona che aveva discernimento. Quando arriva, da uomo virtuoso che era, siccome era un uomo di Dio, si rallegrò. Si rallegrò. E ma è quasi impossibile. Tu manda una persona a vedere un'esperienza: "C'è tizio che sta facendo quello, c'è Sempronio che sta facendo...". Solo critica. Anzi più è bravo, più lo squalifichiamo. Barnaba si rallegrò e ciao. Torna a Gerusalemme e gli dice: "Questi io li ho esortati a continuare!". Non solamente Barnaba è famoso per questo.

Barnaba è famoso anche perché aveva un nipote che si chiamava Giovanni, detto anche Marco. 



Don Fabio Pieroni introduce la figura di padre Emidio Alessandrini


Intervento della dott.ssa Costanza Miriano, giornalista, scrittrice e "figlia spirituale" di padre Emidio


Valerio Grimaldi, nipote di padre Emidio Alessandrini e curatore del libro Con grande potenza - La vita e la testimonianza di padre Emidio Alessandrini, Edizioni Porziuncola, Aprile 2022

Valerio Grimaldi, autore del libro. 



Da sinistra: Valerio Grimaldi, nipote di padre Emidio Alessandrini e autore del libro, Costanza Miriano, giornalista, don Fabio Pieroni, parroco di San Bernardo di Chiaravalle. Tutti e tre legati da un rapporto di conoscenza di stima e affetto a padre Emidio Alessandrini



Il video integrale dell'incontro è presente qui in basso. 


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lunedì 25 luglio 2022

25/07/2022 - Mariuccio Paolo Piola - Corinzi 4,1-16 - Su mio padre e sui miei maestri

"Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il vangelo" (1Cor 4,15)

Una riflessione scaturita da questa frase dell'Ufficio delle letture di oggi che non ha potuto che ricondurmi a mio padre.
La condivido con voi. Ho messo i soliti titoletti rossi per orientarsi visto che è un pò lunghetta.

La domanda a cui rispondere- 
Mi ha colpito questa frase di San Paolo ai Corinzi.
Naturalmente mi fa tornare in mente tutte le persone che hanno contribuito alla mia nascita e crescita umana e quindi spirituale. 
Chi sono stati i miei pedagoghi e il mio padre nella fede?
Questa domanda mi da modo di mettere a tema delle riflessioni che ho nella testa da tempo.
Il mio caso personale credo, per quello che vedo intorno a me nell'esperienza di amici e conoscenti, sia particolare da questo punto di vista.
Infatti mio padre, Mariuccio Paolo Piola è stato la persona attraverso cui Dio ha voluto chiamarmi alla vita biologica. Fino a qui tutto statisticamente normale. La peculiarità, nel mio caso, è rappresentata dal fatto che sempre mio padre è stata anche la persona attraverso cui Dio mi ha voluto chiamare alla vita spirituale e che ha continuato ad essere il mio maestro fino al giorno della sua morte. Ora lo farà dal cielo. Mio padre era un uomo di fede e su questa ha basato le fondamenta della sua vita e ha insegnato a fare questo con l'esempio a tantissime persone, fra le quali ci sono anche io. 

Ritengo infatti che mio padre, nell'infanzia, mi ha iniziato alla vita spirituale e alla fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e in Gesù e nello Spirito Santo. Lui, connaturalmente alla sua predisposizione alla vita spirituale e alla trasmissione della stessa, mi ha naturalmente formato in modo all'inizio per me inconsapevole. Come un piccolo di leone che segue la leonessa, ho potuto vivere accanto a mio padre ed imparare da lui che ha vissuto alla luce della volontà di Dio per tutti i quarantaquattro anni  della sua vita e di questo sono stato testimone.

Questo lo ha reso per me un maestro, anzi oggi, posso dire che sia stato il mio padre spirituale e, fra i miei maestri, il mio maestro più importante e come gli altri pochi maestri credibile e autorevole. 

Gli altri pedagoghi e maestri-
Questo lo dico non senza pesare molto bene le mie parole. 
Papà mi ha formato nell'infanzia e fino all'adolescenza è stato il mio unico punto di riferimento. 
La mia vita successivamente è continuata nel confronto con altre persone che hanno rappresentato per me dei punti di riferimento a cui guardare, dai quali imparare a navigare nella vita, nella professione, nella fede, nelle relazioni.
Essi mi hanno accompagnato per delle fasi di vita. Sempre però ho mantenuto un dialogo con papà. 

Giovanni Stirati
Penso al Prof. Giovanni Stirati (nato nel 1938 e morto nel 2023), a cui ho guardato con ammirazione come modello di uomo, di catechista, di medico, di professore universitario, di insegnante a partire dal 1992. E soprattutto, poi, intorno agli anni 2002 fino al 2009. E nei numerosi contatti avuti con lui fino al 2012 o comunque fino a quando la sua malattia lo ha permesso. Varie volte e con diversi pretesti, mi sono arrampicato fino alla sua stanzetta all'ultimo piano della seconda clinica medica all'Università La Sapienza di Roma. Tante volte gli ho proposto di accompagnarlo dal lavoro a casa per potermi confrontare con lui. Abbiamo condiviso, dopo la sua andata in pensione, la preparazione di tutto il materiale del suo corso di Bioetica, in ore di lavoro fianco a fianco. In lui, da piccolo, ho visto la persona che avrei voluto diventare. E questo mi ha dato una bussola per orientarmi negli anni delle medie e del liceo. Poi, più avanti negli anni, ho scelto di adattare meglio al mio modo personale di essere, le decisioni prese nell'adolescenza, per non imitare e per passare all'interiorizzazione di tutto quello che ho potuto imparare da lui. Ho sempre confermato la stima e l'affetto per lui che ritengo uno dei miei più importanti maestri di una fase di vita verso il quale ho nel cuore la devozione e la gratitudine dell'allievo e del discepolo ormai adulto.
Per circa venticinque anni  Giovanni e mio papà hanno collaborato l'uno a fianco all'altro come responsabili della prima e della seconda comunità Neocatecumenale della parrocchia di Santa Francesca Cabrini di Roma, fra le prime comunità a Roma e nel mondo, con reciproca stima e rispetto rimaste negli anni anche quando papà  dal 1992 non ha più presenziato e partecipato attivamente alla vita del Cammino Neocatecumenale, nelle chiare e complementari differenze e nelle strutturali e sostanziali similitudini. Nel 2019, dopo ventisette anni di percorsi fatti in solitaria, vedere papà andare, ogni lunedì, durante una fase della malattia di Giovanni, semplicemente a trovarlo a casa per tenergli la mano e per pregare insieme facendogli sentire la sua vicinanza, la sua presenza e il suo affetto, senza poter comunicare con le parole, me li ha fatti vedere come due guerrieri che, con stile diverso, hanno combattuto insieme tante battaglie aiutandosi lealmente, anche con i loro limiti che da figlio e da allievo penso di avere avuto il privilegio di poter conoscere. Due uomini che si sono considerati sempre secondi. 

Francesco Piloni-
Penso a padre Francesco Piloni, francescano minore, nato nel 1968, padre spirituale che mi ha permesso di fare dei passi in autonomia quando ho voluto iniziare a cercare di percorrere in autonomia dalla mia famiglia il cammino della vita, aiutato dalla sua supervisione. Allora, parliamo del 2002-2011, lo consideravo un fratello maggiore a cui chiedere le cose quando il padre è momentaneamente in viaggio. Per tanti anni, per parlargli, sono partito da casa a Roma e con il treno mi sono recato a Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Allora il servizio che padre Francesco mi ha reso mi ha aiutato tanto.

Emidio Alessandrini-
Penso a padre Emidio Alessandrini, francescano minore, (nato nel 1966 e morto nel 2021) che mi ha sempre illuminato, nel 2002 e poi nel 2017-2019, con le sue sintesi e i suoi colpi di insight e l'applicazione concreta della sapienza biblica e umana frutto di tantissimi approfondimenti ed esperienza di conoscenza di se stesso e degli altri. Un fratello maggiore. Un pedagogo.

Fabio Rosini-
Penso a don Fabio Rosini, prete della diocesi di Roma, nato nel 1961, per il quale ho svolto per anni il compito di sbobinatore personale, ruolo per il quale poi ho imparato, in Ungheria, durante il mio periodo Erasmus, anche a scrivere senza avere bisogno di guardare la tastiera. In lui ho sempre ritrovato la freschezza catechetica che avevo da sempre respirato a casa, in famiglia, da mio papà. Don Fabio, in un pomeriggio trascorso insieme nel 2012, mi ha detto che aveva sentito predicare papà e si ricordava delle sue catechesi.
L'ho sentito parlare per la prima volta nel 1998 nella parrocchia di Santa Angela Merici a Roma. Avevo 20 anni.  Poi, nel 2003, nella basilica di San Marco Evangelista a Roma dove ho iniziato il servizio di sbobinatore. 

Colgo l'occasione per dire che predicare, non è una cosa riservata a preti. Predicare è utilizzato qui come sinonimo di parlare di Gesù, di quello che ha fatto, detto, del significato che i suoi gesti e suoi insegnamenti hanno avuto allora e hanno oggi nelle nostre vite. Io credo che sia una delle cose più belle che si possano fare e soprattutto che sia un dono poterlo fare bene. 
Sentire da qualcuno parlare di Gesù, da qualcuno che lo fa bene, è qualcosa che cambia la vita di chi ascolta. Il mio altro pedagogo e maestro Francesco Rossi De Gasperis chiama questo servizio la diaconia della Parola.
Predicare bene non è qualcosa che si può ottenere con esercizio. E qualcosa che si ottiene solo seguendo Gesù, perché in sostanza si tratta di parlare di lui. Come si può parlare bene di qualcuno se non lo si frequenta?

Fabio Pieroni-
Penso a don Fabio Pieroni, prete della diocesi di Roma, che ho frequentato in un primo periodo dal 2005 al 2012 e poi, in seguito, dal 2015 e la nostra amicizia continua ad oggi. 
Anche in lui ho ritrovato, nel suo modo di predicare e di vivere la fede, qualcosa che in mio padre era presente strutturalmente.
La sensazione che la Parola fosse qualcosa di liberante, di efficace, di vivo, di vitale. Qualcosa capace di portare essenzialmente vita. Non legami, legacci, sensi di colpa, sensi di chiuso di stantio, di pesante.
A lui debbo la possibilità di vivere il suo ambiente parrocchiale, la frequenza della messa della domenica. Alcuni viaggi di formazione molto importanti: in Israele nel 2007, in Egitto Giordania Israele 2008, in Grecia 2009, in Spagna nel 2010. Sono legato a lui dall'affetto di un rapporto di affetto e di intima e profonda amicizia che è maturata grazie ad alcune fasi burrascose, pause di maturazione, cambiamenti e riavvicinamenti.
Anche lui è stato un pedagogo per me. Da lui ho imparato molte cose e la vicinanza con lui mi ha insegnato tanto e soprattutto fatto prendere contatto con una parte di me che non era venuta fuori prima. 
Anche don Fabio aveva conosciuto papà, negli anni 70-80, e lo aveva sentito commentare un salmo. don Fabio ha sempre ricordato che papà stava commentando il salmo 91 il versetto 11: "Tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente". 

Per don Fabio Pieroni, don Fabio Rosini, per padre Francesco Piloni, devo dire che il rapporto che ho avuto con loro si è evoluto. Non è stato privo di allontanamenti, di revisione critica, di distacco completo e, in alcuni casi, di alcuni momenti di forte incomprensione. Questo tipo di andamento, per me, ha fatto parte del percorso di crescita, del diventare da figlio a fratello. Oggi queste persone le considero come fratelli maggiori, non padri, e sono loro profondamente grato.
In tempi e modi diversi, mi hanno accompagnato in fase decisive della mia vita. In alcune circostanze mi sono sentito ferito è vero, ma non mortalmente sebbene il dolore è arrivato, in altri momenti la loro azione mi ha seriamente salvato la vita. Mi hanno permesso di fare qualcosa di grande. Oggi li considero persone con le quali ho condiviso e continuo a condividere una parte del mio viaggio esistenziale, ma sapendo camminare ciascuno sulle proprie gambe dietro l'unico maestro. 

Francesco Rossi De Gasperis-
Penso a padre Francesco Rossi De Gasperis, padre gesuita, biblista, dell'Istituto Biblico, (nato nel 1926 e morto santamente a 26 febbraio 2024 a 97 anni e 76 anni di professione religiosa) e conosciuto da me nel 2008. La frequentazione con lui per me è stata fondamentale. Un uomo libero. Un uomo vivo. Un uomo di esperienza. Un uomo biblico. Da un certo punto di vista forse il più simile al mio papà. Anche se hanno delle storie molto diverse. Papà aveva molta stima per padre Francesco. Riflettendoci ora, papà mi ha accompagnato varie volte alla Gregoriana, dove papà si laureato in Teologia e ha continuato gli studi dopo la Laura, per ascoltare padre Francesco Rossi De Gasperis che mensilmente commentava la seconda lettera di Pietro. 
Papà è anche voluto andare personalmente alla presentazione di un libro di Padre Francesco avvenuta circa due tre anni fa. Se papà si spostava per ascoltare era certo che l'oratore fosse una persona di qualità assoluta. Papà non si muoveva per meno.
Ho sentito pronunciare da padre Francesco Rossi De Gasperis nella aule gremite dell'Università Gregoriana cose che in alcuni anni pensavo fossero impronunciabili se non da papà nella cucina di casa sua. Questo mi ha fatto capire quale è la portata liberante della Parola. 

Altre figure luminose: Andrea Lonardo, padre Giovanni Marini-
Altre persone che ho potuto frequentare di meno, ma verso i quali ho un debito di riconoscenza sono don Andrea Lonardo, prete della diocesi di Roma, che mi ha fatto vedere un altro modo di brillare della stessa luce. Padre Giovanni Marini, francescano minore, inventore del SOG insieme ad Emidio, che, una volta, ho raggiunto  in una masseria in Puglia in modo rocambolesco partendo da Assisi e  parlando con lui in un ovile. Era vestito da pastore in quell'occasione. Peccato non averlo fotografato.  

Silvestro Paluzzi e Nicolò Meldolesi-
Ci sono poi due figure importanti che devo menzionare: Silvestro e Niccolò, in ordine di apparizione nella mia vita. Il dott. Silvestro Paluzzi, psicologo psicoterapeuta e il dott. Nicolò Giulio Meldolesi, medico psichiatra psicoterapeuta. 
Ad oggi considero queste due persone gli strumenti attraverso cui ho potuto fare un percorso privilegiato di crescita interiore e che mi hanno aperto ad un mondo che io amo e a cui vorrei fare accedere altri che ne  hanno bisogno. La maturazione umana è un terreno che predispone alla vita spirituale.

Valerio Albisetti-
Vi è poi una figura importante che ho potuto conoscere tramite i libri che ha pubblicato. Questi libri sono stati importanti, a volte decisivi per me. Si tratta dello psicologo psicoterapeuta il dott. Valerio Albisetti. I suoi libri mi hanno accompagnato a partire dal 1998 quando, con una delusione affettiva e con la morte del mio più caro amico, la vita mi ha posto davanti al limite. 

Torniamo a mio padre, nella mia vita il primo dei numero due-
Torno a papà. Da padre saggio, ha lasciato che io iniziassi il mio cammino con lui e che lo proseguissi con lui, ma anche da solo o accompagnato da altri pedagoghi che io sceglievo. Questo non lo ha scalfito nell'orgoglio, o nella sua identità.
No. Ho ripensato spesso e mi sono chiesto se nelle fasi in cui mi sono allontanato un pò da lui per misurare se avevo le forze sufficienti per camminare da solo, questo è avvenuto dal 2003 al 2010, lui ne avesse sofferto. Credo proprio di no, ha continuato sempre a starmi vicino e io gli spiegavo che preferivo affrontare le sfide da solo, ma dopo le prove condividevo sempre con lui il piacere del superamento della sfida o il dispiacere della apparente momentanea sconfitta. 
Papà mi ha sempre permesso ampie possibilità di manovra sia in direzione centripeda che centrifuga rispetto a lui.
Anzi incoraggiava questi movimenti, mai ostacolando i ritorni e sempre incoraggiando le partenze. 
Un concetto che lui esplicitava in latino citando San Paolo: "Multa sperimentare, bona tenere". 
Mio padre mi raccontava che, da piccolo, amava imparare guardando lavorare in officina l'amato nonno geniale meccanico che si era sposato in seconde nozze. Pur di frequentarlo, sfidava il divieto di sua madre, forse oggi non immediatamente comprensibile, di andarlo a trovare. Papà conosceva bene il valore del frequentare gente che sa fare bene il proprio mestiere, di gente in gamba, che punta alla verità delle cose e che ti fa crescere rilanciando sempre più in alto, sempre oltre.
Questa d'altronde è stata la molla che lo ha spinto a lasciare la Torino del 1967 per venire a Roma dove sperava di potersi confrontare con un ambiente più internazionale e più frizzante dal punto di vista culturale perché rinnovato dal fermento portato dallo storico evento del Concilio Vaticano II. E così è stato. 

Ho continuato sempre a dialogare con lui. Il rapporto non si è mai interrotto. Il suo essere padre nella vita e nella fede è continuato sempre. 
Padre e maestro di vita. Vita intesa sia come vita concreta che spirituale. Per gli uomini biblici, come papà, le cose non sono separate, non esiste soluzione di continuità. Sono due aspetti della stessa realtà.
Mio papà ha continuato a vivere tutto quello che mi ha insegnato fino al momento in cui ha chiuso gli occhi per l'ultima volta sulla terra. La sua fede lo ha guidato fino al momento del grande passaggio come un stella luminosa seguendo la quale non si può sbagliare la rotta della vita e si arriva al porto sicuro anche nella notte più oscura, anche nella tempesta più ostile. 
Dopo la sua morte, in un momento preciso, mi è stata data la grazia di percepirlo vivo, vitale, felice e all'opera vicino a Gesù, insieme a lui. Il dono enorme, totalmente immeritato, non dovuto e non necessario, ma forse frutto della particolare misericordia del Signore verso la mia fragilità dopo averlo accompagnato come medico nel momento più difficile e forse frutto della stessa intercessione di papà, di percepirlo felice e all'opera insieme a lui nel mondo che ci aspetta, in attesa di un nuovo incontro. Percepirlo, insieme a Gesù, contento di me, del mio assetto di fronte alla vita, fiduciosi entrambi nei frutti del loro insegnamento nella mia vita. Ho ricevuto da Gesù e da papà la conferma di essere pronto ad affrontare questo ulteriore tratto di strada in attesa del prossimo incontro.  

Tutto questo oggi rende mio padre Mariuccio Paolo ai miei occhi il testimone più credibile dell'insegnamento che mi ha trasmesso prima con l'esempio e poi con le parole, ogni giorno della vita. 

Negli ultimi giorni, in un momento di colloquio affettuoso vero a cuore aperto, come ne abbiamo avuti sempre sin da quando ero piccolo, salutandoci e sapendo entrambi che il tempo che gli restava non era tanto, gli ho rivolto fra le tante altre parole che per fortuna ho registrato e che un giorno trascriverò,  anche questa frase cercando inutilmente di tenere a bada la commozione: "Papà, ora mi dovrò ricordare tutto quello che mi hai insegnato". Lui con semplicità, andando al centro del discorso, mi ha risposto: "André è semplice, è il vangelo. E' tutto lì". 

Un esperto alpinista della vita-
Mia zia Flavia in una telefonata, prima che papà morisse mi rivolgeva questa considerazione: "Andrea hai avuto un grande maestro che ti ha insegnato come vivere e che adesso ti sta insegnando come morire".
Oggi che papà è morto posso dire, senza timore di essere smentito dai fatti, che la frase di mia zia è stata vera. 
Come medico ho visto tante persone morire. Tante persone sono morte mentre me ne prendevo cura. Ho avuto per i ventiquattro anni in cui ho lavorato in ospedale, un contatto quotidiano con la morte. E ho familiarità con questo momento della vita. Dal punto di vista medico conosco l'argomento. Anche se viverlo con un padre è tutta un'altra storia. Tutto diverso. 
Papà, da bravo torinese amante delle montagne, ha affrontato con il suo meraviglioso piglio montanaro anche l'ultimo crinale, forse il più complicato della sua vita, prima di raggiungere la vetta più ambita. Una vetta non segnata sulle cartine, non visibile se non con gli occhi della fede e della speranza, dono del Signore. 
Questo passaggio mi ricorda molto quanto ha vissuto Walter Bonatti, il più grande alpinista degli anni 50 nella sua scalata solitaria sul pilastro sud-ovest del Petit Dru nel 1956 sul massiccio del Monte Bianco, quando ormai era persa ogni speranza di sopravvivenza davanti ad una parete insormontabile, dopo 5 giorni di arrampicata su verticalità assolute. Per non sprecare l'unica remota possibilità di salvezza si è dovuto lasciare nel vuoto avendo come unico aleatorio appiglio una corda sospesa sopra un precipizio di seicento metri e assicurata da un fortuito artistico incastro tra il gomitolo di nodi fatti per disperazione ad una estremità della corda lanciata con un pendolo in una fessura di rocce. Bonatti non sapeva se il tutto avrebbe sostenuto la forza del peso del corpo aggravata dal lancio e cosa avrebbe trovato qualora fosse riuscito a risalire la corda con la sola forza della braccia.

In punto di morte ho visto papà fidarsi e seguire, ancora una volta, il suo solo maestro. Lo ha seguito sin da piccolo senza mai lasciarlo e ha imparato da lui tutto ciò che serve nella vita: farsi secondo. Sul crinale  della passaggio tra vita e vita ha seguito il capocordata di sempre, l'amico provato in settantotto anni di avvincenti ed eroiche scalate. L'apritore di piste impossibili. Papà per l'ennesima volta si è fatto secondo del suo amato numero uno e si è fidato di lui.
Dal mio punto di osservazione, fino a dove ho potuto seguire la loro scalata ho visto che sono andati benissimo, poi hanno voltato dietro lo spigolo di roccia non accessibile al mio sguardo e allora con uno dolore profondo li ho dovuti lasciare; ciò che è accaduto dopo, nella parte oltre il crinale, non l'ho potuto vedere.
Però è accaduto qualcosa che non mi aspettavo e che mi ha fortificato nella speranza che non avevo quasi più. Poche settimane dopo la sua morte, in Terra Santa, in Israele, su un battello al centro del lago di Tiberiade, in un posto dove papà qualche settimana prima di morire in un modo strano mi aveva dato una sorta di appuntamento, ho avuto l'impressione che tutto sparisse intorno a me: il chiasso delle persone, la musica sul battello al centro del lago.  Li ho rivisti, come usciti dal cono d'ombra in cui erano entrati prima di superare l'ultimo crinale,  e ho ricevuto l'impagabile dono di percepirli realmente vivi e vitali. Papà era al fianco del suo amico e capocordata, come sempre in sua compagnia, entrambi pronti per nuove avventurose missioni.

Papà è stato padre nella mia vita e nella vita di tante persone. 
E' stato ed è il mio maestro, il più importante.
Lui mi ha insegnato come vivere e come morire. Come un uomo che vive da numero due, non da numero uno,  che sa di avere un Padre, il numero uno, che provvede sempre, in ogni momento della vita e anche e soprattutto in punto di morte quando sembra che la strada sia finita e che non ci sia modo di arrivare in vetta.
Questa è la sua particolarità e la sua ricchezza ed è anche la mia.
Questa è la ricchezza della nostra famiglia che è condivisa con tutte le persone che lo hanno conosciuto. 
Questa è la roccia che ci ha generato.  

2021, 12 giugno - Cadini del Brenton (Belluno) - Papà e mamma sono venuti a trovarmi nel periodo in cui lavoravo lì. Sono stati giorni meravigliosi sulle montagne, sospesi tra la terra e il cielo. Papà diceva di se stesso di essere come un albero con la testa in giù, un albero che aveva le radici in cielo.


Ciao papà, ci vedremo come mi hai spiegato quando tornerai insieme a Gesù per un nuovo incontro. Io intanto procedo come mi hai detto di fare e con lo stile che mi hai insegnato. 

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martedì 24 maggio 2022

Mariuccio Paolo Piola - 24/05/2022 - Don Fabio Pieroni - Omelia del Trigesimo

Si resta a disposizione per la rimozione immediata qualora richiesta degli aventi diritto. 

giovedì 30 aprile 2020

Andrej Tarkovskij - Stalker - Commento di don Fabio Pieroni - Puntata 1


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lunedì 3 febbraio 2020

Luca 2, 22-40 - Compare il Messia e porta pienezza, luce, forza, vita - Omelia di don Fabio Pieroni

Il testo risulta dalla trascrizione dell'omelia di don Fabio Pieroni presso la parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle. I neretti sono stati aggiunti con il solo scopo di paragrafare il testo. Il testo non è stato rivisto dall'autore. Si resta a disposizione per l'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore- come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. 

Omelia di don Fabio Pieroni
La presentazione del Signore al tempio. Vi faccio vedere che noi non sappiamo nulla, forse perché il tipo di catechesi che abbiamo ricevuto è stata sempre insufficiente. 

La legge imponeva la purificazione della donna e del bambino e il riscatto del primogenito - 
Maria ha dato alla luce il suo primogenito a Betlemme e passati otto giorni va a Gerusalemme. Gerusalemme sta vicinissimo a Betlemme, sono massimo cinque kilometri.
Quindi prima che arrivino i magi, loro portano questo bambino al tempio. C’è un solo tempio in Israele, il tempio di Gerusalemme. Perché lo portano lì? Perché secondo la legge del Signore bisogna fare due cose: purificare la donna e il bambino dopo il parto e poi bisogna riscattare il primogenito. Perché ogni primogenito è di Dio e quindi io devo sacrificare due colombe se sono un poveraccio, oppure un agnello se ho i soldi, oppure un bue se sono ricco. Maria e Giuseppe non hanno niente, sono poveracci.  Sono lì pronti per fare questo atto. Un animale viene dato in olocausto, cioè bruciato, il sangue dell’altro invece deve toccare le pietre del tempio. Queste sono delle leggi  che all’epoca erano normali. Tipo: vado a fare il battesimo. Noi sappiamo che qualcosa succede e anche Maria e Giuseppe portavano questo loro bambino Gesù.

La storia di Simeone –
Ad un certo punto, mentre stavano per avvicinarsi al sacerdote, come se fosse il parroco, don Fabio, arriva Gaspare, il nostro parrocchiano. Conoscete Gaspare? Gaspare ha circa duecento anni, circola per la parrocchia, sa tutto di tutto. E’ un laico, uno qualunque, che tu lo prendi per strada e dici: ma che è questo vecchietto? Non serve a niente.  Simeone era uguale, aveva circa ottanta anni. E’ importante sapere che avesse ottanta anni, perché Gesù aveva pochi giorni.
Quindi Simeone, quando aveva circa sessanta anni, aveva visto tornare Israele dall’esilio e il tempio non c’era. Perché si è iniziato a costruire il tempio venti anni prima di Cristo. Era un rudere e poi la sua costruzione si completerà nel sessantasette dopo Cristo, dopo che Gesù è morto ed è risorto. Quando Simeone aveva ricominciato a gironzolare per l’area del tempio non c’era niente, era tutto sfasciato. Nel momento in cui è ambientato questo vangelo erano venti anni che ci si lavorava, ma già qualcosa si vedeva. Eppure vi era un andirivieni, una provvisorietà, poi litigavano fra i sommi sacerdoti, poi i cardinali, i vescovi, un casino, un macello. Però Simeone non mollava, stava lì. Anche se perdeva i colpi. 

Simeone prende Gesù dalle braccia di Maria -
Mentre  Maria e Giuseppe stavano portando lì Gesù, Samuele vede questo bambino e lo prende dalle braccia di Maria. Lo acchiappa. Non è stata Maria a portarglielo. E lui se lo prende.
Glielo prende, lo alza e dice: “Luce dei miei occhi. Meno male. Per questo non ho vissuto invano. Non ho sperato invano che cioè che tutta questa religione che sta crollando, che è inutile, che è ridicola, che è addirittura maledetta questa religione, perché non fa altro che creare casini, conflitti, delusioni. Ma sei arrivato tu. Tu sei il Messia, sei la Gloria di Israele, la luce delle genti. Maria guarda questo bambino sta qui perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Egli è qui per la morte e la Resurrezione di molti in Israele. E anche a te una spada ti trafiggerà l’anima”. E glielo restituisce. 

Il vangelo ricorda e decide di raccontare di questo intervento di Simeone - 
Che sta succedendo? Questi sono alcuni dati importanti che se io non ve li sottolineo, voi non li potete capire, non li potete notare. Perché appunto Simeone è uno qualunque. Ecco appunto come Gaspare che prende il bambino e uno potrebbe pensare: “Come si permette di dire queste cose? Dove stanno scritte le cose che sta dicendo, questo è un pazzo!” Invece il vangelo scrive queste cose.

Questo vangelo è per chi si sente in perdita, ma sta aspettando con speranza- 
Primo punto. Questo vangelo è per tutte le persone che si sentono questa mattina dei catorci. Ti senti un catorcio, una rovina. Però vieni qua a messa. “Chissà se mi può accadere qualcosa? Mi sento così invecchiato, così in perdita con tutto: con la speranza, con la religione. E poi ti dicono che il Papa così, il Papa colà, il prete così, il prete colà, ma andate tutti a quel paese, ma chi se ne importa di tutto questo macello!”. Possono venire in mente queste cose. Ma uno vede una persona, una persona speciale perché in lui brilla qualcosa di straordinario, qualcosa che viene da Dio. Le cose che vengono da Dio, ti danno la vita, ti ringiovaniscono. Le cose che vengono da Dio, molto spesso non hanno l’etichetta “Viene da Dio!”. Le cose che vengono da Dio spesso non è un prete tutto preciso, con la tiara, con tutti gli anelli. Spesso non è così. Spesso appare un poveraccio, un piccolo dettaglio in cui c’è il Messia, in cui c’è una parola di conforto, di conferma, di sostegno. In cui tu ti senti edificato, ti senti rinascere. Spesso avviene così. Quindi questa speranza che ha Simeone, che significa “ Dio Ascolta” il grido di un poveraccio che aveva una speranza. 

Anche Anna è in attesa – 
Anche Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser, che aveva ottantaquattro anni e che non lasciava mai il tempio, che non si allontanava mai dal tempio, stava sempre a dire rosari, rosari, rosari, si rallegra. Capite? Perché stavano aspettando e questa loro attesa non è stata inutile.

Se appare la luce del Messia, appare la vita, la fiducia, la pienezza, la forza - 
Ecco quindi spero che per quelli che state qua che avete il conto in rosso, che avete il bilancio in passivo, che avete un senso di delusione, di sofferenza, se appare per un secondo il Messia, tu ti dimentichi tutto, tu vivi finalmente. Torni a vivere. Ti arriva una parola del Vangelo, ti senti compreso, ti senti che Dio sta dalla tua parte. Questa piccola luce illumina il tuo cuore e ti fa diventare come un giovanotto, come Simeone, che prende questo ragazzino lo alza, si rallegra, fa una cosa che è anche antipatica, ma non gliene frega niente.

Il vangelo decide di raccontare questo incontro- 
E il Vangelo scrive questo, avrebbe potuto non farlo. Perché capite che qui viene contestata tutta la religione ufficiale dal Vangelo. Si sta dicendo qui che la religione ebraica dell’epoca era fuorviante. Possibile che anche la nostra religione, la nostra liturgia si è fatta troppo formalmente ed invece di veicolare l’incontro con il Messia, con la vita vera, anche se uno fa tutti i precetti precisi viene consegnato alla morte.  Quindi c’è tanto altro da dire oltre quello che sto dicendo adesso. 

Anche a noi può capitare quanto accaduto a Simeone e ad Anna - 
Però io penso e spero che qualcuno di voi che qui oggi si trova come Simeone e Anna, avvertano una nuova giovinezza. Anche se sei giovane, sei distrutta, distrutto e arriva questa luce. Luce delle genti, gloria di Israele.
Questo è un primo bellissimo punto che ci dice questa festa.

Ogni dono deve essere interpretato nella giusta maniera e gestito secondo la finalità per la quale è stato pensato da Dio - 
Un secondo punto è questo. Che quando questo Simeone prende questo Gesù fra le mani, questo dono. Questo dono deve essere interpretato nella giusta maniera. Perché un dono uno lo può autogestire. Tanti doni possiamo avere: il fatto che esistiamo, il fatto che siamo dei catechisti, il fatto che sei un genitore, il fatto che hai un lavoro. Questo dono che tu hai lo puoi autogestire. Sbagli. Ci deve essere qualcuno che innanzitutto ti dice: “E’ bello che tu ci sia! E’ importante che tu faccia e sia quello che sei, perché sei un dono, non sei un errore, non sei uno qualunque!”. Simeone dice questo e non lo dice solamente a Gesù, o meglio, lo dice a Gesù perché questo valga anche per me. Vale anche quando noi prendiamo il pane e il calice e lo offriamo. Io e te siamo un dono per Cristo. Questo è importante perché ogni dono è una benedizione. Perché noi ci percepiamo come delle persone inutili, come delle persone sbagliate, come delle persone superflue, invece sei un dono. Un dono. “Ma chi me lo avrebbe mai detto che sono un dono?

La novità portata dall’incontro tra Gesù e Simeone - 
Però questo dono ha una intenzionalità. Quindi il dono non va autogestito. Il dono deve essere gestito secondo la sua vera intenzionalità. Che non è quella che tu attribuisci e che tu gestisci come catechista, come maestro, come papà, come mamma. Bisogna che tu ogni tanto ti rallinei con la intenzionalità che Dio ti ha dato. Per questo Maria che stava entrando nel tram tram della legge, incontra questo Simeone che dirotta il dono per fare altro, per attribuirgli un’altra intenzione. Questa è una cosa del tutto nuova perché all’epoca i rabbini non mettevano mai insieme queste due profezie: luce delle genti e gloria del tuo popolo Israele. Questa è una cosa assolutamente blasfema per la sensibilità religiosa ebraica. Le genti sono i cani, non avevano niente a che fare con Israele, e quindi non si poteva metterli vicini fisicamente, ma neanche verbalmente. Gesù invece è questa comunione, che è qualcosa di assolutamente nuovo. Addirittura è qualcosa di proibito per la religione ufficiale e quindi è un problema per la religione ebraica. Sarà una spada per Maria, sarà una spada per tutti. Qualcuno che taglia, che apre una nuova realtà. 

L’importanza anche per noi di dare il giusto significato al dono che siamo -
Quindi anche per noi è così. Dobbiamo stare attenti. Il nostro essere un dono non lo autogestiamo. Dobbiamo riferirlo ogni tanto, perché piano piano, piano piano o perdiamo il senso di quello che facciamo, il bandolo della matassa, oppure siccome ci sentiamo così sicuri, succede che iniziamo a fare nostre delle iniziative che non sono di Dio, ma sono solamente le nostre. Cominciamo  a portare la vita nostra e la vita degli altri con l’illusione che noi lo stiamo facendo secondo la volontà di Dio, ma in realtà in maniera del tutto arbitraria. Questo pericolo di autogestirci in maniera autonoma e slegata dalla intenzionalità di Dio è un problema. 

L’umiltà di ricevere delle conferme da altre persone che confermino che stiamo vivendo il dono secondo l’intenzionalità assegnata da Dio -
Quindi la nostra umiltà è quella di avere delle conferme. Di avere qualcuno che ci dica: “Si, stai andando bene!” Persone che riconoscano che quello che noi stiamo vivendo a nome nostro continua anche ad essere il nome di Dio, altrimenti facciamo un casino. Roviniamo quello che noi siamo. Smarriamo quello che solamente Dio ci può indicare.

Attualità di questa festa: c’è la speranza di ripartire in modo nuovo - 
Ecco questa festa della Presentazione è qualcosa di molto attuale. Noi vediamo che un certo mondo religioso sta morendo e pensiamo allora che sia tutto inutile quello che stiamo facendo. No. C’è una speranza. C’è qualcuno che fa ripartire tutto in una maniera diversa. Sfruttando anche le cose che noi anche stiamo già vivendo. E quindi allora questa attesa questa speranza, come quella di Simeone, non è vana. Quindi è anche possibile che magari sto parlando e ad alcuni di voi non gli fa né caldo né freddo. Tranquillo. Anna di Fanuele ha aspettato ottantaquattro anni.  Tu quanti anni hai? Ancora a voglia. Tranquilla arriverà anche per te il momento in cui potrai rallegrarti, potrai gioire perché vedi Dio. Perché basta un instante in cui vedi Dio e a te non te ne frega più niente. Quello che è stato, quello che sarà, non te ne frega più niente. E’ arrivato il Messia, è arrivata la vita nuova e adesso io sono completamente rapita, completamente rapito da questa intuizione, da questa gioia, da questa comunione così profonda. 

lunedì 6 gennaio 2020

Matteo 2,1-12 - L'esperienza dei magi - Omelia di don Fabio Pieroni


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio dell'omelia di don Fabio Pieroni tenuta presso la parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle il 06/01/2020. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

Matteo 2,1-12

1 Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». 3 All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
6 E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele
».
7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella 8 e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
9 Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10 Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12 Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Una storia con più livelli di comprensione - 
Il vangelo sembra un raccontino. Parliamo come i bambini: i Magi, la stella, la cometa. Poi portiamo i nostri doni. La letteratura del vicino oriente cristiano, duemila anni fa, si esprimeva mediante una modalità  che si chiama midrashica. Midrash significa ricercare attraverso i racconti. Una favoletta, che però ha diversi livelli di comprensione, di approfondimento. Infatti dentro questa storiella, che non è una favola, ma è raccontata in modo che sembri una favola, vanno valorizzati tutti i personaggi. 

Personaggi che lasciano il loro oriente, il loro punto di riferimento - 
Avete visto che ci sono questi personaggi lontani dalla cultura di Israele che vengono dall'oriente che è un punto di riferimento. Lasciano questo punto di riferimento e vanno altrove. Scelgono un altro punto di riferimento che è più importante dell'oriente. E' una cosa particolare questa per cui loro seguono questa stella che cambia il loro punto di riferimento. La loro cosmogonia. La loro visione della vita. Quando nella scrittura si parla delle stelle è sempre segno che c'è un trauma, una rivoluzione. Una rivoluzione cosidetta copernicana. Infatti questi camminano, arrivano a questa capanna, provano una grandissima gioia, poi tornano per un'altra strada. Ripartono con grande forza.

Un appuntamento per tutti noi - 
E poi dopo il vangelo avete ascoltato che c’è un appuntamento, un solenne appuntamento che la Chieda dà a ciascuno di noi perché succeda qualcosa che adesso vedremo. 

L’esperienza dei magi: un’esperienza concreta che è per ciascuno di noi- 
Innanzitutto partiamo dall'esperienza delle stelle. Qualsiasi persona che ha assaggiato la fede ha avuto questa esperienza. San Paolo ci racconta di una grandissima luce, come una stella che lo ha azzerato, lo ha disarcionato dal suo modo di affrontare la vita. E la sua vita è stata del tutto modificata e del tutto cambiata. Questa è un'esperienza che tutti voi che state qui sicuramente avete fatto: una catechesi, i 10 comandamenti, quella persona che ti ha segnalato che forse Dio può essere presente dentro la tua storia e che ha modificato il tuo modo di valutare, di approfondire, di affrontare la vita. Questa è l'esperienza dei magi. Per questo state qua. Non è che noi stiamo parlando della cometa di Halley, forse potrebbe essere anche quella, ma sicuramente non è solo un fatto storico. E' un fatto spirituale. Ha un nome e cognome preciso quella cometa. E' successo un fatto preciso. Ha modificato per esempio il tuo modo di organizzarti la domenica. Invece di startene a letto, vai a messa. Vuoi andarci. Vuoi celebrare. Ti rendi conto che è una cosa importante. E' cambiato qualcosa. Questo della cometa già comincia a diventare un elemento straordinario per dare una sintesi dell'esperienza cristiana. Questi magi, che siete voi, osservano. 

Tornare ai vecchi punti di riferimento: un problema presente. Ripartire con determinazione come i magi - 
Però c'è un grande problema. Il problema è che noi possiamo tornare ai vecchi punti di riferimento. Basta niente e noi torniamo quelli che eravamo prima. Mentre invece questo vangelo, questa celebrazione vorrebbe indurci a ripartire con una nuova convinzione. Perché adesso dopo questo tempo forte delle celebrazioni, il tempo forte che stiamo vivendo, ricomincia il tram tram quotidiano,  e quindi uno perde il ritmo per cui ciascuno di voi non so oltre alla messa domenicale appartiene ad una Comunità neocatecumenale per esempio, oppure appartieni al Laboratorio della fede, oppure ai 10 comandamenti, oppure ti sei ripromesso o ripromessa di voler approfondire queste intuizioni volendo ascoltare prossimamente altre catechesi. Allora bisognerebbe che dentro di noi questa mattina concepissimo la decisione di ripartire con forza, con determinazione perché adesso inizia l’anno vero e proprio. Ci siamo preparati durante il Natale e adesso arriva tutto il tempo della Quaresima, della Pasqua. Della Pentecoste. 

La liturgia è il luogo  dove Cristo appare e ci aiuta - 
Tutta la nostra vita, avete sentito come diceva qui l’annunzio del vangelo, deve essere avvolta da questa luce della stella. Cioè dalla liturgia. E’ la liturgia che ci accompagna, che ci spinge. La liturgia è il luogo dove appare Dio, dove appare Cristo, dove lui ti aiuta, ti sostiene. Per questo tante volte la Chiesa è restia ad indicare che la madonna appare a Medjugorie. C’è un’apparizione molto più concreta, molto più importante che è quella della liturgia. L’Epifania. Epifania significa la manifestazione di Dio. Quando Dio si manifesta tu respiri, rifiati. Riprendi la tua voglia di vivere. Trovi finalmente quel bandolo della matassa. Capisci che ci sta una via di uscita dalla tua situazione di sofferenza. E quindi questo è il punto: la liturgia è il luogo dove Dio ti appare. 

La cosa più difficile: dare seguito alle cose - 
Certamente c’è stato il big bang. C’è stata quell’esperienza straordinaria, non so ad Assisi, o a Medjugorie stessa, non so quello che ti pare a te, ma questa è la cosa difficile: dare seguito alle cose e ripartire per un’altra strada. Una delle cose più difficile è dare seguito alle cose. Tu inizi a fare la ginnastica per ottenere il dimagrimento con il tapis roulant e fai la prima botta a 12.  Non so se l’avete mai fatto, ma se lo fai a 12, poco allenato come uno sta, dopo due minuti zompi fuori e poi riprenderai dopo tre mesi quando ti sei ripreso dal trauma. 
Non è solo difficile iniziare, quasi miracoloso, ma ancora più difficile è  stare dentro le cose. 

La liturgia è lo strumento più importante per dare seguito alle cose e vivere con un nuovo orientamento - 
Per fare questo non possiamo contare sulla nostra buona volontà. Abbiamo bisogno di essere sostenuti e la liturgia è lo strumento più importante che abbiamo. La liturgia non è un tipo di attività che noi abbiamo per accattivare la simpatia di Dio nei nostri riguardi. E’ un’azione di Dio per noi, insieme con noi che ci tiene dentro questa nuova cosmogonia che è stata rivoluzionata attraverso quell’evento che ti ha cambiato. Come ha cambiato san Paolo, san Francesco, me, tutti noi. A ciascuno di noi una stella è apparsa, è successo qualcosa e tutto è cambiato. Abbiamo abbandonato l’oriente. Uno quindi deve vivere un disorientamento perché il cristianesimo quello vero non obbedisce alla legge della creazione, alla legge della natura, le supera. Le cambia. Perché le leggi della ragione non sono sufficienti per poter vivere nella storia. La storia contraddice la ragione. Quello che noi viviamo è assurdo, però c’è. C’è capisci. E’ assurdo però c’è. E come fai a vivere delle cose che non capisci. Diventi scemo. Il 90% delle cose che viviamo ti frustra. E’ minaccioso, tutto è difficile. 

La liturgia chiave ermeneutica per vivere la salvezza dentro la storia - 
Allora Cristo ti dice: io sarò con te. Ti apparirò a patto che ogni domenica staremo insieme. Ma ci sono altri momenti importanti, fantastici che non saranno per alienarti  dalla storia, ma per entrare dentro la storia. Una cosa straordinaria. E’ la chiave ermeneutica per vivere nella storia. Questa è l’esperienza che dovremmo fare noi. Questa è l’esperienza cristiana della salvezza. Questa è la salvezza. Sinteticamente. La salvezza non vuol dire che non vai all’inferno, ma la salvezza è sperimentante che qualcuno ti accompagna e ti sostiene e ti dà quel quid in più che un poveraccio non ha, non perché è cattivo, ma proprio perché questa luce non l’ha avuta. 

Fare un salto di qualità: da fruitore a protagonista del racconto di come vivere in questa dimensione cambia la vita - 
Quindi attenzione. Altro punto fondamentale di questa celebrazione. Quindi questa festa dovrebbe portarci a fare un salto di qualità notevole. Quale?  Ora ci sono nella chiesa i lontani, quelli che hanno un’appartenenza debole alla parrocchia, quelli che hanno un’appartenenza forte, disposti come in  vari cerchi concentrici. Spesso chi sta dentro la chiesa e ha una appartenenza forte, come è probabile che l’abbiate voi, rimane fondamentalmente ad un livello in cui pretende che il prete, che il catechista, gli dia qualcosa di positivo per sé. Certamente questo è un livello importante, ma ad un certo punto succede che tu diventi missionario. Sei tu il missionario ormai. Sei tu. Non sei più l’oggetto della catechesi, ma tu diventi soggetto. Sei tu che fai la catechesi, sei tu che dai testimonianza, sei tu che racconti che hai cambiato punti di riferimento, che tu vieni aiutato dalla liturgia. E quindi cominci a renderti conto che tu fai parte della Chiesa, sei la Chiesa. Io sono molto contento che esistano le sardine, questi movimenti, bellissimo. E uno mi potrebbe chiedere: ma tu che fai politicamente, socialmente, eticamente? Io sono la Chiesa. Io porto avanti questa cosa straordinaria, questa luce. Perché Dio mi ha chiamato. Dio ti ha chiamato? Si. Si poi gli asini che volano, poi sei esaurito. No a me Dio mi ha chiamato. Ma sei scemo? Questo mondo se tu parli così, Dio mi ha chiamato, mentre  stai prendendo il cappuccino in pausa pranzo, gli altri ti dicono: questo è scemo, a questo le feste di Natale lo hanno condizionato poveraccio. Invece è così. Ma non con fanatismo. 

Nuovi incontri di catechesi - 
Adesso dal 21 gennaio in poi noi  faremo le catechesi del cammino neocatecumenale per cui se tu hai un amico tuo, gli darai dei foglietti dei pro memoria. Sono importanti. Se tu non hai mai fatto una catechesi, sei venuto a sentire la messa, è fondamentale che tu l’ascolti. 

Tante persone che nella parrocchia vivono questo atteggiamento missionario - 
Io evidentemente vedo tante di queste persone che non solamente prendono, mangiano, succhiano vita, ma ci sono tantissimi che fanno presente questo atteggiamento missionario. Per esempio io devo ringraziare tantissime persone. Laggiù c’è un bellissimo presepio. Ci sono voluti quasi due mesi per farlo. Delle persone concrete ci hanno lavorato, non si è fatto da sé. Tutto l’aspetto dei fiori, ci vogliono giorni per farle alcune cose. Poi la festa del Capodanno, tutto fatto gratuitamente. Il coro, l’oratorio, gli scout. C’è una grande appartenenza che non è solamente di chi riceve. E a questo punto più uno dà, più si sente vivo. Quindi io vi invito proprio a sentirvi contenti questa mattina perché state diventando un dono. Un uomo diventa se stesso, una donna diventa se stessa quando inizia a vivere nella dimensione del dono. I doni. Ricevere doni, essere doni. Tu sei una cosa preziosa, sei un dono. Avere questa visione che contraddice il nostro oriente. Il nostro oriente ci dice che noi siamo così così. Se noi invece cambiamo, facciamo questa rivoluzione, ci accorgiamo che abbiamo una dignità in Cristo che è straordinaria. Lui ci ha chiamati.

Sintesi dell’omelia - 
Ricordiamoci per sintetizzare. Questo cambio è avvenuto. Bisogna mantenerlo, ripartire con decisione aiutati dalla liturgia che ci accompagnerà. Ci saranno questi momenti importanti, forti. E poi tutto questo ci porta a diventare missionari, testimoni. La testimonianza non deve essere fanatica. Deve essere molto semplice. Tu parli con qualcuno e quello ti dice: e allora i bambini che muoiono appena nati? E che ne so io. Non lo so. Non è che siccome io conosco le equazioni, io conosco tutta la matematica. Io non conosco nemmeno le tabelline.  Capite non è che dovete far fare la bella figura a Dio, a Dio della bella figura non gliene importa perché è impossibile capire tutto. Noi possiamo fare conto su qualcosa che ci sostiene e che ci aiuta. 

lunedì 27 maggio 2019

La bellezza va difesa - Omelia di don Fabio Pieroni

Le aspirazioni e le inclinazioni non sono i capricci. Sono i desideri più grandi.
Non è facile distinguere un capriccio dai desideri più grandi.
I desideri più grandi li suggerisce lo Spirito Santo.
Sono le cose alte, le cose grandi.
Che spesso noi scambiamo per delle cose inutili.
Invece, siccome non facciamo discernimento, ma siamo sbrigativi,
oppure deleghiamo i nostri criteri di discernimento alla televisione all'opinion leader del momento che ci sembra così interessante, dopo due anni non è più nessuno, però all'epoca noi gli affidammo il nostro criterio per decidere perché all'epoca quel determinato calciatore fece questa affermazione, magari di assolutizzare l'importanza del mister. Ora noi dobbiamo capire che questi figli, non sono solo i figli di una famiglia, ma di una comunità cristiana, che vuole dare il meglio a questi figli.
Li avete visti quando sono entrati? Gesù ad un certo punto dice: " Io voglio che questi miei amici che sono gli apostoli, vengano consacrati nella verità", perché ogni bambino, ogni uomo, è come un tempio, che viene dedicato, consacrato alle cose più grandi. E quando c'è una cosa grande, c'è una cosa bella che ti commuove. Avete visto no? L'innocenza, la spontaneità, la bellezza questa dobbiamo difenderla, dobbiamo coltivarla, dobbiamo farla crescere e per questo abbiamo dei catechisti, abbiamo dei sacerdoti.

Don Fabio Pieroni - Parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle
Omelia del 26 maggio 2019

martedì 30 settembre 2014

Piero Pasquini - Funerali - Omelia di don Fabio Pieroni



Nella parrocchia del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo a Roma, il 19 settembre 2014, si sono celebrati i funerali di Piero Pasquini, che ci è diventato molto caro. Un momento difficile e complesso, come sempre in questi casi, ma anche rallegrato e rasserenato da una speranza antica e nuova. Uno strano miscuglio di dolore per la scomparsa di un caro, ma anche una festa, un giorno illuminato dalla speranza di una vita che non muore, di un tempo di gioia che inizia e che non finirà mai.
Questa è la luce che in questa strana giornata si è diffusa a rischiarare i pensieri e il cuore di tutti coloro che si sono trovati a partecipare a questo momento di preghiera.
Riportiamo il testo del vangelo e la trascrizione dell'omelia pronunciata da Don Fabio Pieroni.

Si rimane a disposizione per l'immediata rimozione del testo su richiesta degli aventi diritto.


Luca 7, 11-17
In quel tempo Gesù si recò in una città chiamata Nain con i suoi discepoli e con lui una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato al sepolcro un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “ Non piangere”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “ Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “ Un grande profeta è sorto fra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e in tutta le regione circostante.

Omelia:

La morte: un fatto che verifica la nostra vita - Abbiamo ascoltato questa lettura e stiamo vivendo un momento forte. Di fronte a questa esperienza della morte tutti noi veniamo in qualche modo traumatizzati, perché veniamo riportati ad una realtà che poi è misura di tutto quello che noi viviamo, di tutto quello che noi facciamo. Perché di fronte alla morte veniamo proprio verificati da qualcosa che cerchiamo di sfuggire, di dimenticare, di rimandare. E allora per tanti di noi oggi è un distacco da un padre, da un fratello, da un amico, tanti altri sono amici di amici.

Il concetto della morte illuminato dalla resurrezione di Gesù Cristo - Per tutti noi comunque è un evento che va illuminato, perché noi possiamo vedere dietro questo evento, una vittoria, un significato alla luce di colui che ha affrontato la morte che è Gesù Cristo, e che ha dato alla morte un segno nuovo che è quello del passaggio, che è quello di un’esperienza che mentre ci arriva, invece di toglierci la vita, pur non volendo, questa morte ci consegna qualcosa nella speranza.

La dimensione della resurrezione - Perché la morte è stata distrutta dalla resurrezione di Gesù Cristo nel senso che gli è stato cambiato il segno. Gli è stato cambiato il pungiglione. Questo pungiglione non ha più in Gesù Cristo quel veleno che toglie la voglia di vivere, ma al contrario ci introduce in un’altra dimensione che è quella della resurrezione di Gesù che è qui presente e che ci vuole dare una parola, su Piero e su quello che oggi stiamo vivendo. E abbiamo ascoltato questo vangelo.

La ricerca di Dio e della verità - Questo vangelo è stato preceduto da una parola di San Giovanni apostolo. Non si è capito quasi niente perché è un testo molto difficile che andrebbe studiato e approfondito con calma. Fatto sta che mentre ascoltavo, mi è rimasta una cosa sola. Lui diceva che c’è qualcuno che cerca Dio. Uno vorrebbe vedere Dio. Dove sta Dio. E uno ha questa pretesa di vedere Dio. Dio è la verità, la cosa più grande, la cosa più vera. E io credo che Piero avesse questo atteggiamento. Mi ricordo che era una persona molto esigente, come mio padre. Praticamente erano quasi coetanei. Mio padre è morto due anni fa. Una persona di grande umanità, ma di grande laicità. Quindi non un religioso naturale. A lui non gliene importava quasi niente delle messe, delle candele, delle preghiere. A lui rimbalzavano. Sai quando, m’arimbalza. Perché mio padre come Piero era una persona che cercava la verità, più vera, più autentica. Mi sembra una giusta pretesa che Gesù non sottovaluta.

L’esperienza concreta del vangelo: una parola che si fa realtà - E allora cosa successe. Io credo che questa ricerca della verità è stata premiata da parte di Dio nei confronti di Piero il quale ha vissuto il vangelo.
Avete visto il vangelo parlava di una città di Israele che si chiama Nain. Dov’è Nain? Nain si trova in Israele, in una pianura. La pianura della fecondità, si chiama la pianura di Esdrelon e sta sotto il monte Tabor dove c’è stata la trasfigurazione. Lì in questo paesetto passa il corteo funebre. Ci sono i pianti e c’è il bambino morto. Un ragazzo. Mentre questa donna piange Gesù ebbe compassione. Si ferma il feretro e dice: “ Ragazzo alzati!”, poi questo si alza sul serio, resuscita, comincia a parlare e lui lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “ Un grande profeta è sorto fra noi! Dio ha visitato il suo popolo”. Ecco qua quello che un certo giorno Piero ha cominciato a dire. “Dio mi sa che c’è sul serio!”.

Una persona che cerca la verità è permeabile all’azione di Dio. Questa azione lo ha fecondato, lo ha umanizzato. L’ultima volta io l’ho visto alla festa della parrocchia e mi disse qualcosa di simile a quello che mi disse mio padre. Mio padre era un grande professionista che voleva che io continuassi a vivere con lui nella sua azienda e si rammaricava che io fossi addirittura diventato prete, mi fossi rovinato così. Avevamo e facevamo un sacco di cose gagliarde. Prete. Di tutte le cose, prete. Mio padre è stato tre anni a ripensarci, ma negli ultimi tempi mio padre mi disse: “ Lo sai che io ti invidio, che vivi una vita bellissima!”.
Io credo che la stessa cosa ha cominciato a dire Piero di Luca. Abbiamo letto il vangelo secondo Luca. Chi è il morto che poi viene resuscitato. Io penso che era proprio Luca. Io sono sicuro che dentro tante anche situazioni di conflitto che ci sono tra padre e figlio, figlio e padre c’è sempre una sfida e anche una ricerca della verità.

Aver riconosciuto la visita del grande profeta - E il fatto che Luca è venuto nella nostra parrocchia morto, non fisicamente, ma quasi. Moribondo. Per tanti problemi che nascono proprio dal fatto che uno perde sua madre che è la chiesa. Lo restituì a sua madre, dice il vangelo. Il fatto che durante questo tempo anche lungo, adesso sono una decina d’anni che Luca frequenta la nostra parrocchia Luca è sbocciato, si è laureato, si è sposato, è maturato, e diventato padre, una cosa grandissima, ha suscitato nel padre questa considerazione: “ Ma che ti sei dopato?”. Come mai. Questo lo ha rallegrato profondamente. In questo senso noi possiamo celebrare un funerale cristiano di una persona molto laica che però ha riconosciuto Cristo. Come diceva il vangelo: un grande profeta è sorto fra noi. Dio ha visitato la mia vita, mio figlio, la mia realtà. Non si è stancato di me. Non mi ha maledetto. Non mi ha sottovalutato. Non ha tradito le mie aspettative. Ora, lo diceva anche un personaggio molto importante del vangelo di Luca, “ Ora lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua Parola” ( cfr Luca 2, 29). Posso pure morire “perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” ( cfr Luca 2, 30-32).

Quanto è grande il tuo amore - Certo la morte è sempre una cosa alla quale si ribella, però ci sono tante cose che ci preparano, che ci facilitano e che ci introducono in una pienezza della quale questi fiori sono segno. Sono segno di quella terra in cui tante cose saranno chiare. In cui ci accorgeremo che tante manchevolezze sono state colmate da tanti fratelli che ci hanno amati. In cui potremmo dire: “ O Signore, nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!” ( Salmo 8). Abbiamo cantato questo. In primo luogo oggi questo lo dice Piero. O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.
La vita nostra vista alla luce della parola di Dio, al di là di questa vicenda storica. “Che cosa è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero” ( Salmo 8). Ma tu lo hai fatto poco meno degli angeli. Di gloria e di onore mi hai coronato ( cfr. salmo 8). Come mai tutta questa misericordia? Come mai tutta questa attenzione? Come mai tutta questa grazia che hai riversato su di me, anche nei riguardi di mio figlio, e anche tramite tanti amici? Qui c’è anche il vescovo, Mons. Dieci che è suo amico. Quante amicizie. Quanto aiuto da alcuni fratelli come anche Mons. Dieci ha dato a Piero.

Fare memoria del significato del funerale di Piero - Tutto questo oggi dobbiamo raccoglierlo e coniugarlo con la nostra esistenza che tante volte è così distratta, superficiale, perché nessuno ci aiuta a ragionare. A ragionare attraverso la parola di Dio che illumina questi eventi che ci passano addosso così, come pioggia che passa sopra un impermeabile. Adesso usciamo di qua, andiamo a cercare la macchina da qualche parte in questo quartiere pazzesco, difficilissimo, e ti dimentichi di tutto: “Come si chiamava? Che cosa abbiamo fatto?” No. Alcune cose le dobbiamo difendere. Alcuni eventi dobbiamo ricordarli. “Che fai, ti ricordi un funerale?” Si, meglio ricordarcelo. Ricordarsi la parola di vittoria che Cristo ha pronunciato in un evento che ci sembra banale, che ci sembra inaspettata. Questo evento non è così tragico, dove c’è questo giudizio in cui c’è il Cristo da rappresentare come nel Giudizio universale di Michelangelo dove appare arrabbiato. È un’iconografia sbagliata. Cristo non è così. Non è quello Dio.

Ripartire dal fare qualcosa di bello in Dio - Ringraziamo Dio che siamo qua. In questa situazione complessa, dolorosa, che però ha il potere di offrirci quel collirio che deve lavare i nostri occhi perché possiamo ripartire. Perché ci possiamo sbrigare a fare qualcosa verso Dio. Ti devi sbrigare. Quando una persona comprende che si deve sbrigare a fare le cose belle significa che ha una virtù che si chiama il timor di Dio. Il timore di Dio è. “Mi devo sbrigare a fare qualcosa di bello! Sto perdendo tempo. Mi sono fissata su mia nuora. Mi sono smontata per quella offesa. Mi sono demoralizzato per quell’obiettivo fallito”. Ma ce ne stanno tanti altri che dobbiamo cercare in Dio!

Continuare vivere nel canto - Io invito adesso, a partire da Elena e da Luca, a vivere questo momento in cui celebriamo questo segno dell’Eucarestia che è un segno di fedeltà perché Dio è il primo che ci ha voluti vivi. “ O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” ( Salmo 8). Lui ci ha creati per amore. Non è che il suo sguardo si distoglie perché noi abbiamo detto una parolaccia. Ringraziamolo. Il Dio, quello sbagliato, mettiamolo alla porta. Io quest’anno ho fatto un pellegrinaggio in cui ho detto: “ Dobbiamo fare un atto di ripudio del Dio falso!”. Noi siamo oppressi a volte da un Dio falso, che fa sempre tutto difficile. Oggi Cristo è qua. Io credo che appunto Piero in questa visione di Dio si possa riposare, rallegrare e cantare questo salmo del quale abbiamo ascoltato la versione cantata, ma che potremmo riprendere. E’ il salmo 8. Trovatelo, se uno non ha la Bibbia se la compra. 

IL CAMMINO DELL'UOMO

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Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003