Visualizzazione post con etichetta Funerale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Funerale. Mostra tutti i post

sabato 2 marzo 2024

Padre Francesco Rossi De Gasperis S.I. - Omelia del funerale

 Il giorno 28 febbraio 2024 è stato celebrato il funerale di padre Francesco Rossi De Gasperis nella Chiesa del Gesù a Roma. Riporto la trascrizione dell'omelia che è stata fatta da padre Cesare Geroldi. Se qualcuno che legge volesse inviare un proprio ricordo di padre Francesco Rossi De Gasperis, una riflessione, una testimonianza, un saluto o altro può scrivere alla email: francescorossidegasperissj@gmail.com.

28 marzo 2014 - padre Francesco Rossi De Gasperis S.I. alla Pontificia Università Gregoriana per l'ultimo incontro di commento alla Lettera di Pietro, mentre si congeda.

Omelia


Tocca a me dare la voce a voi. Mai avrei pensato, quando lo incontrai la prima volta, da studente all’Università Cattolica, che sarebbe toccato a me fare l’omelia davanti alla bara di Francesco. Era il 1981, venne a fare un seminario nel corso di Storia della Filosofia moderna. Da allora cominciò tutta una relazione di amicizia, di stima, di dialogo, di discepolato anche per me. Ecco sono qui a esprimere, a dare il timbro di voce a quello che è dentro ciascuna e ciascuno di voi in questo momento. Forse con qualcuno di voi ci siamo visti nel 2019, nella Cappella dell’infermeria al Canisio, quando abbiamo celebrato i 75 anni di Compagnia di Francesco. Vi ricordate quell’omelia di sei minuti in cui diceva: «Insomma sono settantacinque anni che mi firmo Francesco S.I., Societatis Iesu, “della Compagnia di Gesù”. Ma, in italiano, si legge “sì”. È il “sì” che il Signore mi ha detto per settantacinque anni in questa chiamata, che ha suscitato in me il desiderio di rispondergli “sì” per tutto questo tempo». Voi vi ricordate come, con la sua ironia, diceva: «Sono entrato cattolico … adesso mi trovo cristiano». E abbiamo capito cosa voleva dire con questa espressione, perché poi, dopo il Nuovo Testamento, ci abbiamo messo dentro tante cose.


Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024 - Padre Cesare Geroldi S.I. durante l'omelia.

Molti di noi abbiamo ricevuto in questi decenni la Lettera agli amici. L’abbiamo accompagnato. Lui ci ha accompagnato. Qualche anno fa alcuni di noi, giovani padri e scolastici, ci siamo attrezzati di una piccola telecamera e siamo andati nella stanza del Canisio dove già da qualche anno era appoggiato ma era ancora vigoroso, lucido e gli abbiamo chiesto di raccontare la sua vita, come era stato chiesto a un certo momento a Ignazio di raccontare la sua esistenza, come il Signore l’avesse guidato. Questo video non abbiamo ancora avuto l’occasione di montarlo. L’intervista venne fatta in due giorni, avanti e indietro. Ma lo faremo, perché è stato per noi molto bello. Francesco fu schietto, come sempre, molto vero, molto libero nel raccontare la sua vita di alleanza con il Signore, la sua vita in Compagnia.


Abbiamo ascoltato tre letture (Dt 34; Sal 87 (86); Mt 28,16-20). Quando è stato chiesto a me di dire qualcosa in questa circostanza, pensavo: “quali letture potrebbero aiutarci a sintonizzarci con questo momento?”.

Mi è venuta in mente questa pagina della Torà, la morte di Mosè, Deuteronomio 34: l’ultimo giorno della vita di Mosè, che sta raccontando alla generazione che non c’era in Egitto, che non ha passato il Mar Rosso, che non era al Sinai …, a quelli che sono nati dopo, il senso, il valore, il dono di Dio che aveva segnato la comunità in Israele. Quindi l’esperienza della liberazione, l’esperienza dell’alleanza sponsale con il tu del Signore al Sinai. E poi la fedeltà del Signore nel cammino del deserto verso la terra della promessa, vivendo di misericordia, tappa dopo tappa. Mi viene in mente questa immagine perché è quello che forse Francesco ha fatto per ciascuno di noi. È stato, come si dice in ebraico, Moshè rabbènu (Mosè nostro maestro). Davvero ci è stato padre, fratello, maestro, con queste “memorie sante”. Quante volte abbiamo ripercorso con lui le “tappe della storia della salvezza”.

Abbiamo pregato un canto di Sion, il Salmo 87: “Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe”. Ancora è vivissimo in me il ricordo di quando, per la prima volta, abbiamo attraversato Shà‘ar Yàfo, la Porta di Giaffa, e siamo entrati all’interno di Gerusalemme.

E poi questo testo evangelico, questa pagina finale del Vangelo di Matteo. Le pagine dei vangeli della resurrezione erano molto care a Francesco, perché diceva «tutto parte da lì, dall’incontro con il Vivente, con il Risorto». Questa pagina conclusiva del Vangelo di Matteo che ci racconta dell’appuntamento del Signore, là, in Galilea, «sul monte che Gesù aveva loro indicato». Sono undici perché il dodicesimo è sempre colui che legge evidentemente, siamo noi. In quell’occasione hanno incontrato il Vivente che li ha chiamati a vivere il loro discepolato e vivendolo loro, fare così entrare altri discepoli nella relazione d’amore con il Signore Gesù, Crocefisso e Vivente.

E Gesù Risorto assicura: “Tutti i giorni della vita sarò con voi”. Francesca Giani, sta raccogliendo le testimonianze, le memorie, i ringraziamenti che avete mandato. Una di voi racconta che l’ultima volta che lei è andata al Canisio ha chiesto: “Ma come pensi che sarà questo incontro? … Perché adesso vi incontrate!”. E lui le ha risposto: “Ma io veramente lo incontro tutti i giorni il Signore!”. Questa è proprio la “composizione di luogo” di Francesco: tutti i giorni era davanti all’Invisibile. Quante volte, pensando a Francesco, che ci ha aiutato a “tenere fisso lo sguardo su Gesù, colui che comincia e porta a compimento la nostra fede” (cf. Eb 12,2), ho pensato a quel passo della Lettera agli Ebrei, capitolo 11, versetto 27: « … rimase saldo come se vedesse l’invisibile». Ho avuto sempre la percezione, stando con Francesco, come se per lui l’invisibile fosse più reale del visibile. Quante volte diceva: “Noi siamo sempre legati alle cose concrete”. Ma “concrete”, in inglese vuol dire “cemento”. Certamente Dio non è “concreto” come il “cemento”. Ma è reale: è la nostra Relazione, che ci accompagna dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina.


Siamo qui, adesso, a dire “grazie”, insieme. Ogni tanto quando gli si domandava: “Ma se tu dovessi definire il tuo servizio nella Compagnia?”. Lui diceva: “Io sono un cantastorie, io racconto storie”. E quante volte ci ha aiutato a capire che la fede cristiana non è una dottrina, non si va di concetto in concetto, ma è entrare in una storia, che ha rapito anche noi, ha coinvolto anche noi. Certo ha coinvolto anche lui, perché anche lui ha fatto il “grande viaggio”.


In quell’intervista raccontava un po’ tutta la sua infanzia: alunno del Collegio Massimo (dalla prima elementare alla fine del liceo), con alcuni compagni che poi sono diventati gesuiti Pio Parisi, Jean Darù …– e poi Pietro Scoppola e altri che hanno avuto un ruolo importante anche nella vita civile di questo paese. Erano gli anni del Fascismo. Lui era scout. E raccontava di come il Fascismo aveva eliminato subito lo scoutismo, però c’era questo padre Maddalena, che al Massimo faceva il maestro, che aveva organizzato la Congregazione Mariana come se fosse lo scoutismo. E diceva: “Fu importante per noi quel periodo!”. Certo dentro la Chiesa del tempo, dentro le categorie del tempo. Ma questo lo portò nel 1944 stiamo parlando di ottant’anni fa a trovarsi esattamente al Canisio. Allora quella era una casa di esercizi spirituali: la casa per esercizi del Sacro Cuore. E lui ricordava, in un modo intensissimo, come nel giardino durante un ritiro, si trattava di fare la scelta lui avesse sentito, in un modo intensissimo, che Gesù lo chiamava a stare con lui: “Voglio stare con te”. Ed entrò in noviziato, nell’autunno del 1944, durante la guerra. Essendo lui di servizio in cucina non essendo presente alla comunicazione che venne data al gruppo dei novizi scoperse che era finita la guerra solo tre giorni dopo l’evento. Era quel tempo là ...

Poi cominciò la formazione. Anche lì ricordava come si era ancora dentro i vetusti schemi della filosofia e della teologia neoscolastica. Una teologia molto concettuale, mentre dalla Francia, e da altre chiese, veniva tutta una corrente nuova. Però diceva di come avesse incontrato in quegli anni anche alla Gregoriana dei padri intelligenti (certo quando uno dice: “ho incontrato dei padri intelligenti”, mi domando: “vuol dire che qualcuno non lo era?”). Ma qualcuno capiva che bisognava ripensare, riformulare il nostro approccio con le fonti. La Bibbia? Quasi niente, diceva, praticamente non c’era quasi niente. Però ecco: la figura di Lonergan fu per lui importante, come è stata importante per padre Carlo Maria Martini. Una capacità di organizzare una filosofia diversa che desse un metodo nuovo alla Teologia.


Insomma fu grato anche di quegli anni, che lo aiutarono a maturare il desiderio di andare in Giappone. E quindi lui certo, sempre attraverso la mediazione dei superiori che proponevano ... c’era padre Arrupe che faceva scouting tra le province per mandare in Giappone un po’ di rinforzi, dopo la guerra quindi lui partì per il Giappone. Partì dopo aver fatto la tappa del Terz’anno negli Stati Uniti. Il Giappone fu per lui un’esperienza dolorosa. Davvero la sua vita è stata un grande viaggio a zig zag. È partito pensando di fare il missionario in Giappone. E poi non dormiva. C’erano tensioni. La comunità era molto composita e raccontava come, a un certo punto, lui ha visto crollare dentro di sé questa possibilità di rimanere lì. Non dormiva più la notte (sei mesi che non dormiva più la notte). Questo per dire: un uomo forte? Già, un uomo come tutti noi, fragile. Ci sono dei momenti in cui, davvero, ti senti perso.


Tornò in Italia. E quel rientro in Italia fu un rientro pieno di stanchezza, ma anche di incertezza. Anche se lui disse, appunto in quella conversazione con noi: «Non ho mai avuto un dubbio sulla mia chiamata» (qualche superiore e padre spirituale, quel dubbio lo sollevava …). Ma furono anni di “ri-acclimatamento” anche se, ecco la prima tappa fu proprio qua a fianco, al Gesù: fu fatto rettore del Collegio. Un anno drammatico: ogni settimana usciva dalla Compagnia di Gesù qualcuno … anche l’ex-superiore uscì. Raccontava che andarono da Arrupe che gli disse: «Non si preoccupi padre, al quarto piano abbiamo un ufficio … ogni settimana due/tre domandano di uscire …». Certo fu per lui molto pesante questa esperienza e chiese di essere sollevato da questo incarico.

Cominciò una vita molto semplice, in un appartamento, a Pietralata, con Jean Darù. Quindi, in quegli anni di grandi fermenti, dove ciascuno diciamo così “andava per conto suo”, vivendo una vita ordinaria in questo appartamento, avvenne che padre Cascino (il “Barbarossa” … qualcuno di voi forse lo ha conosciuto), che era responsabile della Cappella universitaria della Sapienza, gli chiese di dare una mano lì. E furono gli anni in cui, attraverso questo spazio, entrò in contatto con tantissime persone. Tantissimi ragazzi che facevano l’università e intanto portava la sua scoperta della Bibbia. Aveva fatto gli esercizi con Dossetti, che gli aveva insegnato il metodo della Lectio Divina. E da lì incominciò tutto un servizio della Parola e dello Spirito. Diceva: «Io sono un gesuita secondo la Formula Istituti, cioè dedito alla diakonìa tou Lògou e alla diakonìa tou Pnèumatos, ossia al “servizio della Parola” e al “servizio dello Spirito”. In gratuità. Incominciò, in modo capillare, a dare corsi di esercizi, a fare corsi biblici, cominciarono i campi-Bibbia scout nazionali con Agnese Cini Tassinario. Insomma, veramente si mise in moto un intensissimo “servizio della Parola e dello Spirito”, tutto orale.


Non pubblicava niente, uscivano alla luce solo pochi suoi scritti. In realtà io, qualche anno fa, ho portato dal Canisio a Ragusa degli scatoloni pieni di suoi appunti, casse di dispense e trascrizioni più o meno clandestine. Sono lì: appena sarò in pensione mi dedicherò (come Carlo Casalone sta facendo per la Fondazione Martini … certo tutto più “in piccolo”) a raccogliere il materiale inedito di Francesco. Perché? Perché lo scriveva Alessandro Manaresi questa mattina all’alba è incredibile come questo “tesoro” sia rimasto per tanto tempo sepolto. Anche se poi, obtorto collo, qualche cosa transitava e, a un certo punto, anch’io sentii che era importante raccogliere e pubblicare questo materiale. Incominciarono a uscire i primi volumi: Cominciando da Gerusalemme, i commenti alle omelie e alcuni commenti di alcuni libri biblici con il metodo della Lectio Divina, i quattro volumi di Percorsi di Vita, che raccoglievano il suo modo particolare di dare gli esercizi che ve lo ricordate era non tanto di mettere la Bibbia negli Esercizi, ma piuttosto mettere le chiavi fondamentali degli Esercizi dentro l’itinerario della storia della salvezza. Un modo particolarissimo di dare gli esercizi ignaziani … anche a tappe. È stato così … la sua scoperta progressiva, vivendo con la gente, con le persone che accompagnava. Persone di tutte le nazioni: sapeva le lingue, si muoveva nei cinque continenti. Ancora in questi giorni, arrivano tantissime emails di gente in giro per il mondo Africa, Asia, Sud-America gente che si ricorda di un corso fatto con lui, di come sia stato da lui aiutato nel proprio cammino ...


Poi, certo, c’è stata la chiamata a Gerusalemme. Anche questa ancora due minuti e chiudo per lui fu una tappa di svolta. «Perché, questa volta, non ho scelto io …» diceva «… non ho proposto io». Ma gli fu proposto da padre Martini quando era rettore del Biblico … era nel frattempo morto padre Mollat … di andare a Gerusalemme a fare il padre spirituale. Anche se lui fu messo come responsabile della biblioteca, per cui quando gli chiedevano: «Ma tu cosa fai qui?», «Io faccio il bibliotecario …», così aveva un ufficio da svolgere! In verità, invece, c’era poi tutta una rete capillare di relazioni in quella terra. Ecco: quell’incontro con Gerusalemme che ha poi vissuto alternando ogni anno un periodo in Italia e un periodo in Israele davvero fu per lui l’impegno di un nuovo servizio. Credo che molti di noi gesuiti sono stati là, in quegli anni, per i due mesi di corso di “formazione permanente” nella città santa, studiando, meditando e pellegrinando nella Terra del Santo. Ed io ricordo c’è qua Federico Lombardi … eccolo là … io a lui devo il cambio della mia vita. Perché in quel tempo, io dovevo finire l’università, chiesi a lui: «Ma posso aggregarmi a questo corso?». E lui mi ha detto: «Perfetto! Però tu, a settembre, fai la guida ai fratelli coadiutori delle case internazionali a Roma». «Ma Federico devo ancora andare … non sono prete …». «Ma no … un prete lo troviamo!». Insomma, mi aggregai e, grazie a lui, per me cominciò prima della teologia un’avventura incredibile, perché anche io ho potuto fare la teologia partendo dalla Terra, dalla Parola e dal Popolo. Mi sono imparato l’ebraico. Ho imparato la Terra: ho “respirato” quella Terra. Perché quel testo che abbiamo appena letto, Deuteronomio 34 … vedete per noi quei nomi geografici … eccoli: le steppe di Mòav, la cima del Pisgà, Ierichò, Galaad, Dan, Neftali, Efraim, Manasse, Nèghev, Zoàr … non sono così … termini senza riferimenti, ma sono luoghi dove noi, a piedi, abbiamo camminato, leggendo la Parola, per anni ... Quindi, per me, quella è la “composizione di luogo permanente” ogni volta che ascolto le Scritture d’Israele. Ma credo che per molti di noi è stato così. Non soltanto i gesuiti, ma molti di noi hanno cominciato questo itinerario con Antonella e Francesco. Fra l’altro Antonella è stata una sorella fedelissima. Veramente una presenza importantissima nella vita di Francesco, fino agli ultimi istanti della sua vita e davvero la ringraziamo, proprio a nome di tutti, per quello che ha fatto per questo nostro fratello.


Sì, sempre nel Deuteronomio l’abbiamo appena ascoltato, e chiudo si dice che … Vi ho detto che il Deuteronomio è contenuto in un solo giorno, ma in verità è un giorno … più trenta giorni, perché quando muore Mosè per trenta giorni c’è il lutto; solitamente nel mondo ebraico c’è la shiv‘àh, i “sette” giorni del lutto; invece qua ci sono trenta giorni: trenta giorni per contemplare quella morte ... Ebbene dice qua il testo (Dt 34,5) che «Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nella terra di Moab, secondo l’ordine del Signore». Ma in ebraico c’è scritto: ‘al-pi Adonày, che sarebbe: “sulla bocca del Signore”. C’è un bacio: è un bacio definitivo che il Signore ha dato anche al nostro Francesco, richiamandolo a sé.


Dicevo all’inizio che sono qua a dare voce alla vostra gratitudine, a fare insieme questa todà, questo “grazie”, a pronunciare con voi questa berakhà, questa “benedizione” al Signore per il dono di Francesco. Come potremmo dire?

Barùkh attà Adonày, Elohénu, mèlekh ha-‘olàm, shenatàta lànu Francesco cmo chavèr, cmo àbba, cmo ach, “Benedetto tu, Dio nostro, re del mondo, che hai donato a noi Francesco, come amico, come padre, come fratello”. Ma si potrebbe dire al presente: ha-notèn, Tu Benedetto sei Colui che ancora ce lo “sta donando” – Francesco è vivo! come fratello, come papà, come compagno di strada.


Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024 - Benedizione della salma.

Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024. Il saluto del nipote di padre Francesco Rossi De Gasperis, anche lui sacerdote e suo omonimo.
L'uscita dei sacerdoti concelebranti.

Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Roma. Chiesa del Gesù. 28 gennaio 2024.
Si rimane a disposizione per la immediata rimozione di foto, notizie, citazioni, nomi o altro qualora richiesto dagli aventi diritto. Le foto sono soggette a copyright.

Per scrivere un commento sotto il post basta cliccare sulla scritta Posta un commento (da smartphone o tablet) o sul simbolo della lettera (da pc). Se firmi il commento saprò chi sei. Se scriverai il tuo indirizzo email ti potrò rispondere. I commenti impiegano qualche giorno ad essere pubblicati sotto il post. Per scrivermi in privato: andreapiola@yahoo.it.

domenica 15 ottobre 2023

14 ottobre 2023 - Funerali di Chiara Cherubini

Nella Chiesa di Santa Maria delle Mole il 14 ottobre 2023  si sono svolti, alle ore quindici e trenta, i funerali di Chiara Cherubini, medico, nefrologo, responsabile per tanti anni della UOS di Nefrologia e Dialisi dell'IRCCS Spallanzani di Roma e medico nefrologo della A.O. San Camillo- Forlanini di Roma. 

Oltre alla famiglia e ai parenti, agli amici, ai vicini, erano presenti anche alcuni medici, infermieri e operatori sanitari degli ospedali in cui ha lavorato.

Le giornate allo Spallanzani cominciavano presto la mattina, intorno alle sette. E poi continuavano nel pomeriggio fino alle sedici, diciassette, diciotto, con qualche brontolio da parte di noi collaboratori che volevamo andarcene a casa.

Lo stile della dott.ssa Cherubini era caratterizzato da queste parole: serietà, competenza, dedizione. Prendersi cura sul serio, non per finta, del paziente. Ascoltare le storie delle vite delle persone. E così i malati diventavano quasi persone di famiglia. L'ho accompagnata, a volte, a dare l'ultimo saluto ai pazienti, quando si sapeva che sarebbero morti ed era sempre andare a salutare una persona cara.

La dottoressa era contro alcune cose: l'arroganza, la violenza, il sopruso, il guadagno non giusto sfruttando i momenti di sofferenza delle persone, le cure date solo a chi se lo poteva permettere. In questo senso ricordo un episodio in cui lei aveva mandato una paziente da un collega e questo aveva chiesto alla paziente, in cambio della sua prestazione professionale, un compenso giudicato dalla dottoressa troppo caro per cui  aveva detto al collega che ai pazienti che lei mandava lui non avrebbe dovuto chiedere compensi così alti, altrimenti, non glieli avrebbe più inviati. Per ottenere gli esami ritenuti necessari per i suoi pazienti, spesso, "rompeva le scatole" ai colleghi e lo faceva con una certa tenacia. 

Tra i progetti importanti che le hanno richiesto molto impegno e coraggio, di quelli che io conosco, per esempio, ricordo quello per il trattamento dei pazienti dializzati HCV positivi (persone infette con il Virus dell'Epatite C) con il protocollo Interferone e Ribavirina per permettere loro di guarire dalla posività al virus. Tutto questo, prima che la ricerca permettesse la scoperta e l'utilizzo, dopo il 2014, dei nuovi farmaci anti-virali, nuovi farmaci che evitano le pericolose complicanze della precedente terapia che, invece, la dottoressa, utilizzando le sole terapie presenti in quel momento, doveva fronteggiare e gestire per curare i malati. Da ricordare, anche, il fatto che il centro di emodialisi da lei diretto, era particolare perché venivano lì dializzati i pazienti infetti e co-infetti HBV, HVC, Hiv. Ovvero persone con diverse e coesistenti infezioni che in altri centri di dialisi non potevano essere dializzati. Era fiera del fatto che in quindici o più anni di attività vi è stato solo un caso di infezione intra-dialitica: formidabile risultato raggiunto grazie agli elevatissimi standard di sicurezza che lei ha fatto adottare e di cui lei era fervente sostenitrice e divulgatrice, attraverso convegni e conferenze, con attiva formazione e partecipazione degli infermieri di emodialisi.  E ancora l'impegno per portare avanti la Dialisi Peritoneale nelle persone infette. La prevenzione delle malattie renali nei malati di Hiv, HCV, HBV che utilizzavano terapie anti-retro-virali. Le tante diagnosi di tubercolosi renali sfuggite ad altri colleghi meno abituati a trattare le malattie infettive. Le tante biopsie renali che hanno permesso diagnosi precoci e quindi trattamenti efficaci evitando la dialisi a numerosi pazienti. Tutto questo per raccontare il suo impegno pragmatico con un risvolto concreto nella vita delle persone ammalate. 

Un'altro elemento che è emerso dalle conversazioni con i colleghi al sopraggiungere della triste notizia è stato il rispetto. Chiara Cherubini è stato un capo, un medico, una collega rispettosa delle persone con cui lavorava. Questa è una caratteristica che ricorre nella descrizione del suo modo di fare. Non falsa e per questo, a volte, scomoda, ma rispettosa. Io come specializzando ho percepito sempre un rispetto nei miei confronti, anche quando non siamo stati d'accordo su qualcosa e vi era una divergenza di opinioni. Non c'è stato mai un abuso della sua posizione di superiore e lo stesso lo dicevano miei colleghi specializzandi, infermieri e gli altri frequentatori del reparto.

"Malatempora currunt!" mi diceva e aggiungeva: "Speriamo di non ammalarci o almeno di trovare bravi medici che ci curino bene". 

Nelle giornate fatte di ore ed ore in ospedale con i malati i pensieri sorgenti di pensiero positivo erano l'arte, la pittura, l'Umbria, l'orto, i libri. Gli si illuminavano gli occhi al pensiero di Chiara (l'11/8) e Francesco, i santi della sua Umbria.

Il 26/8/23 per il suo compleanno dei 70 anni gli ho scritto un messaggio di auguri durante un'escursione sul Gran Sasso e lei mi ha risposto: "Grazie Andrea, sono 70!!! Non so neanche come ho fatto ad arrivarci, ma sono molto contenta!" e riferita al Gran Sasso: "Quanti ricordi, questo è un posto spirituale. Ricordo il silenzio di inverno con la neve e la luna piena".

Nei  suoi traffici con i pazienti, traffici a fin di bene, spesso con pazienti scomodi, difficili, extracomunitari, senza dimora, ha collaborato con tante persona. Fra i vari anche un prete romano, don Matteo, che poi dopo l'elezione di Papa Francesco (che piaceva alla Cherubini) è stato nominato prima vescovo di Roma, poi cardinale di Bologna, quindi presidente della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. Avvisato della morte della dottoressa don Matteo Zuppi ci ha scritto: "Ringrazio il Signore per il suo amore. Era proprio appassionata e brava. "Ero malato e sei venuto a trovarmi".  Portate il mio ringraziamento per lei". 

Proprio così' "Ero malato e sei venuto a curarmi" (Matteo 25). Anche noi, suoi colleghi, allievi, infermieri, persone che abbiamo incrociato i nostri percorsi con il suo, ringraziamo il Signore per avercela fatta conoscere e speriamo che adesso se la prenda con Lui nella pace. Lei sicuramente troverà qualcosa di interessante da fare per gli altri.


19/09/2012 - Nello studio della dottoressa Cherubini, con la specialist a sinistra, la dott.ssa Ester Greenidge traduttrice, durante una conferenza on line collegati con alcuni centri di Malattie infettive 

19/09/2012 - Nello studio della dottoressa Cherubini, con la specialist a sinistra, la dott.ssa Ester Greenidge traduttrice, durante una conferenza on line collegati con alcuni centri di Malattie infettive. A destra la dott.ssa Benedetta Bartoli
1/10/2012 - Ospedale Forlanini di Roma. Una pausa durante la riunione del lunedì con il collega dott. Francesco Stortoni

19/09/2012 - Nello studio della dottoressa Cherubini, con la specialist a sinistra, la dott.ssa Ester Greenidge traduttrice, durante una conferenza on line collegati con alcuni centri di Malattie infettive. A destra la dott.ssa Benedetta Bartoli




2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi con il prof. Giorgio Splendiani.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi. La dott.ssa Cherubini con noi, appena specializzati.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi. La dott.ssa Chiara Cherubini e il collega nefrologo dott. Dionysis Touroukis.


2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi. La dott.ssa Cherubini con mia madre.

2014, 9 luglio - Un momento di festa dopo la discussione della mia specializzazione in Nefrologia e Dialisi.

 Se vuoi e ti fa piacere, lasciami un commento sotto il post. Basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Per me è un aiuto e uno stimolo ricevere un commento di ritorno. Se poi addirittura firmi (aggiungendo il nome) il commento sarò molto contento perché saprò chi ha scritto il commento. Se scriverai il tuo indirizzo email ti potrò anche rispondere. I commenti impiegano qualche giorno ad essere pubblicati sotto il post. Se vuoi lasciare un commento che legga solo io, puoi scrivermi alla mia email: andreapiola@yahoo.it. Grazie mille. 



lunedì 23 gennaio 2023

Enrico Scifoni - Omelia del funerale - 23 gennaio 2023

In data 23 gennaio 2023 si sono celebrati i funerali del carissimo Enrico Scifoni nella chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi. Abbiamo trascritto l'omelia. 

I titoletti in grigio sono stati aggiunti arbitrariamente durante la trascrizione per facilitare la lettura, ma non fanno parte dell'omelia. Si resta a disposizione per rimuovere prontamente il testo se richiesto.

2023, 23 gennaio - Roma Chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei  Martiri Canadesi. Funerali di Enrico Scifoni

 Giovanni 3, 1-15

1C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei.2Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».


Omelia

Chiunque vive in Lui ha la vita eterna - 

La chiave di tutto quello che stiamo celebrando è questa frase finale del brano del vangelo che abbiamo proclamato. “Chiunque vive in Lui ha la vita eterna”. Ha. E’ un presente. Il futuro è “avrà”. Quindi chiunque crede in Gesù Cristo ascoltando la sua parola “è” in questa nuova nascita dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. Per cui noi siamo coloro che portano nel mondo questa vita eterna.

Il cero pasquale acceso - 

La seconda chiave di quello che stiamo celebrando è il cero pasquale acceso. Perché quel cero pasquale significa il senso profondo della nostra vita. Che cosa è la vita? E’ un consumarsi per gli altri. Che cosa è la vita? E’ avere una relazione di amore con Dio e con gli altri. Ecco perché l’uomo oggi vive nell’ombra della morte. Perché si chiude in se stesso, si chiude nel suo egoismo. Non guarda all’altro. Questo suo non guardare all’altro semina nel mondo violenza e morte. E noi siamo testimoni di questo in questa nostra generazione. Quel cero ci annunzia la chiave della vita. Non può darci luce se non si consuma. Ecco perché il sacramento del consumarsi del nostro corpo biologico è segno di questa vita che viene dall’alto e che già abbiamo a causa del nostro battesimo.

Quelli che hanno attraversato la tribolazione, la grande -

L’Apocalisse ci ha detto una cosa fondamentale. “Quelli che sono passati dalla grande tribolazione”. Una traduzione un po' povera, perché ci fa capire che tutte le tribolazioni sono questa grande tribolazione. Che Enrico abbia avuto questa fine stupenda meravigliosa, festosa… Io l’ho sentito quasi negli ultimi tempi della sua vita e mi ha dato questa testimonianza di questa gioia pasquale.

La traduzione di questo [passo] è: “Quelli che sono passati attraverso la tribolazione, la grande!” e questa tribolazione, la grande, è la morte di Gesù Cristo che esprime la relazione stupenda meravigliosa, grandissima, che il Signore ha voluto stabilire con noi. Ecco perché ha preso il nostro corpo e prendere il nostro corpo significa poterci avvicinare, poterci abbracciare, poterci benedire, poterci toccare. Poter con queste realtà umane avere una relazione con noi, [una relazione] intima con noi.

Non essere uno dall’esterno che ti dà le leggi e che tu devi osservare, come abbiamo sempre interpretato la nostra vita religiosa. No. 

Ma è colui che venendo in te, ti suggerisce veramente e ti dà questa nascita dall’alto e tu puoi veramente gioire nelle tue sofferenze.

Enrico è già nella pienezza della vita - 

Ecco perché questo non è un funerale. E’ una festa.

Manuele permettimi. Non per “accompagnare papà in cielo”. Emanuele hai sentito? Perché il cielo “è” dentro Enrico! “Chi ascolta la mia parola e la custodisce” dice Gesù Cristo, “il Padre e io verremo e porremo la dimora in lui”. Se il paradiso è la dimora di Dio, Enrico è stato dimora di Dio. E’ dimora di Dio.

Ma Enrico non è nelle sue spoglie mortali. Noi onoriamo le sue spoglie mortali. Attraverso dei segni daremo anche il senso della profondità di questa liturgia che stiamo eseguendo. Ma Enrico è già nella pienezza della vita. Perché Gesù Cristo è venuto per darci la vita in pienezza. Questa vita in pienezza che Enrico ha già sperimentato. Dentro di sé. Come dicevano i figli, negli ultimi tempi della sua vita, specialmente negli ultimi mesi, non poteva esprimere questa fede, questa gioia, questa curiosità, senza avere in sé questa certezza della vita che lui già viveva.

La morte genera e manifesta la vita vera - 

Una terza chiave di questa liturgia che stiamo celebrando è quello che ci ha detto sempre l’Apocalisse. “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il figlio dell’uomo”. Cioè? Morendo. Come canta il canto “Morendo distrusse la morte”. La morte non è la fine della vita, ma l’apertura alla vita vera. Perché la morte genera e manifesta la vita vera. Morendo distrusse la morte. E questa è la nostra certezza. Ecco perché non celebriamo un funerale, celebriamo la vittoria sulla morte. E come si manifesta questa vittoria sulla morte? Credendo nella parola. E che cosa è questa sua parola? Dio che viene a te e ti dice: “Io ti amo. Sei la mia vita”. Dio che dice all’uomo sei la mia vita? Certo, perché questo è il segno dell’amore. Ogni innamorato dice alla fidanzata: “Tu sei la mia vita”. E’ questo il grido che sorge da queste spoglie mortali. Da questa morte verso tutti noi camminiamo, la morte biologica per dire al Signore: “Tu sei la mia vita”. Perché lo abbiamo sentito questo grido di Dio in noi. Tu sei la mia vita.

La vita viene generata dalla morte -

E allora fratelli miei di che cosa dobbiamo aver paura? Come dice Paolo con forza, “Chi ci separerà da questo amore di Dio manifestato in Cristo Gesù”. Come manifestato? Attraverso questa sua parola. Chi ama dà la vita. E la vita viene generata dalla morte. Ecco perché nessuno di noi deve scappare dalla morte. Chi ha capito che questa morte non è andare in cielo. Questa morte è vivere il cielo, anche nelle tenebre di questo mondo. Non so se riesco a farvi capire questo.

Noi vediamo sempre la morte come una rovina. No! E’ una benedizione. La morte è una beatitudine ed Enrico ce l’ha mostrato questo.

La vita in Enrico non è finita -

Io vorrei portarvi tutti ad una gioia enorme.

Si piangete pure, ma lacrime di gioia. Perché? Perché la vita in Enrico non è finita, ma si è arricchito di un incontro. Dell’incontro con colui che ha desiderato vedere e che non poteva vedere con questi occhi di carne. Ma che ha visto con la sua fede, che ha incontrato con la sua fede. Enrico ha incontrato Cristo con la sua fede.

Un ricordo personale: Enrico ha incontrato Gesù Cristo -

Permettetemi un ricordo personale. Eravamo nei primi anni del Cammino [Neocatecumenale. Nds] Enrico viveva ancora in Via Corbusieri. E rimasi strabiliato quando mi raccontò che un povero per strada gli chiese l’elemosina. E Enrico gli chiese: “Ma a cosa ti serve questa elemosina?”- “Per magiare”- “Ah per mangiare? Vieni, vieni, vieni”. Se lo portò a casa. Lo fece lavare. Gli diede un vestito nuovo e se lo mise a tavola con lui. Ha incontrato Gesù Cristo Enrico. 

Anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo se non ci chiudiamo in noi stessi-

Come anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo. Sapete quale è il problema noi abbiamo, come dire, distruttivo della nostra vita? Abbiamo un solo problema che ci chiudiamo in noi stessi . E chiudersi in se stessi non significa incontrare l’altro. E non incontrare l’altronon significa arrivare alla pienezza della gioia. Perché incontrare l’altro significa che tu esci da te stesso, uscire dal tuo egoismo, che tu guardi l’altro come fondamentale nella tua vita. Ecco perché c’è l’Incarnazione. Ecco perché Gesù Cristo si è incarnato. Per incontrarci in una maniera che noi potessimo capire. E ci ha lasciato nel cuore questa maniera di incontrarlo. Perché potessimo vivere veramente questa comunione con Cristo. 

Percorrere la nostra vita con la consolazione, una vita in pienezza -

L’ultima parola, l’ultima chiave di questa celebrazione liturgica, come ha detto sua figlia, la consolazione di Paolo. Che significa consolazione. Se noi andiamo all’origine della parola è essere arrivato a ciò che tu hai desiderato. Ma attenzione. Essere arrivato a ciò che tu hai desiderato nella pienezza. C’è una bellissima espressione napoletana, permettetemi. Dopo un bel pranzo si dice: “Ah, mi sono consolato”. Non lo dico in napoletano, perché qualcuno potrebbe non capire il napoletano.

La consolazione è questa: percorrere il nostro cammino esistenziale dicendo: “Ah, che meraviglia!”. Nelle sofferenze, come nella gioia. Nel peccato come nella grazia. Nei limiti delle conversazioni, come in una comunione profonda con tutti quelli che amiamo. Io fratelli vi annunzio questa consolazione piena di Gesù Cristo. Perché colui che è venuto per darci la vita è venuto per darcela in pienezza.

Cosa è la vita eterna? Una crescita continua nella pienezza-

Allora di fronte a queste spoglie mortali di Enrico sulle quali faremo ancora dei segni stupendi di vita eterna… vita eterna. 

Vita eterna non significa una vita che non finisce. Questa crea disagio: “Quale stanchezza, mamma mia e che faremo nella vita eterna?” Vita eterna significa questa crescita continua, questa perfezione che va sempre più approfondendosi verso la conoscenza di Dio. Guardate che Dio è l’eternità. Questo non si concluderà. Non si può concludere perché passeremo di festa in festa, di gioia in gioia, di amore in pienezza di amore. 

Perché stiamo di fronte alle spoglie mortali di Enrico? Ricordarci che la nostra vita non è quaggiù- 

Ecco perché stiamo di fronte a queste spoglie mortali. Per ricordarci che la nostra vita non è quaggiù e se non moriamo non possiamo vivere in pienezza perché siamo limitati. Dal freddo, dal caldo, da tutte le crisi che noi abbiamo. Gesù Cristo nel vangelo dice che se il chicco di grano non muore, non porta frutto, non diventa spiga.

Seppellendo le spoglie mortali di Enrico, noi seppelliamo un chicco di grano che diventerà spiga, che diventerà comunione, che diventerà universalità.

Il regno di Dio è questo: vivere tutti insieme nella pienezza dell’amore di Dio.


Per lasciare eventuali commenti basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Il commento non apparirà subito perché dovrà essere prima approvato dagli autori del blog. Grazie

IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003