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giovedì 20 aprile 2023

Per fare un albero, ci vuole un fiore - In memoria di Mariuccio Paolo Piola

"Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
"

Cantava Sergio Endrigo con la sua camicia a righe nell'ottobre del 1974 (Clicca qui per il video).

Oggi, 20 aprile 2023, alcuni amici del quartiere ci hanno invitato ad un evento molto particolare che, sia chiaro da subito, è stato per noi un grande dono. E' passato un anno dalla morte (avvenuta il giorno 16/04/2022, sabato santo) di mio padre Mariuccio Paolo Piola, detto dagli amici e conosciuto come Mario. Giovanni, Massimo, Simona, Naomi, Gianni, Alessio, con l'aiuto e il sostegno di tante persone del quartiere che non hanno partecipare fisicamente (alle quali va il nostro grato e sincero grazie), hanno voluto piantare un albero di tre anni nel giardino del quartiere vicino all'edicola di Massimo, il nostro amico giornalaio, in Via della Tenuta Torrenova, fronte civico 26 (civico da molti del quartiere ricordato a memoria perché utilizzato come recapito per Amazon e per i vari corrieri). Hanno piantato un albero per ricordare nostro padre e hanno posto una piccola targa alla base dell'albero con sopra incisa questa frase:

La quercia disse al mandorlo: "Parlami di Dio"... E il mandorlo fiorì

2023, 20 aprile - La piccola targa posta davanti all'albero. E' un albero di tre anni, il cui nome scientifico è Cercis Siliquastrum, da molti conosciuto come albero dell'amore o anche con l'oscuro nome di albero di Giuda

2023, 20 aprile. In Via della Tenuta di Torrenova, fronte civico 26, i presenti davanti all'albero piantato in memoria di Mario Piola

2023, 20 aprile. Da sinistra. In piedi: Luna, Naomi, Simona, mia sorella Sara Piola, Giovanni, Alessio (frontman della band Binario3), alcuni nipoti Francesco T., Marta T., Anna T., Sofia T., mio cognato Marco, con mia nipote Irene T., mia madre Francesca e Gianni. Davanti seduti: Massimo, Andrea che sono io.

Il gesto nasce dal rapporto di conoscenza e di amicizia nate tra nostro padre e nostra madre e queste persone quando, qualche anno fa, il giardino del nostro quartiere giaceva in una condizione di abbandono totale ed era diventato quasi una discarica. Un gruppo di volontari, fra cui i miei genitori, le persone presenti e citate sopra, e tanti altri giovani adulti e anziani della zona si sono uniti per cercare di invertire questa tendenza al degrado e alla sporcizia e hanno ripulito il giardino e nel tempo si sono impegnati a vari livelli per mantenerne il decoro, la pulizia, la potatura della piante, la funzionalità dei sistemi di annaffiatura. Insomma hanno fatto e fanno di tutto perché fosse e sia utilizzato da tutti come un luogo di bellezza e di incontro. E questo è diventato: un luogo bello dove vivere insieme alcuni momenti della giornata oltre ad essere per Massimo, il nostro amico, giornalaio di quartiere, la bella cornice del suo posto di lavoro.

2020, 1 giugno: Mario e Giovanni intenti alla potatura delle siepi del giardino di Torrenova

Torno alla frase scelta per la targa. Questa frase papà la conosceva bene. Forse l'avrà letta in altre circostanze. Io però so con certezza che la conosceva per il motivo che vado a spiegare. Il 20 settembre 2017, Papa Francesco la citò in una udienza generale del mercoledì a diede questo titolo: La speranza cristiana - Educare alla speranza (clicca qui per leggere il testo dell'Udienza e clicca qui per il video dell'Udienza dal minuto 22:00, dal minuto 22 a meno che tu non voglia ascoltare il vangelo anche in arabo e in altre lingue). Feci leggere il testo dell'udienza a mio padre o forse lo fece leggere lui a me. Eravamo costantemente in dialogo sui testi che l'uno o l'altro trovava interessanti e utili a nutrire l'anima di cose vere. Ce li scambiavamo e li commentavamo come i bambini le figurine dei calciatori. In quell'occasione, dopo aver visionato il testo, mi avrà sicuramente detto qualcosa del tipo: "Eccerto André! E' così!" come se avesse letto cose ovvie, per lui.

Nel testo di questa udienza riconosco un concentrato di quello che nostro padre ha vissuto e ha insegnato a tante persone durante i suoi 78 anni di vita. Ai suoi studenti, quelli il cui nome era scritto sul registro di classe e a quelli che durante la sua vita, pur non avendo i propri nomi sul suo registro, hanno scelto, per vari motivi, di imparare da lui. Ufficialmente papà è stato infatti, per lo Stato italiano, un professore, o meglio, come lui si definiva, un insegnante.

Aveva iniziato la sua carriera di insegnante a 23 anni come docente di Educazione artistica nella scuola media "Filippo Apostolo" a Perosa Argentina, una piccola cittadina di tremila anime in provincia di Torino, era l'ottobre del 1966. Due anni prima, nel 1964, a 21 aa, aveva ottenuto il Diploma di maturità classica. E poi aveva proseguito gli studi. La Laurea, o meglio, la Licenza in Teologia nel giugno del 1972 presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dove aveva fatto carte false per venire a studiare dal 1971. Poi, dopo tante avventurose storie vissute, il lavoro come insegnante di Religione, poi il matrimonio, poi i due figli: mia sorella Sara nel 1974 e io che scrivo nel 1978. Nell'aprile1977 l'abilitazione all'insegnamento delle Scienze umane e poi quella della Storia alle scuole medie e poi il 4 marzo del 1982, mentre Lucio Dalla da qualche parte festeggiava il suo trentanovesimo compleanno, mio padre a Perugia difendeva la sua tesi di Laurea in Filosofia Presso l'Università statale. Durante la discussione della tesi, io avevo allora quattro anni, poco prima di far cadere dalla mia tasca una decine di biglie di vetro sul pavimento, osservavo da dietro mio padre seduto su una sedia discutere la tesi di fronte alla commissione. Papà era seduto con  le gambe flesse e disposte sotto la sedia e aveva i piedi incrociati che agitava nervosamente e io riuscivo a vedere la suola delle scarpe con su scritto qualcosa. Ora credo che quella scritta fosse il marchio Vera Pelle che spesso si trova sotto le suole delle scarpe eleganti.
Insomma papà era stato studente fino a 38 anni e professore di scuola media già dai 22 anni, ma sono certo che dai 15 anni in poi all'interno della Congregazione Salesiana, dove dai suoi 13 anni aveva scelto di vivere, si era occupato di seguire ed insegnare ai ragazzi più piccoli. 
Dal 1971 fino al 1992 è stato catechista e responsabile all'interno del Cammino Neocatecumenale, un percorso di fede della Chiesa Cattolica nato sulla scorta del Concilio Vaticano II per il quale ha svolto catechesi nel nord Italia, in Puglia, a Roma e in provincia. 
Dopo il 1992, quando la sua vita, ancora una volta in modo improvviso e con modalità di forte impatto esistenziale, ha preso una direzione inattesa, papà ha nuovamente ri-organizzato la sua esistenza alimentandola con altri nuovi progetti: incontrare i detenuti del Carcere di Regina Coeli di Roma come volontario per Voreco (Volontari Regina Coeli) (https://www.voreco.it/). Un'esperienza ricchissima di umanità e feconda di incontri profondi nei quali papà poteva distribuire quel seme di speranza che era la cifra della sua esistenza.

2014, 18 marzo: Preparazione dei pannelli portatili per permettere di fare la Via Crucis alle persone detenute nel carcere di Regina Coeli  

Nel 1998 si è sposata Sara, la prima figlia, e nel 1999 è nata la prima figlia Marta. E poi Chiara (2000), Irene (2003), Anna (2005), Sofia (2009) e Francesco (2011), nato il 2 settembre, lo stesso giorno di mio padre (e a cui è stato dato il nome del nonno paterno).

2012, 22 luglio - Martinsicuro, immancabile passeggiata per acquistare i quotidiani

2012, 22 luglio - Martinsicuro, le vacanze con i nipoti

2012, 11 agosto - Baby sitter con Francesco

2012, 23 novembre: Tutti pronti per dormire a casa dei nonni

2021,6 giugno: foto di famiglia alla comunione di Sofia e Francesco

Mia madre ha voluto aggiungere qualcosa su nostro padre Mario nel suo essere nonno di sei nipoti. Riporto qui quello che ha scritto:

Nel 1999 Mario è diventato nonno della prima nipote Marta e poi a seguire di altri cinque nipoti: Chiara, Irene, Anna, Sofia, Francesco nel 2011, figli di mia figlia Sara e suo marito Marco.
Nipoti che sono stati la luce dei suoi occhi da subito, senta tentennamenti; che ha aiutato a crescere mettendo a disposizione il suo tempo, le sue energie, il suo amore e la sua creatività.
Nipoti a cui ha dato, ma che gli hanno restituito tanto subito in affetto allegria e vitalità. Soprattutto negli ultimi giorni, le nipoti più grandi, non l'hanno mai lasciato solo alternandosi con la loro presenza.
Nipoti che ha voluto salutare uno a uno, a cui ha dato testimonianza di amore e di fede e che fino all'ultimo lo hanno salutato dicendogli: "Nonno sei bellissimo!" perché con gli occhi dell'amore vedevano la sua Anima.
 

Papà è stato sostenuto non da un' etica di qualche tipo, se definita così avrebbe forse il sapore di bigottismo un pò bacchettone o di moralismo, ma è stato guidato da una sapienza biblica, quella che rimanda ad Abramo che, su un invito di Dio, lascia la sua casa e le sue sicurezze e parte per una terra che non conosce; ad Isacco che viene portato sul monte del sacrificio da suo padre che sembra aver dato di matto e si fida di lui; a Giacobbe che ruba la primogenitura al fratello cacciatore con uno stratagemma; a Giuseppe che è tradito e quasi ucciso dai suoi fratelli eppure li salva; al re Davide che in modo ignobile dopo essere stato con la moglie del suo fedele soldato lo fa uccidere, a Salomone che costruire un magnifico tempio a Gerusalemme. Storie uniche che papà padroneggiava con dovizia traendone gli insegnamenti per l'esistenza, così come conosceva la Terra dove sono avvenute: Israele.

In Israele papà è andato diverse volte, la prima delle quali per un mese a 28 anni nel settembre del 1971 girando spesso a piedi inviato dai suoi catechisti, Kiko e Carmen, a due a due con un compagno di viaggio estratto a sorte proprio come si legge nel vangelo di Matteo 10, 16-23 (clicca qui per leggere il testo), spesso senza un dollaro in tasca dopo aver dato i suoi soldi in beneficienza; cavandosela sempre in modi impensabili e avendo come meta e punto di incontro con gli altri Gerusalemme. Annunciando per la via la buona notizia di un Dio che si è fatto uomo e che ha vinto la morte perché noi potessimo vivere con la libertà dei figli di un re, già qui sulla terra, e poi per sempre nell'eternità nel cielo. Papà quella volta, quando arrivò a Gerusalemme, spedì a mia madre che lo aspettava a Roma speranzosa di iniziare con lui una relazione, una cartolina postale che aveva sulla faccia anteriore una foto del deserto di Giuda con delle capre e un pastore. Sul retro della cartolina papà aveva scritto: "Il Signore è il mio pastore non manco di nulla". Lascio a voi immaginare la reazione di mia madre a Roma. Però, in fondo, ne parlavo con mia madre dopo la morte di papà, a distanza di cinquanta anni possiamo dire che papà scrivendo questa frase è stato onesto. Ha scritto la
verità. E anche grazie a questa verità, il loro matrimonio ha potuto superare ostacoli altrimenti insormontabili.

1973, marzo: Mario e Francesca, allora fidanzati, in una rara foto fatta bene, forse al matrimonio di mio zio Mario Ricci. Come si vede era nella fase barba e capelli lunghi, dopo anni di look più rigoroso con barba non presente e capelli corti. 

Per diversi anni il suo sapersela cavare con saggezza, astuti come serpi e semplici come colombe (clicca qui per leggere il testo) lo ha reso una persona di riferimento da consultare nei momenti importanti della vita. I momenti della scelta, del dubbio, dello smarrimento, della difficoltà, del cambiamento, della crisi.  
Molte persone ne hanno apprezzato la capacità di risolvere problemi pratici in qualità giardiniere, muratore, elettricista, saldatore, inventore,  pittore, imbianchino, stuccatore, fattore, guardia parco, sturatore di lavandini o di water, inventore di metodi per risalire mediante anagrafe bovina a proprietari di vacche lasciate pascolare abusivamente nei boschi laziali, gestore di case, uomo di fiducia. Il problem solving fatto persona.  

2013, 17 novembre. Allargamento della casa di mia sorella Sara, con la costruzione di nuovi locali

2014, 10 febbraio: finita la posa delle piastrelle nel bagno di casa mia


Sapeva essere all'occorrenza un ottimo secondo  o assistente quando trovava qualcuno che in un settore lo superava in qualcosa: si lasciava guidare per esempio nell'idraulica accettando il ruolo di aiutante di mio cognato Marco, idraulico di professione da almeno due generazioni.

2009, 27 febbraio. Papà osserva dalla porta Marco, mio cognato, che svolge un'intervento di idraulica nel bagno di casa dei miei genitori lasciando a lui la direzione e resta a disposizione per aiutarlo.
Queste molteplici qualità papà le metteva al servizio delle molte persone che lo contattavano, persone il cui numero negli anni è cresciuto esponenzialmente. E' un pò un'esperienza comune che le persone per le quali ha lavorato ci hanno raccontato del legame che papà riusciva a creare con esse e della fiducia, della stima e della ammirazione che destava in loro. 

Questo dà un'idea del perché papà fosse un maestro, a vari livelli e in diversi campi. Se mi doveste chiedere maestro di che, e mi deste al massimo quattro parole per rispondere io sarei costretto a sintetizzare così: maestro di vita.

Faccio un non piccolo salto nel tempo. Nei due mesi che mio padre è stato a casa prima di morire abbiamo trascorso con lui ogni giorno. 
Io personalmente con mio padre parlavo di tutto. Dai miei 22 anni ai 44 io e mio padre abbiamo parlato sempre. Il nostro era un confronto quotidiano ed è stato uno pochi testimoni della mia vita interiore con la confidenza che si concede appunto ad una manciata di persone. E in quei due mesi, dopo i due lunghi isolamenti a cui era stato sottoposto per gli interventi chirurgici e per il Covid e che hanno impedito a noi famigliari di stargli fisicamente vicino, noi tutti, papà compreso, avevamo piena consapevolezza che il tempo si stava facendo breve e che nonostante la sua lucidità, non avremmo avuto a disposizione un tempo infinito.
Sono stati i giorni dell'abbraccio, dell'affetto, dello stare insieme, dell'ogni minuto in più è un regalo.

Papà non ha mai perso la sua lucidità, fino all'ultimo momento della sua vita. 
Il 3 marzo del 2022, poco più di un mese prima della morte, abbiamo vissuto fra i tanti uno momento molto vero e di incontro e di scambio molto profondo e molto commuovente. Fra le tante cose dette, io mi sono rivolto a lui piangendo e gli ho detto: "Papà ora mi dovrò ricordare tutti gli insegnamenti che mi hai dato papà". Mio papà era molto sereno e concentrato a darmi la risposta utile, la risposta guida. Quella capace di innescare un processo di crescita, quella che dentro rimane come un seme che poi germoglia per gli anni a venire. E mi ha detto questo: "L'insegnamento è il Vangelo, il nostro maestro!". 

Io, questa carta da novanta, questo asso nella manica sfoderato da papà in maniera spudoratamente coraggiosa in un momento che sarebbe stato difficilissimo per molti, forse per chiunque, questo seme che mio padre mi ha consegnato nelle mani come sintesi estrema della sua vita di maestro in quella risposta regalatami come una delle perle preziose della mia vita, la condivido con voi in questa meravigliosa occasione dell'albero piantato in sua memoria.

E cosa dice il vangelo? Se è il nostro maestro, che cosa ci insegna?

Il Vangelo dice tante cose, ma in fondo ne dice poche e fondamentali. L'udienza del Papa, in cui è citata la frase posta sulla targa, mi dà modo di mettere a tema alcuni dei concetti su cui papà, fondava i suoi ragionamenti e a cui ancorava i suoi discorsi, ma soprattutto che erano il fondamento solido e inscalfibile della sua vita. Quelle fondamenta ancorate alla roccia, come la famosa casa costruita dall'uomo saggio del vangelo di Matteo 7, 21-27 (clicca qui per leggere il testo), che gli hanno permesso di non tremare e di non disperare davanti alla evidenza e alla presa d'atto di una morte certa ed imminente di fronte alla quale non è caduto e di fronte a cui ha scelto di farsi ancora alunno e studente, secondo, assistente, numero due, del suo vero e unico maestro imitandone lo stile con cui ha affrontato una notte di circa duemila anni fa in un altro giardino conosciuto con il nome di Getsemani come si legge in Matteo 26, 36-42 (clicca qui per il riferimento al testo).

Concetti, è inutile che lo sottolinei, naturalmente intrisi di sapienza evangelica e prima ancora fondati sulla saggezza biblica.
Ci provo. Spero che ne assaporiate la portata. E' talmente grande che un padre le lascia come viatico ad un figlio e con lui a tutti i suoi cari come vademecum per la vita.

Pensa.
Spera.
Non arrenderti alla notte.
Il primo nemico  da sottomettere non è fuori di te: è dentro di te. Pertanto non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. 
Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi.
Fede e Speranza procedono insieme.
Credi all'esistenza delle verità più alte e più belle. 
Confida in Dio, nello Spirito Santo, nell'abbraccio di Cristo.
Il mondo cammina grazie allo sguardo di chi apre brecce, costruisce ponti, sogna e crede, anche se circondato da derisione.
Non pensare nella lotta che conduci quaggi che sia tutto inutile. 
Dio ci ha fatto per fiorire.
Ovunque tu sia, costruisci.
Sei a terra? Alzati.
Non rimanere a terra, fatti aiutare per metterti in piedi se serve.
Sei seduto? Mettiti in cammino.
Scaccia la noia con le opere di bene.
Scaccia il vuoto chiedendo allo Spirito Santo che ti renda pieno.
Opera la pace in mezzo agli uomini.
Non ascoltare le voci dell'odio e delle divisioni.
Nei contrasti pazienta: ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale una ad una.
Rispetta il cammino di tutti.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila.
Quell'unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non vere paura di sognare. Sogna!
Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che certamente arriverà.

La speranza ci porta a credere all'esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci si immaginazione hanno regalato scoperte scientifiche e tecnologiche, hanno solcato oceani e coltivando la speranza hanno vinto schiavitù e migliorato le condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. 
Pensa che ogni ingiustizia verso un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità.

La vita non cessa con la tua esistenza e in questo mondo verranno altre generazioni. 
Ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio.
Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura.
La nostra nemica più infida non può nulla contro la Fede. 

Quando ti troverai impaurito di fronte a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel battesimo la tua vita è stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartiene a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell'uomo: il peccato, l'odio, il crimine, la violenza, tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l'ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini.
Anche se vivessi in un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano e nella preghiera tutto riconsegni a Dio. 

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l'uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli rialzati: nulla è più umano di commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. 
Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati!
Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l'amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c'è il seme di un mondo nuovo.
Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino.
Impara dalla meraviglia. Coltiva lo stupore.
Vivi, ama, sogna, credi.
E, con la grazia di Dio, non disperare mai.



Prendo ancora in prestito al pettinatissimo Sergio Endrigo alcune parole della sua meravigliosa canzone: 

"Le cose d'ogni giorno
raccontano segreti
a chi le sa guardare
ed ascoltare.

Per fare un albero, ci vuole un fiore.
Per fare tutto, ci vuole un fiore".

Papà è stato, è e continuerà ad essere il nostro fiore, il nostro bel fiore, che sarebbe stato bello anche se non utile a fare un albero, ma come ulteriore dono, nel suo caso, come perfetta realizzazione dello scopo (ognuno di noi ne ha uno, come scrive, volendo approfondire, fra gli altri Valerio Albisetti. Diventa ciò che sei. Un cammino di psicospiritualità cristiana. Figlie di San Paolo. Milano. 2005. Pag. 29, clicca qui per vederne il sito) per cui è stato mandato sulla terra, credo che si possa dire che si sia evoluto e trasformato pure in un albero con tanti rami, uno dei quali potremmo essere noi famiglia e gli altri rami le tante altre realtà che lui ha contribuito a far nascere nella sua vita e nella vita degli altri... oltre all'albero vero che da oggi, grazie a questi amici, si erge vicino all'edicola di Massimo il giornalaio, fronte civico 26.

Papà è stato, è e continuerà ad essere un fiore e forse pure un albero per chi, come questi nostri amici, lo farà crescere nel suo giardino.

202, 12 giugno. Presso i Cadini del Brenton (BL) durante l'ultima estate passata insieme sulle montagne.



Sitografia:
2) https://www.youtube.com/watch?v=615nMPDfvog (dal 22° minuto, a meno che non vuoi sentire l'introduzione in arabo)

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sabato 29 febbraio 2020

Matteo 4,1-11 - Ricordiamo la paternità di Dio su di noi e affrontiamo le tentazioni - Commento al Vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Matteo 4, 1-11

Entriamo nella Quaresima con il dono del testo delle tre tentazioni secondo Matteo. Siamo preparati in questo testo dell’anno liturgico A, il primo dei tre, dal racconto del peccato primordiale, dalla caduta inziale. Questa caduta, narrata nella prima lettura, è la pista su cui dobbiamo lavorare, perché appunto parleremo di tentazione e vediamo il primo combattimento esplicito di Cristo contro il maligno che è quello appunto che compare nel capitolo 4 del vangelo di Matteo.

Una tentazione sul cibo, ma riguardante l’invidia, la superbia, l’affermazione dell’ego - 
La prima tentazione riguarda un cibo. La prima tentazione di Cristo riguarderà il cibo. Possiamo vedere che il cibo viene proposto come strumento di autoaffermazione nel racconto di Genesi 3. Cioè mangiare dell’albero del giardino per emanciparsi e diventare indipendenti da Dio e ansi simili a lui, cioè diventare come lui, suoi antagonisti, rivali. Il tema dell’invidia è latente, per cui si parte dal tema della gola, della voglia di mangiare una cosa che non si potrebbe mangiare, ma il problema vero è l’invidia, il problema vero è la superbia, l’affermazione dell’ego e il superamento di qualcun altro. 


La prima tentazione: affermare la propria supremazia rispetto alle cose - 
Ecco che infatti, nella prima tentazione, una parte di questa antica primordiale trappola del serpente viene esplicitata dal diavolo che dice a Gesù: “Se sei figlio di Dio di che queste pietre diventino pane”. Se sei uguale a Dio, se sei della stessa caratura, dello stesso livello. E lo invita ad esplicitare la sua figliolanza divina per mezzo della violazione della natura delle cose. Cioè, il pane è il pane, le pietre sono le pietre. Chi non coglie la differenza, meglio che non inviti a pranzo nessuno potrebbe fare qualche macello. E no. Le pietre son pietre. Le cose sono quelle che sono. La tentazione è affermare la propria supremazia rispetto alla cose. 
Cioè? Gesù viene da un digiuno sterminato, pazzesco e quindi ha tanta fame ed è interessante, la tentazione non viene quando uno è forte, viene quando uno è debole, viene nel momento della fragilità. Viene nel momento in cui guardi una pietra e hai talmente tanta fame che inizi a dire: “ Ma non è che niente niente è una pagnotta quella?”. Ecco, uno inizia a confondersi sulle cose e a leggerle secondo il proprio appetito, secondo la propria voglia, secondo il proprio bisogno e non per quello che sono. Il punto è che questo dovrebbe essere un tema di autoaffermazione ancora una volta.

La risposta di Gesù: io non vivo perché prendo delle iniziative -
Cristo risponde rovesciando la prospettiva. Io non vivo perché prendo delle iniziative, ma perché il Padre mi nutre, non vivo perché mi affermo, ma perché il Padre è buono. Se sono figlio di Dio lo sono perché Dio è mio padre non perché io sono allo stesso livello e mi autoaffermo e mi sottolineo. 


La seconda tentazione: comandare sulla realtà e riuscire a provocare una manifestazione di Dio - 
 E questo è tutto il tema che poi viene proseguito dalla storia del lancio dai pinnacoli del tempio per poter fare una cosa spettacolare e quindi avere questa grande idea di riuscire a provocare questa manifestazione di Dio perché infatti, se sei figlio di Dio, comandi sulla realtà e le cose ti obbediscono. Cioè tu batti il ritmo a Dio. Tu gli sta schioccando le dita e lui deve manifestarsi. E’ un tema ancora una volta di autoaffermazione, in primis, secondo la logica, nella prima tentazione, degli appetiti, qui è secondo la logica dei progetti, cioè delle idee, delle cose che uno pensa di poter fare, le ideone, che uno pensa di dover perseguire per risolvere le cose che non gli piacciono della vita. Ecco.

Gesù risponde anche questa volta: viene prima Dio - 
Il problema è che ancora una volta Gesù risponderà: no, viene prima Dio. Non sono che parto, non sono il che lo saggio, non sono io che prendo, perché io sono figlio e Dio è Padre. Allora io so che il vero punto per vivere è fidarmi di lui e non tirargli la giacchetta. Non costringerlo a manifestarsi. 
Ed ecco che ancora il tema non è tanto se mi affermo io, quanto se mi ricordo chi è Dio. Io vinco la tentazione dell’autoaffermazione attraverso la memoria della bella affermazione di chi Dio è. Dio è mio padre, mi vuole bene, mi fido di lui.

La terza tentazione: per affermare te stesso dei piegarti al potere e distruggere la tua dignità - 
E ancora una volta questa tentazione di autoaffermazione viene sottolineata dall’offerta del potere e del possesso. Però questa volta deve essere più esplicito il diavolo perché di fatto si sa che il potere chiede compromessi per sua propria natura. Chiunque ha potere ha fatto compromessi, a meno che non sia il potere di Dio, che è l’unico potere che esiste in questo mondo e sopra questo mondo. Ti darò il potere, la gloria del mondo, però ti devi sottomettere al potere. Ti devi gettare ai miei piedi. Ti devi prostrare. Devi scendere a compromessi con me. Ti devi piegare a me. E questo è ancor più manifesto come inganno: per affermare te stesso, in fondo devi distruggere la tua dignità. Devi scendere per l’appunto a compromessi. Devi fare qualche cosa che infetta l’origine del tuo potere, perché infatti sarà una questione di favori. Una volta che ti sei piegato a me, poi ti comando io. Chiunque ha potere su questa terra è schiavo di qualcun altro, sempre. Sempre. In ogni caso. Fosse anche il più grande potente di questa terra, è schiavo di qualcun altro, perlomeno della menzogna e del male.

Gesù vince la terza tentazione credendo che è il Padre l’unico del quale si può fidare - 
E ancora una volta la tentazione Cristo la vince tornando a Dio. Cioè dicendo: ma mi posso piegare a qualcun altro che non è il padre? E’ lui l’unico di cui mi fido, lui l’unico che mi alimenta, lui quello a cui mi piegherò, lui solo adorerò. A lui solo renderò culto. E’ interessante che Dio si adora. E il termine greco soggiacente indica si l’atto dell’adorazione, però implica il baciare, portare alla bocca, adorare, ma anche proprio viene usato il termine greco del bacio. A lui solo renderò culto, la mia sarà una liturgia, io avrò una relazione bella, liturgica con Dio. Non mi piegherò come ad un capo mafioso, mi devo prostrare gettandomi ai tuoi piedi, è interessante. Ti devo schiacciare. Ti devi sottomettere per avere il potere. Ecco.

Combattere con il digiuno, la preghiera e l’elemosina per tornare a vivere consapevolmente la paternità di Dio su di noi - 
Noi tutti quanti entriamo nella Quaresima sapendo che dobbiamo combattere con il digiuno contro l’assolutizzazione dei nostri appetiti, con la preghiera contro l’assolutizzazione dei nostri progetti e con l’elemosina contro l’assolutizzazione dei possessi. Perché? Per tornare a Dio perché è di questo che abbiamo bisogno. Perché è questa la conversione. Perché la conversione è ri-direzionare il cuore per grazia, per l’opera dello Spirito Santo in noi, e questa opera è la memoria della paternità di Dio, a cui tutto ricondurre. Riportare a lui il nostro appetito. E’ lui che ci saprà saziare. Riportare a lui i nostri progetti perché Lui ne ha di migliori. A lui solo piegarci, perché lui solo si merita il nostro culto e la nostra adorazione.

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lunedì 3 febbraio 2020

Luca 2, 22-40 - Compare il Messia e porta pienezza, luce, forza, vita - Omelia di don Fabio Pieroni

Il testo risulta dalla trascrizione dell'omelia di don Fabio Pieroni presso la parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle. I neretti sono stati aggiunti con il solo scopo di paragrafare il testo. Il testo non è stato rivisto dall'autore. Si resta a disposizione per l'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore- come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. 

Omelia di don Fabio Pieroni
La presentazione del Signore al tempio. Vi faccio vedere che noi non sappiamo nulla, forse perché il tipo di catechesi che abbiamo ricevuto è stata sempre insufficiente. 

La legge imponeva la purificazione della donna e del bambino e il riscatto del primogenito - 
Maria ha dato alla luce il suo primogenito a Betlemme e passati otto giorni va a Gerusalemme. Gerusalemme sta vicinissimo a Betlemme, sono massimo cinque kilometri.
Quindi prima che arrivino i magi, loro portano questo bambino al tempio. C’è un solo tempio in Israele, il tempio di Gerusalemme. Perché lo portano lì? Perché secondo la legge del Signore bisogna fare due cose: purificare la donna e il bambino dopo il parto e poi bisogna riscattare il primogenito. Perché ogni primogenito è di Dio e quindi io devo sacrificare due colombe se sono un poveraccio, oppure un agnello se ho i soldi, oppure un bue se sono ricco. Maria e Giuseppe non hanno niente, sono poveracci.  Sono lì pronti per fare questo atto. Un animale viene dato in olocausto, cioè bruciato, il sangue dell’altro invece deve toccare le pietre del tempio. Queste sono delle leggi  che all’epoca erano normali. Tipo: vado a fare il battesimo. Noi sappiamo che qualcosa succede e anche Maria e Giuseppe portavano questo loro bambino Gesù.

La storia di Simeone –
Ad un certo punto, mentre stavano per avvicinarsi al sacerdote, come se fosse il parroco, don Fabio, arriva Gaspare, il nostro parrocchiano. Conoscete Gaspare? Gaspare ha circa duecento anni, circola per la parrocchia, sa tutto di tutto. E’ un laico, uno qualunque, che tu lo prendi per strada e dici: ma che è questo vecchietto? Non serve a niente.  Simeone era uguale, aveva circa ottanta anni. E’ importante sapere che avesse ottanta anni, perché Gesù aveva pochi giorni.
Quindi Simeone, quando aveva circa sessanta anni, aveva visto tornare Israele dall’esilio e il tempio non c’era. Perché si è iniziato a costruire il tempio venti anni prima di Cristo. Era un rudere e poi la sua costruzione si completerà nel sessantasette dopo Cristo, dopo che Gesù è morto ed è risorto. Quando Simeone aveva ricominciato a gironzolare per l’area del tempio non c’era niente, era tutto sfasciato. Nel momento in cui è ambientato questo vangelo erano venti anni che ci si lavorava, ma già qualcosa si vedeva. Eppure vi era un andirivieni, una provvisorietà, poi litigavano fra i sommi sacerdoti, poi i cardinali, i vescovi, un casino, un macello. Però Simeone non mollava, stava lì. Anche se perdeva i colpi. 

Simeone prende Gesù dalle braccia di Maria -
Mentre  Maria e Giuseppe stavano portando lì Gesù, Samuele vede questo bambino e lo prende dalle braccia di Maria. Lo acchiappa. Non è stata Maria a portarglielo. E lui se lo prende.
Glielo prende, lo alza e dice: “Luce dei miei occhi. Meno male. Per questo non ho vissuto invano. Non ho sperato invano che cioè che tutta questa religione che sta crollando, che è inutile, che è ridicola, che è addirittura maledetta questa religione, perché non fa altro che creare casini, conflitti, delusioni. Ma sei arrivato tu. Tu sei il Messia, sei la Gloria di Israele, la luce delle genti. Maria guarda questo bambino sta qui perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Egli è qui per la morte e la Resurrezione di molti in Israele. E anche a te una spada ti trafiggerà l’anima”. E glielo restituisce. 

Il vangelo ricorda e decide di raccontare di questo intervento di Simeone - 
Che sta succedendo? Questi sono alcuni dati importanti che se io non ve li sottolineo, voi non li potete capire, non li potete notare. Perché appunto Simeone è uno qualunque. Ecco appunto come Gaspare che prende il bambino e uno potrebbe pensare: “Come si permette di dire queste cose? Dove stanno scritte le cose che sta dicendo, questo è un pazzo!” Invece il vangelo scrive queste cose.

Questo vangelo è per chi si sente in perdita, ma sta aspettando con speranza- 
Primo punto. Questo vangelo è per tutte le persone che si sentono questa mattina dei catorci. Ti senti un catorcio, una rovina. Però vieni qua a messa. “Chissà se mi può accadere qualcosa? Mi sento così invecchiato, così in perdita con tutto: con la speranza, con la religione. E poi ti dicono che il Papa così, il Papa colà, il prete così, il prete colà, ma andate tutti a quel paese, ma chi se ne importa di tutto questo macello!”. Possono venire in mente queste cose. Ma uno vede una persona, una persona speciale perché in lui brilla qualcosa di straordinario, qualcosa che viene da Dio. Le cose che vengono da Dio, ti danno la vita, ti ringiovaniscono. Le cose che vengono da Dio, molto spesso non hanno l’etichetta “Viene da Dio!”. Le cose che vengono da Dio spesso non è un prete tutto preciso, con la tiara, con tutti gli anelli. Spesso non è così. Spesso appare un poveraccio, un piccolo dettaglio in cui c’è il Messia, in cui c’è una parola di conforto, di conferma, di sostegno. In cui tu ti senti edificato, ti senti rinascere. Spesso avviene così. Quindi questa speranza che ha Simeone, che significa “ Dio Ascolta” il grido di un poveraccio che aveva una speranza. 

Anche Anna è in attesa – 
Anche Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser, che aveva ottantaquattro anni e che non lasciava mai il tempio, che non si allontanava mai dal tempio, stava sempre a dire rosari, rosari, rosari, si rallegra. Capite? Perché stavano aspettando e questa loro attesa non è stata inutile.

Se appare la luce del Messia, appare la vita, la fiducia, la pienezza, la forza - 
Ecco quindi spero che per quelli che state qua che avete il conto in rosso, che avete il bilancio in passivo, che avete un senso di delusione, di sofferenza, se appare per un secondo il Messia, tu ti dimentichi tutto, tu vivi finalmente. Torni a vivere. Ti arriva una parola del Vangelo, ti senti compreso, ti senti che Dio sta dalla tua parte. Questa piccola luce illumina il tuo cuore e ti fa diventare come un giovanotto, come Simeone, che prende questo ragazzino lo alza, si rallegra, fa una cosa che è anche antipatica, ma non gliene frega niente.

Il vangelo decide di raccontare questo incontro- 
E il Vangelo scrive questo, avrebbe potuto non farlo. Perché capite che qui viene contestata tutta la religione ufficiale dal Vangelo. Si sta dicendo qui che la religione ebraica dell’epoca era fuorviante. Possibile che anche la nostra religione, la nostra liturgia si è fatta troppo formalmente ed invece di veicolare l’incontro con il Messia, con la vita vera, anche se uno fa tutti i precetti precisi viene consegnato alla morte.  Quindi c’è tanto altro da dire oltre quello che sto dicendo adesso. 

Anche a noi può capitare quanto accaduto a Simeone e ad Anna - 
Però io penso e spero che qualcuno di voi che qui oggi si trova come Simeone e Anna, avvertano una nuova giovinezza. Anche se sei giovane, sei distrutta, distrutto e arriva questa luce. Luce delle genti, gloria di Israele.
Questo è un primo bellissimo punto che ci dice questa festa.

Ogni dono deve essere interpretato nella giusta maniera e gestito secondo la finalità per la quale è stato pensato da Dio - 
Un secondo punto è questo. Che quando questo Simeone prende questo Gesù fra le mani, questo dono. Questo dono deve essere interpretato nella giusta maniera. Perché un dono uno lo può autogestire. Tanti doni possiamo avere: il fatto che esistiamo, il fatto che siamo dei catechisti, il fatto che sei un genitore, il fatto che hai un lavoro. Questo dono che tu hai lo puoi autogestire. Sbagli. Ci deve essere qualcuno che innanzitutto ti dice: “E’ bello che tu ci sia! E’ importante che tu faccia e sia quello che sei, perché sei un dono, non sei un errore, non sei uno qualunque!”. Simeone dice questo e non lo dice solamente a Gesù, o meglio, lo dice a Gesù perché questo valga anche per me. Vale anche quando noi prendiamo il pane e il calice e lo offriamo. Io e te siamo un dono per Cristo. Questo è importante perché ogni dono è una benedizione. Perché noi ci percepiamo come delle persone inutili, come delle persone sbagliate, come delle persone superflue, invece sei un dono. Un dono. “Ma chi me lo avrebbe mai detto che sono un dono?

La novità portata dall’incontro tra Gesù e Simeone - 
Però questo dono ha una intenzionalità. Quindi il dono non va autogestito. Il dono deve essere gestito secondo la sua vera intenzionalità. Che non è quella che tu attribuisci e che tu gestisci come catechista, come maestro, come papà, come mamma. Bisogna che tu ogni tanto ti rallinei con la intenzionalità che Dio ti ha dato. Per questo Maria che stava entrando nel tram tram della legge, incontra questo Simeone che dirotta il dono per fare altro, per attribuirgli un’altra intenzione. Questa è una cosa del tutto nuova perché all’epoca i rabbini non mettevano mai insieme queste due profezie: luce delle genti e gloria del tuo popolo Israele. Questa è una cosa assolutamente blasfema per la sensibilità religiosa ebraica. Le genti sono i cani, non avevano niente a che fare con Israele, e quindi non si poteva metterli vicini fisicamente, ma neanche verbalmente. Gesù invece è questa comunione, che è qualcosa di assolutamente nuovo. Addirittura è qualcosa di proibito per la religione ufficiale e quindi è un problema per la religione ebraica. Sarà una spada per Maria, sarà una spada per tutti. Qualcuno che taglia, che apre una nuova realtà. 

L’importanza anche per noi di dare il giusto significato al dono che siamo -
Quindi anche per noi è così. Dobbiamo stare attenti. Il nostro essere un dono non lo autogestiamo. Dobbiamo riferirlo ogni tanto, perché piano piano, piano piano o perdiamo il senso di quello che facciamo, il bandolo della matassa, oppure siccome ci sentiamo così sicuri, succede che iniziamo a fare nostre delle iniziative che non sono di Dio, ma sono solamente le nostre. Cominciamo  a portare la vita nostra e la vita degli altri con l’illusione che noi lo stiamo facendo secondo la volontà di Dio, ma in realtà in maniera del tutto arbitraria. Questo pericolo di autogestirci in maniera autonoma e slegata dalla intenzionalità di Dio è un problema. 

L’umiltà di ricevere delle conferme da altre persone che confermino che stiamo vivendo il dono secondo l’intenzionalità assegnata da Dio -
Quindi la nostra umiltà è quella di avere delle conferme. Di avere qualcuno che ci dica: “Si, stai andando bene!” Persone che riconoscano che quello che noi stiamo vivendo a nome nostro continua anche ad essere il nome di Dio, altrimenti facciamo un casino. Roviniamo quello che noi siamo. Smarriamo quello che solamente Dio ci può indicare.

Attualità di questa festa: c’è la speranza di ripartire in modo nuovo - 
Ecco questa festa della Presentazione è qualcosa di molto attuale. Noi vediamo che un certo mondo religioso sta morendo e pensiamo allora che sia tutto inutile quello che stiamo facendo. No. C’è una speranza. C’è qualcuno che fa ripartire tutto in una maniera diversa. Sfruttando anche le cose che noi anche stiamo già vivendo. E quindi allora questa attesa questa speranza, come quella di Simeone, non è vana. Quindi è anche possibile che magari sto parlando e ad alcuni di voi non gli fa né caldo né freddo. Tranquillo. Anna di Fanuele ha aspettato ottantaquattro anni.  Tu quanti anni hai? Ancora a voglia. Tranquilla arriverà anche per te il momento in cui potrai rallegrarti, potrai gioire perché vedi Dio. Perché basta un instante in cui vedi Dio e a te non te ne frega più niente. Quello che è stato, quello che sarà, non te ne frega più niente. E’ arrivato il Messia, è arrivata la vita nuova e adesso io sono completamente rapita, completamente rapito da questa intuizione, da questa gioia, da questa comunione così profonda. 

venerdì 23 agosto 2019

L'arte di ricominciare - C'è un Padre che è il Creatore: o ci si apre a Lui o ci si sclerotizza nell'impotenza, nell'amarezza


"La vita, per quanto dia fastidio accettarlo, è una partita a tennis dove non sono mai di servizio. Batte sempre un Altro. La palla della realtà mi arriva con il suo spin e la sua direzione, che è quella che è.
E' il primo benefico trauma per ricominciare, o per cominciare per bene: obbedire alle cose per come sono. Sto dove sto. Ho combinato quel che ho combinato. Mi è successo quel che mi è successo. Si riparte da qui dove sono. E identifico uno dei miei nemici più pericolosi: le mie pretese. Le mie aspettative.
Da dove partire: dal rifiuto o dall'accettazione? Se qualcosa fuori andrà modificato, è sempre solo perché qualcosa è cambiato dentro. " Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro" ( Mc 7,15). I problemi più amari sono quelli che nascono dagli atteggiamenti sbagliati. E i veri errori sono quelli: gli atteggiamenti.

Partiamo con un primo semplice consiglio. La ricetta dice: un bel respiro e... deglutire le cose accadute.
Forse non è il migliore tratto della mia esistenza. Potrebbe anche essere il peggiore... Meglio de-assolutizzare il mio atteggiamento, la mia visione delle cose. C'è qualcosa di più grande di me e della mia impotenza. C'è un Padre che è il creatore. Le cose sono due: aprirsi a Lui o sclerotizzarsi nell'amarezza, nello scoraggiamento. O peggio ancora nell'illusione alla Rossella O'Hara in Via col vento".


Fabio Rosini, L'arte di ricominciare, Ed. San Paolo s.r.l., 2018, Cinisello Balsamo ( Milano), pp. 38

lunedì 6 giugno 2011

Giovanni Paolo II - New Orleans - Discorso ai giovani - 12 settembre 1987

E' con la verità di Gesù, cari giovani, che dovete affrontare i grandi problemi della vostra vita, come pure i problemi pratici. Il mondo cercherà di ingannarvi su molte cose importanti:  sulla vostra fede,  sul piacere e sulle cose materiali, sui pericoli della droga.
A un certo punto le  false voci del mondo cercheranno di sfruttare la vostra umana debolezza dicendovi che la vita per voi non ha alcun significato. Il furto più grande nella vostra vita avrà luogo se riusciranno a strapparvi la speranza. Essi cercheranno di farlo, ma non vi riusciranno se vi tenete uniti strettamente a Gesù e alla sua verità.

La verità di Gesù è in grado di  rafforzare tutte le vostre energie. Unificherà la vostra vita e consoliderà il vostro senso di missione. Potrete sempre essere vulnerabili agli attacchi che vengono dalle pressioni del mondo, dalle forze del male,  dal potere del diavolo. " Ma sarete invincibili nella speranza: in Cristo Gesù nostra speranza" ( 1 Tm 1,1).

Cari giovani: la parola di Gesù, la sua verità e le sue promesse di realizzazione e di vita sono la risposta della chiesa alla cultura della morte, agli assalti del dubbio e al cancro della disperazione.

Il Papa il 15 settembre 1997 cammina tra i giovani al Universal Amphitheatre in Los Angeles, Calif. 
Giovanni Paolo II visitò questa cattedrale e celebrò una messa all'aperto per più di 200.000 giovani davanti al lago.

IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003