Visualizzazione post con etichetta Don Fabio Rosini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Don Fabio Rosini. Mostra tutti i post

sabato 24 maggio 2025

Giovanni 14, 23-29 - Commento sesta domenica di Pasqua - Don Fabio Rosini

Trascrizione del commento di don Fabio Rosini alla 6 domenica di Pasqua mandata in onda su Radiovaticana (Per ascoltare audio: clicca qui)

Il commento non è stato rivisto dall’autore e risulta dalla trascrizione del testo parlato. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l’immediata rimozione del testo.

Gv 14,23-29

Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Sesta domenica di Paqua. Nel vangelo capitolo 14° di Giovanni, noi ascoltiamo delle indicazioni di Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena che già lanciano verso la ricezione dello Spirito Santo. Già ci preparano alla Pentecoste.

Se uno mi ama osserverà la mia parola. Che vuol dire?-

Gesù dice una frase molto importante: “Se uno mi ama osserverà la mia parola”. Secondo Gesù l’obbedienza non produce l’amore, ma l’amore produce l’obbedienza. Se uno mi ama osserverà la mia parola. Nella vita spirituale l’obbedienza è molto importante. Ma l’obbedienza piena e completa viene dall’amore. Non viceversa. C’è obbedienza pedissequa e c’è obbedianza alta, matura, adulta che ha origine nella gratitudine e nell’affetto. Il testo descrive questo processo nobile e i suoi frutti. Se qualcuno ama Gesù osserva la sua parola, tiene caro quello che Gesù gli ha detto. E così arriva ancora di più. E il Padre mio lo amerà dice il testo e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Cioè Dio farà casa in quella persona. Una presenza nella vita quotidiana e nelle azioni. E ciò è l’esperienza della guida dello Spirito Santo ossia il Paraclito, che significa, colui che è chiamato vicino, vuol dire in greco, questo lo fa consolatore, colui che sta vicino e consola l’uomo e parla al suo orecchio insegnandogli come vivere. Appunto. A detta di Gesù il paraclito fa due cose. Primo. Insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Insegnare e ricordare. Questi sono gli atti dello Spirito Santo rispetto all’uomo.

Imparare non è una cosa facile - 

Dobbiamo ricordare che insegnare non è così semplice. Il problema è che spesso si pensa di non avere niente da imparare. Ad esempio pensiamo di sapere già cosa è l’amore. Eppure l’amore non si insegna mai abbastanza. E’ un’arte sempre nuova. Per amare bisogna ricominciare ogni giorno. E abbiamo bisogno che lo Spirito ci insegni come. Il verbo insegnare significa “scrivere dentro”. Lo Spirito Santo può scrivere qualcosa di nuovo in noi. Ma noi portiamo una pagina interiore già listata di convinzioni e priorità difficili da confutare. Ci sono lezioni nella vita che non impariamo mai. E ci sono errori che ripetiamo tante volte. Perché per imparare, per apprendere, per crescere abbiamo bisogno di un’attitudine.

Abbiamo bisogno di umiltà per correggerci ed apprendere - 

Se lo Spirito Santo è un insegnante e deve insegnarci ogni cosa, noi abbiamo bisogno di un’umiltà che è proprio la strada maestra della vita cristiana.

Chi è senza umiltà non apprende e non si corregge perché? Perché non accetta di mettere in discussione quello che pensa. Appunto quella pagina interiore con convizioni e priorità e non riesce a confutarle. Chi è senza umiltà non apprende e non si corregge e questa non è una bella vita perché non sapersi correggere dai propri errori vuol dire restare sempre allo stesso posto, assolutizzare quello che uno pensa, la porta del disastro. Perché di fatto uno non cresce più. 

Cosa si apprende dallo Spirito Santo?

Potremmo chiedere: ma cosa si apprende dallo Spirito Santo? Si apprende come pregare? Come comportarsi? Bè anche queste cose. Ma Gesù dice che il compito dello Spirito Santo è insegnare ogni cosa. Cioè tutto. Abbiamo bisogno infatti di imparare più e più volte tutto ciò che facciamo. La cosa bella della vita cristiana è che è una costante scoperta. Se c’è un’area della vita in cui crediamo di non aver più nulla da imparare, possiamo essere certi che questa zona della nostra vita è segnata dalla mediocrità.

Tutto in noi ha bisogno di essere continuamente rinnovato dallo Spirito Santo.

L’altro compito dello Spirito è ricordarci quello che Lui ci ha detto - 

L’altro compito dello Spirito, dice Gesù è ricordarci quello che Lui ci ha detto. Questo è essenziale perché è dalla parola di Cristo che si rinasce e si riceve consistenza. Dio in realtà ci ha parlato sempre, sin dall’infanzia, e quanto abbiamo ancora da capire e da scoprire per esempio del nostro passato. Il Signore ci deve insegnare il nostro passato. A rileggerlo, a capirlo meglio, a liberarci dalle nostre gabbie. Anche da quel che forse abbiamo rifiutato. In quegli eventi Dio ci ha detto qualche cosa che forse non abbiamo ancora accolto. Lo Spirito Santo è il maestro della memoria. Cioè della lettura del passato e quando lui illumina la nostra memoria, porta alla luce, avvolge nella sua verità la nostra esistenza. E il testo del vangelo che leggiamo termina connettendosi con il suo inizio. Con la sua apertura. Lo Spirito ci insegna come conservare nella memoria la parola di Gesù. Se mi amate osserverete la mia parola. Ecco, lo Spirito Santo fa questa operazione in noi. E si innesca il processo amorevole con cui si era aperto tutto il viaggio: amare Gesù, osservare la sua parola, essere conservati dal Padre e conseguentemente diventare capaci di apprendere, capaci di crescere, capaci di correggersi e iniziare ad illuminare tutta la nostra vita anche le cose più difficili, il nostro passato. 

E’ chiaro che in una liturgia come questa, dove si proclama nella seconda lettura la nuova Gerusalemme, la vita nuova. Questa dimensione. Abbiamo ascoltato nel Vangelo che il Padre prenderà dimora presso di noi e qui vediamo questa città in cui abita l’Agnello, in cui non c’è nessun tempio, perché il Signore Dio l’Onnipotente è l’Agnello cioè non abbiamo bisogno di un culto esteriore formalistico perché siamo già noi inabitati dal rapporto con Dio. Questo anche ci connette con la prima lettura dove vediamo gli apostoli che sono capaci di imparare una cosa nuova. Loro erano impostati per un’adesione alla legge veterotestamentaria e sono capaci di andare oltre in una lettura che segna la storia della Chiesa. E’ il capitolo 15 degli Atti degli Apostoli in cui gli apostoli per cui era assolutamente impensabile che i pagani senza circoncisione, senza osservanza delle norme, potessero entrare nella vita redenta, addirittura consolano colo che essendo arrivati nella fede in Cristo, sono stati turbati dalla richiesta di questa obbedienza alla norme estese e peculiari del Giudaismo e dichiarano questa apertura, questo che viene chiamato il Concilio di Gerusalemme, questo che è la decisione degli apostoli e del consiglio di tutti gli anziani e di tutta la chiesa, di consolare e rassicurare i cristiani che provengono dal paganesimo che possono finalmente essere nella vita nuova, entrare nella Gerusalemme celeste, senza il bisogno degli schemi vecchi, stantii della normativa rabbinica. Ecco, questo è un esempio di cambio di schema, di sapersi liberare dalle proprie priorità.

Lasciamo che questa liturgia ci lanci verso la Pentecoste e ci apra alla scuola del tanto che dobbiamo ancora capire e ricevere e che lo spirito Santo ci deve ancora insegnare. 

lunedì 25 luglio 2022

25/07/2022 - Mariuccio Paolo Piola - Corinzi 4,1-16 - Su mio padre e sui miei maestri

"Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il vangelo" (1Cor 4,15)

Una riflessione scaturita da questa frase dell'Ufficio delle letture di oggi che non ha potuto che ricondurmi a mio padre.
La condivido con voi. Ho messo i soliti titoletti rossi per orientarsi visto che è un pò lunghetta.

La domanda a cui rispondere- 
Mi ha colpito questa frase di San Paolo ai Corinzi.
Naturalmente mi fa tornare in mente tutte le persone che hanno contribuito alla mia nascita e crescita umana e quindi spirituale. 
Chi sono stati i miei pedagoghi e il mio padre nella fede?
Questa domanda mi da modo di mettere a tema delle riflessioni che ho nella testa da tempo.
Il mio caso personale credo, per quello che vedo intorno a me nell'esperienza di amici e conoscenti, sia particolare da questo punto di vista.
Infatti mio padre, Mariuccio Paolo Piola è stato la persona attraverso cui Dio ha voluto chiamarmi alla vita biologica. Fino a qui tutto statisticamente normale. La peculiarità, nel mio caso, è rappresentata dal fatto che sempre mio padre è stata anche la persona attraverso cui Dio mi ha voluto chiamare alla vita spirituale e che ha continuato ad essere il mio maestro fino al giorno della sua morte. Ora lo farà dal cielo. Mio padre era un uomo di fede e su questa ha basato le fondamenta della sua vita e ha insegnato a fare questo con l'esempio a tantissime persone, fra le quali ci sono anche io. 

Ritengo infatti che mio padre, nell'infanzia, mi ha iniziato alla vita spirituale e alla fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e in Gesù e nello Spirito Santo. Lui, connaturalmente alla sua predisposizione alla vita spirituale e alla trasmissione della stessa, mi ha naturalmente formato in modo all'inizio per me inconsapevole. Come un piccolo di leone che segue la leonessa, ho potuto vivere accanto a mio padre ed imparare da lui che ha vissuto alla luce della volontà di Dio per tutti i quarantaquattro anni  della sua vita e di questo sono stato testimone.

Questo lo ha reso per me un maestro, anzi oggi, posso dire che sia stato il mio padre spirituale e, fra i miei maestri, il mio maestro più importante e come gli altri pochi maestri credibile e autorevole. 

Gli altri pedagoghi e maestri-
Questo lo dico non senza pesare molto bene le mie parole. 
Papà mi ha formato nell'infanzia e fino all'adolescenza è stato il mio unico punto di riferimento. 
La mia vita successivamente è continuata nel confronto con altre persone che hanno rappresentato per me dei punti di riferimento a cui guardare, dai quali imparare a navigare nella vita, nella professione, nella fede, nelle relazioni.
Essi mi hanno accompagnato per delle fasi di vita. Sempre però ho mantenuto un dialogo con papà. 

Giovanni Stirati
Penso al Prof. Giovanni Stirati (nato nel 1938 e morto nel 2023), a cui ho guardato con ammirazione come modello di uomo, di catechista, di medico, di professore universitario, di insegnante a partire dal 1992. E soprattutto, poi, intorno agli anni 2002 fino al 2009. E nei numerosi contatti avuti con lui fino al 2012 o comunque fino a quando la sua malattia lo ha permesso. Varie volte e con diversi pretesti, mi sono arrampicato fino alla sua stanzetta all'ultimo piano della seconda clinica medica all'Università La Sapienza di Roma. Tante volte gli ho proposto di accompagnarlo dal lavoro a casa per potermi confrontare con lui. Abbiamo condiviso, dopo la sua andata in pensione, la preparazione di tutto il materiale del suo corso di Bioetica, in ore di lavoro fianco a fianco. In lui, da piccolo, ho visto la persona che avrei voluto diventare. E questo mi ha dato una bussola per orientarmi negli anni delle medie e del liceo. Poi, più avanti negli anni, ho scelto di adattare meglio al mio modo personale di essere, le decisioni prese nell'adolescenza, per non imitare e per passare all'interiorizzazione di tutto quello che ho potuto imparare da lui. Ho sempre confermato la stima e l'affetto per lui che ritengo uno dei miei più importanti maestri di una fase di vita verso il quale ho nel cuore la devozione e la gratitudine dell'allievo e del discepolo ormai adulto.
Per circa venticinque anni  Giovanni e mio papà hanno collaborato l'uno a fianco all'altro come responsabili della prima e della seconda comunità Neocatecumenale della parrocchia di Santa Francesca Cabrini di Roma, fra le prime comunità a Roma e nel mondo, con reciproca stima e rispetto rimaste negli anni anche quando papà  dal 1992 non ha più presenziato e partecipato attivamente alla vita del Cammino Neocatecumenale, nelle chiare e complementari differenze e nelle strutturali e sostanziali similitudini. Nel 2019, dopo ventisette anni di percorsi fatti in solitaria, vedere papà andare, ogni lunedì, durante una fase della malattia di Giovanni, semplicemente a trovarlo a casa per tenergli la mano e per pregare insieme facendogli sentire la sua vicinanza, la sua presenza e il suo affetto, senza poter comunicare con le parole, me li ha fatti vedere come due guerrieri che, con stile diverso, hanno combattuto insieme tante battaglie aiutandosi lealmente, anche con i loro limiti che da figlio e da allievo penso di avere avuto il privilegio di poter conoscere. Due uomini che si sono considerati sempre secondi. 

Francesco Piloni-
Penso a padre Francesco Piloni, francescano minore, nato nel 1968, padre spirituale che mi ha permesso di fare dei passi in autonomia quando ho voluto iniziare a cercare di percorrere in autonomia dalla mia famiglia il cammino della vita, aiutato dalla sua supervisione. Allora, parliamo del 2002-2011, lo consideravo un fratello maggiore a cui chiedere le cose quando il padre è momentaneamente in viaggio. Per tanti anni, per parlargli, sono partito da casa a Roma e con il treno mi sono recato a Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Allora il servizio che padre Francesco mi ha reso mi ha aiutato tanto.

Emidio Alessandrini-
Penso a padre Emidio Alessandrini, francescano minore, (nato nel 1966 e morto nel 2021) che mi ha sempre illuminato, nel 2002 e poi nel 2017-2019, con le sue sintesi e i suoi colpi di insight e l'applicazione concreta della sapienza biblica e umana frutto di tantissimi approfondimenti ed esperienza di conoscenza di se stesso e degli altri. Un fratello maggiore. Un pedagogo.

Fabio Rosini-
Penso a don Fabio Rosini, prete della diocesi di Roma, nato nel 1961, per il quale ho svolto per anni il compito di sbobinatore personale, ruolo per il quale poi ho imparato, in Ungheria, durante il mio periodo Erasmus, anche a scrivere senza avere bisogno di guardare la tastiera. In lui ho sempre ritrovato la freschezza catechetica che avevo da sempre respirato a casa, in famiglia, da mio papà. Don Fabio, in un pomeriggio trascorso insieme nel 2012, mi ha detto che aveva sentito predicare papà e si ricordava delle sue catechesi.
L'ho sentito parlare per la prima volta nel 1998 nella parrocchia di Santa Angela Merici a Roma. Avevo 20 anni.  Poi, nel 2003, nella basilica di San Marco Evangelista a Roma dove ho iniziato il servizio di sbobinatore. 

Colgo l'occasione per dire che predicare, non è una cosa riservata a preti. Predicare è utilizzato qui come sinonimo di parlare di Gesù, di quello che ha fatto, detto, del significato che i suoi gesti e suoi insegnamenti hanno avuto allora e hanno oggi nelle nostre vite. Io credo che sia una delle cose più belle che si possano fare e soprattutto che sia un dono poterlo fare bene. 
Sentire da qualcuno parlare di Gesù, da qualcuno che lo fa bene, è qualcosa che cambia la vita di chi ascolta. Il mio altro pedagogo e maestro Francesco Rossi De Gasperis chiama questo servizio la diaconia della Parola.
Predicare bene non è qualcosa che si può ottenere con esercizio. E qualcosa che si ottiene solo seguendo Gesù, perché in sostanza si tratta di parlare di lui. Come si può parlare bene di qualcuno se non lo si frequenta?

Fabio Pieroni-
Penso a don Fabio Pieroni, prete della diocesi di Roma, che ho frequentato in un primo periodo dal 2005 al 2012 e poi, in seguito, dal 2015 e la nostra amicizia continua ad oggi. 
Anche in lui ho ritrovato, nel suo modo di predicare e di vivere la fede, qualcosa che in mio padre era presente strutturalmente.
La sensazione che la Parola fosse qualcosa di liberante, di efficace, di vivo, di vitale. Qualcosa capace di portare essenzialmente vita. Non legami, legacci, sensi di colpa, sensi di chiuso di stantio, di pesante.
A lui debbo la possibilità di vivere il suo ambiente parrocchiale, la frequenza della messa della domenica. Alcuni viaggi di formazione molto importanti: in Israele nel 2007, in Egitto Giordania Israele 2008, in Grecia 2009, in Spagna nel 2010. Sono legato a lui dall'affetto di un rapporto di affetto e di intima e profonda amicizia che è maturata grazie ad alcune fasi burrascose, pause di maturazione, cambiamenti e riavvicinamenti.
Anche lui è stato un pedagogo per me. Da lui ho imparato molte cose e la vicinanza con lui mi ha insegnato tanto e soprattutto fatto prendere contatto con una parte di me che non era venuta fuori prima. 
Anche don Fabio aveva conosciuto papà, negli anni 70-80, e lo aveva sentito commentare un salmo. don Fabio ha sempre ricordato che papà stava commentando il salmo 91 il versetto 11: "Tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente". 

Per don Fabio Pieroni, don Fabio Rosini, per padre Francesco Piloni, devo dire che il rapporto che ho avuto con loro si è evoluto. Non è stato privo di allontanamenti, di revisione critica, di distacco completo e, in alcuni casi, di alcuni momenti di forte incomprensione. Questo tipo di andamento, per me, ha fatto parte del percorso di crescita, del diventare da figlio a fratello. Oggi queste persone le considero come fratelli maggiori, non padri, e sono loro profondamente grato.
In tempi e modi diversi, mi hanno accompagnato in fase decisive della mia vita. In alcune circostanze mi sono sentito ferito è vero, ma non mortalmente sebbene il dolore è arrivato, in altri momenti la loro azione mi ha seriamente salvato la vita. Mi hanno permesso di fare qualcosa di grande. Oggi li considero persone con le quali ho condiviso e continuo a condividere una parte del mio viaggio esistenziale, ma sapendo camminare ciascuno sulle proprie gambe dietro l'unico maestro. 

Francesco Rossi De Gasperis-
Penso a padre Francesco Rossi De Gasperis, padre gesuita, biblista, dell'Istituto Biblico, (nato nel 1926 e morto santamente a 26 febbraio 2024 a 97 anni e 76 anni di professione religiosa) e conosciuto da me nel 2008. La frequentazione con lui per me è stata fondamentale. Un uomo libero. Un uomo vivo. Un uomo di esperienza. Un uomo biblico. Da un certo punto di vista forse il più simile al mio papà. Anche se hanno delle storie molto diverse. Papà aveva molta stima per padre Francesco. Riflettendoci ora, papà mi ha accompagnato varie volte alla Gregoriana, dove papà si laureato in Teologia e ha continuato gli studi dopo la Laura, per ascoltare padre Francesco Rossi De Gasperis che mensilmente commentava la seconda lettera di Pietro. 
Papà è anche voluto andare personalmente alla presentazione di un libro di Padre Francesco avvenuta circa due tre anni fa. Se papà si spostava per ascoltare era certo che l'oratore fosse una persona di qualità assoluta. Papà non si muoveva per meno.
Ho sentito pronunciare da padre Francesco Rossi De Gasperis nella aule gremite dell'Università Gregoriana cose che in alcuni anni pensavo fossero impronunciabili se non da papà nella cucina di casa sua. Questo mi ha fatto capire quale è la portata liberante della Parola. 

Altre figure luminose: Andrea Lonardo, padre Giovanni Marini-
Altre persone che ho potuto frequentare di meno, ma verso i quali ho un debito di riconoscenza sono don Andrea Lonardo, prete della diocesi di Roma, che mi ha fatto vedere un altro modo di brillare della stessa luce. Padre Giovanni Marini, francescano minore, inventore del SOG insieme ad Emidio, che, una volta, ho raggiunto  in una masseria in Puglia in modo rocambolesco partendo da Assisi e  parlando con lui in un ovile. Era vestito da pastore in quell'occasione. Peccato non averlo fotografato.  

Silvestro Paluzzi e Nicolò Meldolesi-
Ci sono poi due figure importanti che devo menzionare: Silvestro e Niccolò, in ordine di apparizione nella mia vita. Il dott. Silvestro Paluzzi, psicologo psicoterapeuta e il dott. Nicolò Giulio Meldolesi, medico psichiatra psicoterapeuta. 
Ad oggi considero queste due persone gli strumenti attraverso cui ho potuto fare un percorso privilegiato di crescita interiore e che mi hanno aperto ad un mondo che io amo e a cui vorrei fare accedere altri che ne  hanno bisogno. La maturazione umana è un terreno che predispone alla vita spirituale.

Valerio Albisetti-
Vi è poi una figura importante che ho potuto conoscere tramite i libri che ha pubblicato. Questi libri sono stati importanti, a volte decisivi per me. Si tratta dello psicologo psicoterapeuta il dott. Valerio Albisetti. I suoi libri mi hanno accompagnato a partire dal 1998 quando, con una delusione affettiva e con la morte del mio più caro amico, la vita mi ha posto davanti al limite. 

Torniamo a mio padre, nella mia vita il primo dei numero due-
Torno a papà. Da padre saggio, ha lasciato che io iniziassi il mio cammino con lui e che lo proseguissi con lui, ma anche da solo o accompagnato da altri pedagoghi che io sceglievo. Questo non lo ha scalfito nell'orgoglio, o nella sua identità.
No. Ho ripensato spesso e mi sono chiesto se nelle fasi in cui mi sono allontanato un pò da lui per misurare se avevo le forze sufficienti per camminare da solo, questo è avvenuto dal 2003 al 2010, lui ne avesse sofferto. Credo proprio di no, ha continuato sempre a starmi vicino e io gli spiegavo che preferivo affrontare le sfide da solo, ma dopo le prove condividevo sempre con lui il piacere del superamento della sfida o il dispiacere della apparente momentanea sconfitta. 
Papà mi ha sempre permesso ampie possibilità di manovra sia in direzione centripeda che centrifuga rispetto a lui.
Anzi incoraggiava questi movimenti, mai ostacolando i ritorni e sempre incoraggiando le partenze. 
Un concetto che lui esplicitava in latino citando San Paolo: "Multa sperimentare, bona tenere". 
Mio padre mi raccontava che, da piccolo, amava imparare guardando lavorare in officina l'amato nonno geniale meccanico che si era sposato in seconde nozze. Pur di frequentarlo, sfidava il divieto di sua madre, forse oggi non immediatamente comprensibile, di andarlo a trovare. Papà conosceva bene il valore del frequentare gente che sa fare bene il proprio mestiere, di gente in gamba, che punta alla verità delle cose e che ti fa crescere rilanciando sempre più in alto, sempre oltre.
Questa d'altronde è stata la molla che lo ha spinto a lasciare la Torino del 1967 per venire a Roma dove sperava di potersi confrontare con un ambiente più internazionale e più frizzante dal punto di vista culturale perché rinnovato dal fermento portato dallo storico evento del Concilio Vaticano II. E così è stato. 

Ho continuato sempre a dialogare con lui. Il rapporto non si è mai interrotto. Il suo essere padre nella vita e nella fede è continuato sempre. 
Padre e maestro di vita. Vita intesa sia come vita concreta che spirituale. Per gli uomini biblici, come papà, le cose non sono separate, non esiste soluzione di continuità. Sono due aspetti della stessa realtà.
Mio papà ha continuato a vivere tutto quello che mi ha insegnato fino al momento in cui ha chiuso gli occhi per l'ultima volta sulla terra. La sua fede lo ha guidato fino al momento del grande passaggio come un stella luminosa seguendo la quale non si può sbagliare la rotta della vita e si arriva al porto sicuro anche nella notte più oscura, anche nella tempesta più ostile. 
Dopo la sua morte, in un momento preciso, mi è stata data la grazia di percepirlo vivo, vitale, felice e all'opera vicino a Gesù, insieme a lui. Il dono enorme, totalmente immeritato, non dovuto e non necessario, ma forse frutto della particolare misericordia del Signore verso la mia fragilità dopo averlo accompagnato come medico nel momento più difficile e forse frutto della stessa intercessione di papà, di percepirlo felice e all'opera insieme a lui nel mondo che ci aspetta, in attesa di un nuovo incontro. Percepirlo, insieme a Gesù, contento di me, del mio assetto di fronte alla vita, fiduciosi entrambi nei frutti del loro insegnamento nella mia vita. Ho ricevuto da Gesù e da papà la conferma di essere pronto ad affrontare questo ulteriore tratto di strada in attesa del prossimo incontro.  

Tutto questo oggi rende mio padre Mariuccio Paolo ai miei occhi il testimone più credibile dell'insegnamento che mi ha trasmesso prima con l'esempio e poi con le parole, ogni giorno della vita. 

Negli ultimi giorni, in un momento di colloquio affettuoso vero a cuore aperto, come ne abbiamo avuti sempre sin da quando ero piccolo, salutandoci e sapendo entrambi che il tempo che gli restava non era tanto, gli ho rivolto fra le tante altre parole che per fortuna ho registrato e che un giorno trascriverò,  anche questa frase cercando inutilmente di tenere a bada la commozione: "Papà, ora mi dovrò ricordare tutto quello che mi hai insegnato". Lui con semplicità, andando al centro del discorso, mi ha risposto: "André è semplice, è il vangelo. E' tutto lì". 

Un esperto alpinista della vita-
Mia zia Flavia in una telefonata, prima che papà morisse mi rivolgeva questa considerazione: "Andrea hai avuto un grande maestro che ti ha insegnato come vivere e che adesso ti sta insegnando come morire".
Oggi che papà è morto posso dire, senza timore di essere smentito dai fatti, che la frase di mia zia è stata vera. 
Come medico ho visto tante persone morire. Tante persone sono morte mentre me ne prendevo cura. Ho avuto per i ventiquattro anni in cui ho lavorato in ospedale, un contatto quotidiano con la morte. E ho familiarità con questo momento della vita. Dal punto di vista medico conosco l'argomento. Anche se viverlo con un padre è tutta un'altra storia. Tutto diverso. 
Papà, da bravo torinese amante delle montagne, ha affrontato con il suo meraviglioso piglio montanaro anche l'ultimo crinale, forse il più complicato della sua vita, prima di raggiungere la vetta più ambita. Una vetta non segnata sulle cartine, non visibile se non con gli occhi della fede e della speranza, dono del Signore. 
Questo passaggio mi ricorda molto quanto ha vissuto Walter Bonatti, il più grande alpinista degli anni 50 nella sua scalata solitaria sul pilastro sud-ovest del Petit Dru nel 1956 sul massiccio del Monte Bianco, quando ormai era persa ogni speranza di sopravvivenza davanti ad una parete insormontabile, dopo 5 giorni di arrampicata su verticalità assolute. Per non sprecare l'unica remota possibilità di salvezza si è dovuto lasciare nel vuoto avendo come unico aleatorio appiglio una corda sospesa sopra un precipizio di seicento metri e assicurata da un fortuito artistico incastro tra il gomitolo di nodi fatti per disperazione ad una estremità della corda lanciata con un pendolo in una fessura di rocce. Bonatti non sapeva se il tutto avrebbe sostenuto la forza del peso del corpo aggravata dal lancio e cosa avrebbe trovato qualora fosse riuscito a risalire la corda con la sola forza della braccia.

In punto di morte ho visto papà fidarsi e seguire, ancora una volta, il suo solo maestro. Lo ha seguito sin da piccolo senza mai lasciarlo e ha imparato da lui tutto ciò che serve nella vita: farsi secondo. Sul crinale  della passaggio tra vita e vita ha seguito il capocordata di sempre, l'amico provato in settantotto anni di avvincenti ed eroiche scalate. L'apritore di piste impossibili. Papà per l'ennesima volta si è fatto secondo del suo amato numero uno e si è fidato di lui.
Dal mio punto di osservazione, fino a dove ho potuto seguire la loro scalata ho visto che sono andati benissimo, poi hanno voltato dietro lo spigolo di roccia non accessibile al mio sguardo e allora con uno dolore profondo li ho dovuti lasciare; ciò che è accaduto dopo, nella parte oltre il crinale, non l'ho potuto vedere.
Però è accaduto qualcosa che non mi aspettavo e che mi ha fortificato nella speranza che non avevo quasi più. Poche settimane dopo la sua morte, in Terra Santa, in Israele, su un battello al centro del lago di Tiberiade, in un posto dove papà qualche settimana prima di morire in un modo strano mi aveva dato una sorta di appuntamento, ho avuto l'impressione che tutto sparisse intorno a me: il chiasso delle persone, la musica sul battello al centro del lago.  Li ho rivisti, come usciti dal cono d'ombra in cui erano entrati prima di superare l'ultimo crinale,  e ho ricevuto l'impagabile dono di percepirli realmente vivi e vitali. Papà era al fianco del suo amico e capocordata, come sempre in sua compagnia, entrambi pronti per nuove avventurose missioni.

Papà è stato padre nella mia vita e nella vita di tante persone. 
E' stato ed è il mio maestro, il più importante.
Lui mi ha insegnato come vivere e come morire. Come un uomo che vive da numero due, non da numero uno,  che sa di avere un Padre, il numero uno, che provvede sempre, in ogni momento della vita e anche e soprattutto in punto di morte quando sembra che la strada sia finita e che non ci sia modo di arrivare in vetta.
Questa è la sua particolarità e la sua ricchezza ed è anche la mia.
Questa è la ricchezza della nostra famiglia che è condivisa con tutte le persone che lo hanno conosciuto. 
Questa è la roccia che ci ha generato.  

2021, 12 giugno - Cadini del Brenton (Belluno) - Papà e mamma sono venuti a trovarmi nel periodo in cui lavoravo lì. Sono stati giorni meravigliosi sulle montagne, sospesi tra la terra e il cielo. Papà diceva di se stesso di essere come un albero con la testa in giù, un albero che aveva le radici in cielo.


Ciao papà, ci vedremo come mi hai spiegato quando tornerai insieme a Gesù per un nuovo incontro. Io intanto procedo come mi hai detto di fare e con lo stile che mi hai insegnato. 

Se vuoi e ti fa piacere, lasciami un commento sotto il post. Basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedete sotto. 
Per me è un aiuto e uno stimolo ricevere un commento di ritorno. 
Se scriverai il tuo indirizzo email ti potrò anche rispondere. Se vuoi farlo privatamente puoi anche inviarlo alla mia email: andreapiola@yahoo.it

domenica 27 dicembre 2020

Fabio Rosini - L'arte di ricominciare - Doni di cui non abbiamo coscienza


2019, 26 dicembre- Roma, Via della Conciliazione

Un dono di cui non avevamo coscienza

Questa foto è stata scattata un anno fa, il 26 dicembre 2019, pochi mesi prima del lockdown. Si camminava per strada senza obbligo di distanziamento, senza mascherina. Potevamo farlo. Era un dono. Non lo sapevamo. Lo davamo per scontato. Per dato. Non è così. Qualche mese dopo non ci è stato più possibile.

Mi viene da chiedermi: quante cose oggi, un anno dopo, do/diamo per scontate nella nostra vita?
La presenza di quante e quali persone? Di quanti amici? Genitori? Colleghi? Insegnanti? O quali cose diamo per scontate oggi? Quali opportunità? Quali condizioni di salute? Quali possibilità di parlare con le persone? Quali occasioni di aiutare le persone? Di riappacificarsi con le persone?

Un'amica di FB, che non conosco quasi per niente, mi ha scritto in privato dicendomi che era stata invogliata dai miei post a leggere il libro sotto citato e che la stava aiutando. Grazie amica di FB quasi sconosciuta che mi hai dato un feedback fondamentale, perché mi incoraggi a continuare a condividere con chi vuole i pezzi di libri che ho trovato e trovo e troverò utili per la mia crescita.
La foto pubblicata la associo a questo pezzo di libro che trovate sotto a cui do questo titolo:
COSA C'E' NELLA MIA VITA.

LIBRO - FABIO ROSINI, L'arte di ricominciare, 2018 Edizioni San Paolo, Pag. 203

"Ho letto un breve libro scritto da un uomo, Carlo Marongiu [ C. Marongiu, Pensieri di uno spaventapasseri, libro edito dall'autore. Per richieder il volume occorre scrivere a Carlo Marongiu, viale Emilio Lussu, 13, 09070 Narbolia ( OR)], affetto dalla stessa malattia [ la famigerata SLA]. Scritto con la macchina che legge il movimento degli occhi. Si chiama "Pensieri di uno spaventapasseri". Oltre che incredibilmente profondo, fa spesso sorridere, anche per la divertente ironia che sfodera. C'è qualcosa di grandioso in quel libro. E' la storia di un uomo che cerca ciò che c'è e lo trova. E' passato al Regno dei Cieli nel 2008, c'era una folla al suo funerale. Parliamo di una persona che ha lasciato un'eredità di pace, di allegria e di amore alla vita.
C'è un mare di gente sana che di pace e allegria non ne sa niente. Eppure è piena di cose belle. 
Il primo assalto all'esercizio che faremo in questo giorno è quello di iniziare a guardare da cima a fondo la nostra vita, e dalla nascita ad oggi ripercorrere i doni. Tanti. Innumerevoli. Di tutti i tipi.
Naturali e soprannaturali.
Con calma, inizio a fare un elenco, da aggiornare costantemente, con in testa la scritta: cosa c'è nella mia vita.
Provare a dirlo, a rileggerlo, a confessarlo, ad ammetterlo. A parlarne con Dio. E se serve anche a chi abbiamo intorno. E iniziare a vedere quel che c'è.
Questo procura luce e innesca una consapevolezza che apre alla gratitudine. Torneremo più avanti su questo esercizio, ma è bello assai scoprire cosa c'è e dargli voce".

martedì 12 maggio 2020

Fabio Rosini - L'arte di ricominciare - La vita non la si seleziona, la si accoglie



2020, 12 maggio - LIBRO: L'arte di ricominciare - Fabio Rosini - Edizioni San Paolo - Pag. 199
" Il testo del quinto giorno detiene la soluzione. La vita è una decisione di Dio, e Lui la benedice. Non mi spetta la tortura di me medesimo per giustificare che ci sono, e quindi non mi compete di valutare il mio diritto a vivere, e ovviamente, neanche di valutare il diritto altrui a vivere. La vita non la si selezione. La si accoglie. Altrimenti inizia il delirio, appena accennato, che parte dai modelli hegeliani e dalle ipotesi passate per certe per aarrivare dritti dritti ad Auschwitz. Campi di concentramento esteriori, interiori, culturali, relazionali. All’occorrenza anche ecclesiali.
Tutti i conformismi sono rifiuto della realtà in nome di un modello. Tutte le ideologie sono abiura dello stato delle cose. Tutti i progetti, anche pastorali, navigano sul ciglio della violenza contro il fluire dei fatti".

sabato 29 febbraio 2020

Matteo 4,1-11 - Ricordiamo la paternità di Dio su di noi e affrontiamo le tentazioni - Commento al Vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Matteo 4, 1-11

Entriamo nella Quaresima con il dono del testo delle tre tentazioni secondo Matteo. Siamo preparati in questo testo dell’anno liturgico A, il primo dei tre, dal racconto del peccato primordiale, dalla caduta inziale. Questa caduta, narrata nella prima lettura, è la pista su cui dobbiamo lavorare, perché appunto parleremo di tentazione e vediamo il primo combattimento esplicito di Cristo contro il maligno che è quello appunto che compare nel capitolo 4 del vangelo di Matteo.

Una tentazione sul cibo, ma riguardante l’invidia, la superbia, l’affermazione dell’ego - 
La prima tentazione riguarda un cibo. La prima tentazione di Cristo riguarderà il cibo. Possiamo vedere che il cibo viene proposto come strumento di autoaffermazione nel racconto di Genesi 3. Cioè mangiare dell’albero del giardino per emanciparsi e diventare indipendenti da Dio e ansi simili a lui, cioè diventare come lui, suoi antagonisti, rivali. Il tema dell’invidia è latente, per cui si parte dal tema della gola, della voglia di mangiare una cosa che non si potrebbe mangiare, ma il problema vero è l’invidia, il problema vero è la superbia, l’affermazione dell’ego e il superamento di qualcun altro. 


La prima tentazione: affermare la propria supremazia rispetto alle cose - 
Ecco che infatti, nella prima tentazione, una parte di questa antica primordiale trappola del serpente viene esplicitata dal diavolo che dice a Gesù: “Se sei figlio di Dio di che queste pietre diventino pane”. Se sei uguale a Dio, se sei della stessa caratura, dello stesso livello. E lo invita ad esplicitare la sua figliolanza divina per mezzo della violazione della natura delle cose. Cioè, il pane è il pane, le pietre sono le pietre. Chi non coglie la differenza, meglio che non inviti a pranzo nessuno potrebbe fare qualche macello. E no. Le pietre son pietre. Le cose sono quelle che sono. La tentazione è affermare la propria supremazia rispetto alla cose. 
Cioè? Gesù viene da un digiuno sterminato, pazzesco e quindi ha tanta fame ed è interessante, la tentazione non viene quando uno è forte, viene quando uno è debole, viene nel momento della fragilità. Viene nel momento in cui guardi una pietra e hai talmente tanta fame che inizi a dire: “ Ma non è che niente niente è una pagnotta quella?”. Ecco, uno inizia a confondersi sulle cose e a leggerle secondo il proprio appetito, secondo la propria voglia, secondo il proprio bisogno e non per quello che sono. Il punto è che questo dovrebbe essere un tema di autoaffermazione ancora una volta.

La risposta di Gesù: io non vivo perché prendo delle iniziative -
Cristo risponde rovesciando la prospettiva. Io non vivo perché prendo delle iniziative, ma perché il Padre mi nutre, non vivo perché mi affermo, ma perché il Padre è buono. Se sono figlio di Dio lo sono perché Dio è mio padre non perché io sono allo stesso livello e mi autoaffermo e mi sottolineo. 


La seconda tentazione: comandare sulla realtà e riuscire a provocare una manifestazione di Dio - 
 E questo è tutto il tema che poi viene proseguito dalla storia del lancio dai pinnacoli del tempio per poter fare una cosa spettacolare e quindi avere questa grande idea di riuscire a provocare questa manifestazione di Dio perché infatti, se sei figlio di Dio, comandi sulla realtà e le cose ti obbediscono. Cioè tu batti il ritmo a Dio. Tu gli sta schioccando le dita e lui deve manifestarsi. E’ un tema ancora una volta di autoaffermazione, in primis, secondo la logica, nella prima tentazione, degli appetiti, qui è secondo la logica dei progetti, cioè delle idee, delle cose che uno pensa di poter fare, le ideone, che uno pensa di dover perseguire per risolvere le cose che non gli piacciono della vita. Ecco.

Gesù risponde anche questa volta: viene prima Dio - 
Il problema è che ancora una volta Gesù risponderà: no, viene prima Dio. Non sono che parto, non sono il che lo saggio, non sono io che prendo, perché io sono figlio e Dio è Padre. Allora io so che il vero punto per vivere è fidarmi di lui e non tirargli la giacchetta. Non costringerlo a manifestarsi. 
Ed ecco che ancora il tema non è tanto se mi affermo io, quanto se mi ricordo chi è Dio. Io vinco la tentazione dell’autoaffermazione attraverso la memoria della bella affermazione di chi Dio è. Dio è mio padre, mi vuole bene, mi fido di lui.

La terza tentazione: per affermare te stesso dei piegarti al potere e distruggere la tua dignità - 
E ancora una volta questa tentazione di autoaffermazione viene sottolineata dall’offerta del potere e del possesso. Però questa volta deve essere più esplicito il diavolo perché di fatto si sa che il potere chiede compromessi per sua propria natura. Chiunque ha potere ha fatto compromessi, a meno che non sia il potere di Dio, che è l’unico potere che esiste in questo mondo e sopra questo mondo. Ti darò il potere, la gloria del mondo, però ti devi sottomettere al potere. Ti devi gettare ai miei piedi. Ti devi prostrare. Devi scendere a compromessi con me. Ti devi piegare a me. E questo è ancor più manifesto come inganno: per affermare te stesso, in fondo devi distruggere la tua dignità. Devi scendere per l’appunto a compromessi. Devi fare qualche cosa che infetta l’origine del tuo potere, perché infatti sarà una questione di favori. Una volta che ti sei piegato a me, poi ti comando io. Chiunque ha potere su questa terra è schiavo di qualcun altro, sempre. Sempre. In ogni caso. Fosse anche il più grande potente di questa terra, è schiavo di qualcun altro, perlomeno della menzogna e del male.

Gesù vince la terza tentazione credendo che è il Padre l’unico del quale si può fidare - 
E ancora una volta la tentazione Cristo la vince tornando a Dio. Cioè dicendo: ma mi posso piegare a qualcun altro che non è il padre? E’ lui l’unico di cui mi fido, lui l’unico che mi alimenta, lui quello a cui mi piegherò, lui solo adorerò. A lui solo renderò culto. E’ interessante che Dio si adora. E il termine greco soggiacente indica si l’atto dell’adorazione, però implica il baciare, portare alla bocca, adorare, ma anche proprio viene usato il termine greco del bacio. A lui solo renderò culto, la mia sarà una liturgia, io avrò una relazione bella, liturgica con Dio. Non mi piegherò come ad un capo mafioso, mi devo prostrare gettandomi ai tuoi piedi, è interessante. Ti devo schiacciare. Ti devi sottomettere per avere il potere. Ecco.

Combattere con il digiuno, la preghiera e l’elemosina per tornare a vivere consapevolmente la paternità di Dio su di noi - 
Noi tutti quanti entriamo nella Quaresima sapendo che dobbiamo combattere con il digiuno contro l’assolutizzazione dei nostri appetiti, con la preghiera contro l’assolutizzazione dei nostri progetti e con l’elemosina contro l’assolutizzazione dei possessi. Perché? Per tornare a Dio perché è di questo che abbiamo bisogno. Perché è questa la conversione. Perché la conversione è ri-direzionare il cuore per grazia, per l’opera dello Spirito Santo in noi, e questa opera è la memoria della paternità di Dio, a cui tutto ricondurre. Riportare a lui il nostro appetito. E’ lui che ci saprà saziare. Riportare a lui i nostri progetti perché Lui ne ha di migliori. A lui solo piegarci, perché lui solo si merita il nostro culto e la nostra adorazione.

Per lasciare eventuali commenti basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Il commento non apparirà subito perché dovrà essere prima approvato dagli autori del blog. Grazie

domenica 29 dicembre 2019

Matteo 2, 13-15; 19-23 - Giuseppe custode del bambino e sua madre - Commento al vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». 
Matteo 2, 13-15; 19-23


Nel Vangelo di Matteo l'opera di Giuseppe che custodisce e difende il bambino e la sua mamma -
Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Dopo la gioia del Natale, noi guardiamo a questa realtà della sacra famiglia. Ecco la santa famiglia di Nazareth viene celebrata attraverso il Vangelo di Matteo in cui viene narrata tutta l'opera di difesa, di custodia, da parte di san Giuseppe nei confronti del bambino e della sua mamma. Questo fuggire in Egitto, tornare in Terra di Israele, scegliere la città giusta per far crescere questa creatura.
In che luce possiamo mettere questo bellissimo vangelo che parla di una difficoltà, di una cosa grandiosa da custodire, che è molto importante, questo tesoro che è questo bambino e la sua mamma ed è questo il ruolo di Giuseppe che appare qui splendido in questo testo e che parla di un nemico, che parla di un pericolo. 

Avere coscienza dei propri pericoli e non vivere in maniera ingenua - 
Dobbiamo avere coscienza dei nostri pericoli. Non possiamo vivere così in maniera ingegna. Con una ingenuità che talvolta rasenta la superbia che pensiamo che noi saremo all'altezza di tutte le sfide. No, non siamo all'altezza di tutte le sfide, dobbiamo premunirci, dobbiamo stare all'allerta perché tante cose sono obiettivamente difficili, abbiamo bisogno di un aiuto, dobbiamo portare avanti una strategia saggia che fa i conti con le nostre debolezze e con le difficoltà.

Il nemico di Gesù è Erode che rappresenta la realtà del potere, dell'invidia, della rabbia, della rivalità - 
Qui il nemico che appare è Erode, un re. Erode rappresenta un pò il mondo, tutta la realtà del potere. E' questo re che, venuto a sapere dai magi che c'è un altro re in giro, che è nato un altro tipo di lignaggio regale, capisce che lui è in pericolo. Capisce male perché non è vero che Gesù lo minaccerà però, per lui questa cosa scatta sempre. Tutto il tema della rivalità, dell'invidia, della rabbia, delle lotte di potere interne nei luoghi di lavoro, nelle famiglia, dell'affermazione di sé nei posti, persino nelle Parrocchie, la gente che vuole un briciolo di potere, che vuole per forza avere uno spazio, essere qualcuno e allora bisogna adombrare le qualità altrui e appena appare qualcuno che forse ci può, come dire, mettere appunto in ombra, allora bisogna parlar male, far partire i nostri personali giannizzeri, ognuno ha i propri, per poterci liberare del contendente, dell'avversario. Ecco. C'è questa realtà. C'è l'invidia nel mondo. C'è la rivalità nel mondo, non possiamo pensare che questa cosa sia così, succeda solamente ad alcuni. 

La tua sposa come vite feconda - 
E allora come si fa a sopravvivere a tutto questo? Bisogna capire un pò di cose. E' bello perché questo avviene nel giorno del tema della famiglia, allora ci sia consentito questa volta un pochino guardare al salmo responsoriale della liturgia. E' il salmo familiare. Noi ripeteremo nel versetto: " Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie" e appunto questa è la prima parte del salmo che dice appunto: " Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene, la tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa, i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa". E' molto interessante la lettura che i nostri fratelli ebrei danno di questa parola. Identificano la sposa come fa il salmo come intimità della casa e i figli intorno alla mensa. 

Cosa è un marito? Cosa è un padre? -
Ecco cosa significa? Cosa è il padre? Cosa è il marito? Il marito è colui che ha il ruolo di essere le mura della casa, perché la sposa è il centro. Un uomo è il custode, il baluardo, lo scudo della sua sposa e dei suoi bambini. Questo ruolo maschile così bello di prendersi cura, di difendere, di essere un sostegno valido. Una cosa che una donna non perdona è l'inaffidabilità. Quando le donne si trovano di fronte ad una inaffidabilità maschile questo è imperdonabile. Perché? Perché l'uomo deve essere forte. La sua struttura fisica, la sua prerogativa che è un pò atta, molto più del femminile al combattimento, anche se questi sono stereotipi che possono essere contestati, sia come sia, non c'è niente da fare, mai una donna batterà il record dei cento metri piani e dei duecento metri piani maschile perché l'uomo è un pò più forte. Bene e allora questa forza ci vuole, serve. E una donna ci deve poter fare affidamento. Non deve essere obbligata a stare a contatto con un bambino da consolare, ma con un padre che fa da mura, che custodisce la sua sposa perché la sposa sia feconda, sia l'intimità. E' come se la sposa sia il cuore e l'uomo sia le mani. Ci vogliono tutti e due. Perché cresca un bambino ci vogliono un luogo tenero, caldo, il cuore, ma ci vuole qualcuno anche che ti prende per mano e ti porta e ti custodisce e ti difende. 

Cerchiamo di ri contemplare la bellezza del maschile e del femminile - 
Ecco oggi che siamo in grandissima confusione con la logica della famiglia, cerchiamo di ritrovare la nostra bellezza, cerchiamo di ricontemplare l'importanza del maschile, del femminile e la vita bella che cresce in realtà da questi ruoli rispettati. E dalla reciproca bellezza che si specchia l'una nell'altra del maschile e del femminile.

Giuseppe è un uomo profondo, che ha un dialogo con Dio, una vita interiore e per questo è un buon custode delle cose che ha - 
Noi vediamo Giuseppe che è un uomo profondo, ha sogni, capisce la volontà di Dio, capisce i pericoli, si alza nella notte, prende il bambino e sua madre e affronta la condizione di sfollato. Capisce quale è il tempo. E ad un dato momento ecco ancora in sogno l'angelo gli appare, gli dice cosa deve fare. Lui è un uomo che ha un dialogo con Dio. Lui è un uomo che ha una vita interiore. E' bello che Giuseppe porti lo stesso nome del suo predecessore, il figlio di Giacobbe, che era anche lui un uomo che sapeva comprendere i sogni. E' un'immagine arcaica di una vita profonda. Essere profondi fa diventare buoni custodi delle cose. Non si è buoni custodi delle cose perché si hanno i muscoli, perché si è forti, ma perché si ha una vita interiore. 

Bisogno di difendere, coltivare, amare al famiglia che scorga dal sacramento del matrimonio - 
Ecco noi abbiamo bisogno di difendere, di coltivare, di amare la famiglia  che sgorga dal sacramento del matrimonio. Quella famiglia che è un'opera di Dio, che è una chiamata ad essere una piccola chiesa secondo quella logica di una sposa feconda, dei figli che crescono come virgulti di olivo intorno alla mensa e di un uomo che ama, custodisce, protegge, rasserena, fortifica, sostiene tutta questa realtà. Quante belle cose che abbiamo da fare. Ci perdiamo con secondarietà, ci perdiamo con narcismi, infantilismi, immaturità, mondanità, mentre abbiamo cose così belle da fare. Essere custodi di qualcuno, essere fecondi secondo Dio. 

sabato 7 dicembre 2019

Matteo 3, 1-12 - Che venga il Signore e ci liberi e ci purifichi da ciò che in noi non dà buon frutto - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».  
Matteo 3,1-12


Giovanni Battista predica in maniera non convenzionale e richiama tante cose della storia di Israele:
Nella seconda domenica di Avvento di questo anno A, noi ascoltiamo la predicazione di Giovanni Battista nei primi 12 versetti del capitolo 3 del Vangelo di Matteo. Giovanni Battista ha una predicazione sorprendente, strana, non convenzionale, eppure quel che lui fa richiama tante cose della storia di Israele. Va nel deserto. Si mette nel deserto a gridare. Nel luogo in cui il profeta Isaia aveva detto tanto tempo prima di preparare la via del Signore. E' nel deserto che si prepara. 

Nel deserto Israele si ritrova per quaranta anni dopo il luogo della schiavitù e della distruzione per imparare che la vita è precarietà e per imparare a vivere
Certo. E' nel deserto che il popolo di Israele ha vissuto il suo training fino alla terra promessa. Ha vissuto che cosa? Nel deserto lì dove Giovanni Battista va e si veste con una veste di peli di cammello e con una cintura ai fianchi e il vestito di un penitente, con il vestito di un pellegrino, con il vestito di un disinstallato. Era lì che Israele viveva la sua fase nomadica, dopo quattrocento anni di installazione in una terra prospera, ma vorace. Prospera, ma tragica. Dove loro erano diventati schiavi, il miraggio del benessere era diventato per Israele il luogo della tortura, della distruzione. Da lì erano usciti e per quarant'anni dovevano camminare imparando che la vita è precarietà, per arrivare a vivere in un altra maniera nella terra promessa. Tutto questo è un tentativo pedagogico costantemente in atto da parte della Provvidenza nei confronti dell'uomo.

Giovanni Battista chiama tutti a cambiare mentalità: andare nel deserto per arrivare al regno dei cieli:
E Giovanni Battista chiama tutti quanti alla conversione, al cambiamento di mentalità, perché il regno dei cieli è vicino. E' una nuova pellegrinazione quella che bisogna fare. Andare di nuovo nel deserto per arrivare non alla terra di Canaan dove già si sta, ma al regno dei cieli, che è a portata di mano, si sta avvicinando, non bisogna farselo scappare. 

Parole durissime per i farisei e per i sadducei
E allora si parla in certi termini. Lui accoglie le persone e avrà delle parole durissime per i farisei e per i sadducei. Accomunando per altro così due partiti religiosi molto differenti fra di loro. In un certo senso la linea progressista farisaica e la linea conservatrice più dedita al potere dei sadducei. E' curioso che li insulterà. 

La metafora della scure. Bisogna tagliare:
Ma userà un'espressione: " Io vi dico che già la scure è posta alla radice degli alberi, perché ogni albero che non dà buon frutto venga tagliato e gettato nel fuoco". Ecco deve arrivare l'annunzio di questa scure, fra le varie altre cose che dice Giovanni Battista. Si appoggia la scure alla radice dell'albero prima di colpirla. E' tradizione che chi colpisce prima avvicina l'attrezzo al colpo per allontanarlo e colpire nel punto preciso. Dove arriva la lama della scure, dove si avvicina, dove viene appoggiata la scure sarà dove bisognerà tagliare. Bisogna tagliare. 

Se viene il Signore bisogna tagliare
Siamo nel tempo di Avvento. Alla lunga guardiamo già anche verso il Natale, siamo in quella parte dell'Avvento in cui si parla della venuta in sé, si medita in sé la venuta del Signore. Ma che cosa è la venuta del Signore se viene nella mia vita, se viene nella nostra esistenza anche viene una scure. Anche viene un fuoco. Perché di fatto dirà proprio questo Giovanni Battista, "egli vi battezzerà in  Spirito Santo e fuoco, arriverà qualcuno che raccoglierà il frumento e brucerà la paglia". C'è una parte da perdere. E' inutile. Nella vita non si va avanti se uno non accetta dei tagli, delle perdite, delle selezioni. 

La matrice della insipienza nelle tradizione cristiana è la avarizia
La matrice della insipienza e della mancanza del discernimento viene collegata dalla tradizione spirituale cristiana alla avarizia. All'incapacità alla rinuncia. Viene collegata al fatto di non voler perdere niente. 

Se il Signore viene smaschera delle cose e devo perdere ciò che che non è buono bello e che è ambiguo per fare spazio a ciò che è buono, bello
Se viene il Signore, se entra la verità nella mia vita, verranno smascherate delle cose, dovrò perdere delle cose. Se entro in qualcosa di buono e di bello come il Signore è, come il regno dei cieli è, dovrò perdere tutto ciò che non è buono e bello. Anche quello che è ambiguo dovrò perdere. Ogni albero che non dà frutto. 

Dobbiamo desiderare che il Signore arrivi e ci liberi da quello che non porta frutto
Dobbiamo veramente desiderare che il Signore arrivi con tutta la chiarezza, con tutta la selettività, anche con la durezza che serve. Perché dobbiamo liberarsi dalle scorie, dalla paglia che non è feconda, che non porta frutto. Dobbiamo liberarci da tutti i rami stupidi e inutili della nostra vita. Questa è una liturgia per ringraziare Dio che con noi vuole fare cose vere, serie, belle, feconde, utili, che portano da qualche parte. Ma su tutto il resto il Signore appoggia la scure alla radice dell'albero per tagliarlo. Lasciamo che lo faccia. Qui si tratta di aprire il cuore veramente a liberarci da tutto ciò che non serve. Mille volte capita di dover affrontare cose tragiche nella vita, e trovarsi carichi di una zavorra inutile stolida, che non porta da nessuna parte. 

Il Signore ci libera, ci purifica e ci spoglia di ciò che è inutile e ci danneggia
Il Signore ci deve costantemente purificare. Il processo della purificazione è importantissimo. Dobbiamo supplicarlo che ci spogli di quel che è inutile, di quel che ci danneggia, di quel che ci appesantisce. Ecco arriva Giovanni Battista, annunzia l'irruzione del salvatore, ma il salvatore è secondo la salvezza. E se viene il regno dei cieli è secondo il cielo e non secondo quel che è piccolo e di passaggio. 

C'è una vita asciutta, bella, libera. E se viene il Signore ci liberi da quello che ci inganna e ci fa perdere tempo, da ciò che non è umano, non è il bene
C'è una vita asciutta e bella e libera. C'è una vita agile. La vita di chi non si perde con le stupidaggini. Non si perde con le minutaglie inconsistenti in cui tante volte ci si impiccia nella vita. Venga veramente lo Spirito Santo e venga come fuoco e bruci le nostre menzogne. E ci liberi dai nostri pesi. E liberi un pò tutti. E liberi la Chiesa dalle perdite di tempo e dalle sue trappole e dagli inganni in cui sa cadere. Liberi i cristiani da tutto ciò che non è cristiano. Liberi gli uomini da tutto ciò che non è umano. Liberi il mondo da tutto ciò che non è il bene. 

Veramente colpisca il Signore. Bisogna chiederglielo. Anche se quando colpisce fa male perché noi ci affezioniamo alle cose piccole, ci affezioniamo alle cose seconde. Viene Giovanni Battista, viene vestito come un pellegrino per portarci tutti nel pellegrinaggio. Per tirarci fuori dalle nostre installazioni, per rimetterci nel deserto che porta alla luce, che porta al regno dei cieli. 

Per lasciare eventuali commenti basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Il commento non apparirà subito perché dovrà essere prima approvato dagli autori del blog. Grazie

lunedì 2 dicembre 2019

Matteo 24, 37-44 - Atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e in quelle lo incontra - Commento al vangelo di Don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Matteo 24, 37-44


Siamo invitati a guardare alle ultime cose
Entriamo in un nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento, dove la tematica, come sempre nella prima parte dell'Avvento, è una tematica escatologica. Escaton in greco vuol dire ultimo, cioè noi siamo invitati a guardare alle ultime cose, come già più volte abbiamo sottolineato, si comincia sempre dalla fine, ovverosia si comincia dal fine delle cose. Per capire ogni passo della nostra vita dobbiamo capire dove ci sta portando la vita. Per capire ogni realtà bisogna capirne lo scopo. 

La realtà ha come meta Gesù
Allora tutto parte da un momento sapienziale per cui se noi dobbiamo iniziare un nuovo anno liturgico, la prima cosa che fissiamo è l'Avvento finale del Signore. Tutta la storia orienta ad un ritorno di Gesù. Gesù che abbiamo celebrato nella domenica precedente come re dell'universo, è veramente ciò verso cui va tutto. L'uni-verso è veramente colui che è la meta della realtà. 

L'atteggiamento da avere a riguardo della storia e il momento di Noé
Allora in questo senso noi ci troviamo di fronte ad un testo che è il capitolo 24 del vangelo di Matteo, che da questo momento in poi mediteremo in questo anno A, che mette in parallelo l'atteggiamento da avere a riguardo della storia e a riguardo di tutto quello che è il fine della storia con il momento di Noé, il momento del diluvio. E guarda, questo testo, a come vivevano le persone che vennero spazzate via dal diluvio. Il diluvio rappresenta la corruzione. Ciò che in questo mondo è destinato a sparire, è destinato ad essere spazzato via dalla storia.

Il diluvio avviene molte volte nella storia e nella vita delle persone
Il diluvio avviene molte volte nella storia, molte volte la storia passa con un tergicristallo e di colpo tutto quanto sembra resettato, messo a capo, e tante cose che sembravano imprescindibili, assolute, importantissime, vengono portate via. La storia volta pagina molte volte ed è una cosa molto seria e molto spesso quando si è attaccati, abbarbicati a qualche cosa che deve essere portato via, si finisce nel nulla, si finisce in una vita senza consistenza. Questo è frequente. 
Allora come furono i giorni di Non così sarà la venuta del figlio dell'uomo. Di quale venuta parliamo? Certamente parliamo dell'esito finale della storia, ma anche attraverso quel che abbiamo detto fino ad adesso, noi ci ricordiamo che il Figlio dell'Uomo, viene più di una volta, visita la storia più di una volta, la resetta, come abbiamo già detto, più di una volta. 

Gli azzeramenti nella vita accadono
Così, avviene nel momento in cui tutto viene azzerato e gli azzeramenti nella vita accadono quando uno meno se li aspetta.
Mentre uno sta, come dice qui, mangiando e bevendo, prendendo moglie e prendendo marito, ma poi Noé entra nell'arca, questo mezzo pazzo che non si capisce perché abbia costruito una nave in montagna, ma cosa sta facendo, questo che vive per cose che non son successe, che assolutizza cose che non hanno nessuna importanza, che è un fissato con la religione, ascolta Dio, ascolta queste cose qua, ascolta delle voci, sarà mezzo pazzo appunto, ma pensiamo a mangiare e bere, prendere moglie e prendere marito. 

Prendere: un atteggiamento in funzione del mio appetito. Vivere per appagarsi.
Qui non si colpevolizza il matrimonio. Qui è molto interessante l'atteggiamento. Prendere moglie. Prendere marito. Cioè l'atteggiamento per cui tutto è in funzione del mio ego. Io non mi sposo, prendo moglie. Il linguaggio è prensile, aggressivo, possessivo. Vivere per appagarsi, vivere per riempire le proprie esigenze, mangiare e darsi compagnia. Il nuovo rito del matrimonio giustamente dice: io accolgo te come mia sposa. Una sposa si accoglie come un dono. Qui siamo di fronte al prendere che è un atteggiamento molto umano ed è vivere un pochino per il proprio appetito affettivo o fisico. 

Noé vive per un'altra cosa, per cose un pò più serie e resta in piedi.
Invece Noé vive per un'altra cosa. E così è della venuta del Figlio dell'Uomo. E ci sarà una selezione. Uno vive in una maniera, uno vive in un'altra. Non dobbiamo semplicemente guardare questo come la chiave della dannazione o della salvezza, no. Dobbiamo guardare nel pratico.
Tante volte c'è questo colpo di tergicristallo che spazza via le cose. Ed è interessante: chi resta in piedi? chi viveva per cose un pò più serie, chi stava orientato su ciò che vale un pò di più.

Come si capisce che cosa vale di più?
E qui dice Gesù: come si capisce che cosa è questo che vale un pò di più? Vegliate perché non sapete. Allora si oppongono due verbi. Vegliare e sapere. Dice: ma se un ladro  viene quando un padrone lo sa, il padrone non si fa scassinare la casa. E allora? Non funziona così. Tenetevi pronti perché nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'Uomo. Dovete vegliare, ma non sapere né immaginare. Non è nella immaginazione umana capire come Dio opererà. Non è nella sapienza umana, capire come Dio resetterà la storia. Bisogna avere gli occhi aperti.  Qui non si tratta di essere particolarmente intelligenti o immaginativi. Non si tratta di fare i conti in tasca a Dio e capirne le strategie, perché nessuno le può veramente inquadrare in uno schema. 

Vegliare: aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. 
Qui si tratta di avere gli occhi aperti. Cosa vuol dire vegliare? Chi veglia? Se una persona a mezzogiorno sta con gli occhi aperti non sta facendo una veglia. Si fa una veglia quando dovrebbero stare tutti a dormire, ma tu stai con gli occhi aperti. Hai vegliato. Vegliare si veglia di notte, vegliare non si veglia di giorno. Allora vegliare vuol dire aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. Non si tratta di andare secondo giorni e notti umani. Ma di andare secondo un'attesa. Veglia chi attende, veglia chi aspetta qualcosa, veglia chi cerca qualcosa, veglia chi pensa che c'è qualcosa da vedere. C'è qualcosa da vedere. 

Il sonno esistenziale in cui cadiamo tutti
Le persone campano, tirano a campare, mettono insieme il pranzo con la cena, come si dice a Roma, ma non guardano, non cercano, hanno gli occhi interiori chiusi, non si chiedono dove li sta portando la vita, non si chiedono cosa sta facendo Dio. Tutti cadiamo in questo sonno esistenziale, mangiamo, beviamo, prendiamo moglie, prendiamo marito, ci associamo, prendiamo iniziative, costruiamo cose, ma non vegliamo, non guardiamo l'oltre delle cose, non guardiamo chi sta arrivando. 

Nelle cose si sta preparando qualcosa. Avere presente che il Signore viene nelle cose e nelle cose lo incontra
Nelle cose sta arrivando qualcuno. Nelle cose si sta preparando un colpo di spugna, un volta pagina. Le cose finiscono. Bisogna guardare chi non finisce. Comincia l'Avvento. L'Avvento è un atteggiamento della Chiesa, quello per cui sa che il Signore viene nelle cose, non si sorprende del fatto che la storia vada in modo diverso da come noi immaginiamo e sappiamo. E' l'atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e lo incontra nelle cose. 

Per lasciare eventuali commenti basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Il commento non apparirà subito perché dovrà essere prima approvato dagli autori del blog. Grazie

IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003