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sabato 24 maggio 2025

Giovanni 14, 23-29 - Commento sesta domenica di Pasqua - Don Fabio Rosini

Trascrizione del commento di don Fabio Rosini alla 6 domenica di Pasqua mandata in onda su Radiovaticana (Per ascoltare audio: clicca qui)

Il commento non è stato rivisto dall’autore e risulta dalla trascrizione del testo parlato. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l’immediata rimozione del testo.

Gv 14,23-29

Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Sesta domenica di Paqua. Nel vangelo capitolo 14° di Giovanni, noi ascoltiamo delle indicazioni di Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena che già lanciano verso la ricezione dello Spirito Santo. Già ci preparano alla Pentecoste.

Se uno mi ama osserverà la mia parola. Che vuol dire?-

Gesù dice una frase molto importante: “Se uno mi ama osserverà la mia parola”. Secondo Gesù l’obbedienza non produce l’amore, ma l’amore produce l’obbedienza. Se uno mi ama osserverà la mia parola. Nella vita spirituale l’obbedienza è molto importante. Ma l’obbedienza piena e completa viene dall’amore. Non viceversa. C’è obbedienza pedissequa e c’è obbedianza alta, matura, adulta che ha origine nella gratitudine e nell’affetto. Il testo descrive questo processo nobile e i suoi frutti. Se qualcuno ama Gesù osserva la sua parola, tiene caro quello che Gesù gli ha detto. E così arriva ancora di più. E il Padre mio lo amerà dice il testo e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Cioè Dio farà casa in quella persona. Una presenza nella vita quotidiana e nelle azioni. E ciò è l’esperienza della guida dello Spirito Santo ossia il Paraclito, che significa, colui che è chiamato vicino, vuol dire in greco, questo lo fa consolatore, colui che sta vicino e consola l’uomo e parla al suo orecchio insegnandogli come vivere. Appunto. A detta di Gesù il paraclito fa due cose. Primo. Insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Insegnare e ricordare. Questi sono gli atti dello Spirito Santo rispetto all’uomo.

Imparare non è una cosa facile - 

Dobbiamo ricordare che insegnare non è così semplice. Il problema è che spesso si pensa di non avere niente da imparare. Ad esempio pensiamo di sapere già cosa è l’amore. Eppure l’amore non si insegna mai abbastanza. E’ un’arte sempre nuova. Per amare bisogna ricominciare ogni giorno. E abbiamo bisogno che lo Spirito ci insegni come. Il verbo insegnare significa “scrivere dentro”. Lo Spirito Santo può scrivere qualcosa di nuovo in noi. Ma noi portiamo una pagina interiore già listata di convinzioni e priorità difficili da confutare. Ci sono lezioni nella vita che non impariamo mai. E ci sono errori che ripetiamo tante volte. Perché per imparare, per apprendere, per crescere abbiamo bisogno di un’attitudine.

Abbiamo bisogno di umiltà per correggerci ed apprendere - 

Se lo Spirito Santo è un insegnante e deve insegnarci ogni cosa, noi abbiamo bisogno di un’umiltà che è proprio la strada maestra della vita cristiana.

Chi è senza umiltà non apprende e non si corregge perché? Perché non accetta di mettere in discussione quello che pensa. Appunto quella pagina interiore con convizioni e priorità e non riesce a confutarle. Chi è senza umiltà non apprende e non si corregge e questa non è una bella vita perché non sapersi correggere dai propri errori vuol dire restare sempre allo stesso posto, assolutizzare quello che uno pensa, la porta del disastro. Perché di fatto uno non cresce più. 

Cosa si apprende dallo Spirito Santo?

Potremmo chiedere: ma cosa si apprende dallo Spirito Santo? Si apprende come pregare? Come comportarsi? Bè anche queste cose. Ma Gesù dice che il compito dello Spirito Santo è insegnare ogni cosa. Cioè tutto. Abbiamo bisogno infatti di imparare più e più volte tutto ciò che facciamo. La cosa bella della vita cristiana è che è una costante scoperta. Se c’è un’area della vita in cui crediamo di non aver più nulla da imparare, possiamo essere certi che questa zona della nostra vita è segnata dalla mediocrità.

Tutto in noi ha bisogno di essere continuamente rinnovato dallo Spirito Santo.

L’altro compito dello Spirito è ricordarci quello che Lui ci ha detto - 

L’altro compito dello Spirito, dice Gesù è ricordarci quello che Lui ci ha detto. Questo è essenziale perché è dalla parola di Cristo che si rinasce e si riceve consistenza. Dio in realtà ci ha parlato sempre, sin dall’infanzia, e quanto abbiamo ancora da capire e da scoprire per esempio del nostro passato. Il Signore ci deve insegnare il nostro passato. A rileggerlo, a capirlo meglio, a liberarci dalle nostre gabbie. Anche da quel che forse abbiamo rifiutato. In quegli eventi Dio ci ha detto qualche cosa che forse non abbiamo ancora accolto. Lo Spirito Santo è il maestro della memoria. Cioè della lettura del passato e quando lui illumina la nostra memoria, porta alla luce, avvolge nella sua verità la nostra esistenza. E il testo del vangelo che leggiamo termina connettendosi con il suo inizio. Con la sua apertura. Lo Spirito ci insegna come conservare nella memoria la parola di Gesù. Se mi amate osserverete la mia parola. Ecco, lo Spirito Santo fa questa operazione in noi. E si innesca il processo amorevole con cui si era aperto tutto il viaggio: amare Gesù, osservare la sua parola, essere conservati dal Padre e conseguentemente diventare capaci di apprendere, capaci di crescere, capaci di correggersi e iniziare ad illuminare tutta la nostra vita anche le cose più difficili, il nostro passato. 

E’ chiaro che in una liturgia come questa, dove si proclama nella seconda lettura la nuova Gerusalemme, la vita nuova. Questa dimensione. Abbiamo ascoltato nel Vangelo che il Padre prenderà dimora presso di noi e qui vediamo questa città in cui abita l’Agnello, in cui non c’è nessun tempio, perché il Signore Dio l’Onnipotente è l’Agnello cioè non abbiamo bisogno di un culto esteriore formalistico perché siamo già noi inabitati dal rapporto con Dio. Questo anche ci connette con la prima lettura dove vediamo gli apostoli che sono capaci di imparare una cosa nuova. Loro erano impostati per un’adesione alla legge veterotestamentaria e sono capaci di andare oltre in una lettura che segna la storia della Chiesa. E’ il capitolo 15 degli Atti degli Apostoli in cui gli apostoli per cui era assolutamente impensabile che i pagani senza circoncisione, senza osservanza delle norme, potessero entrare nella vita redenta, addirittura consolano colo che essendo arrivati nella fede in Cristo, sono stati turbati dalla richiesta di questa obbedienza alla norme estese e peculiari del Giudaismo e dichiarano questa apertura, questo che viene chiamato il Concilio di Gerusalemme, questo che è la decisione degli apostoli e del consiglio di tutti gli anziani e di tutta la chiesa, di consolare e rassicurare i cristiani che provengono dal paganesimo che possono finalmente essere nella vita nuova, entrare nella Gerusalemme celeste, senza il bisogno degli schemi vecchi, stantii della normativa rabbinica. Ecco, questo è un esempio di cambio di schema, di sapersi liberare dalle proprie priorità.

Lasciamo che questa liturgia ci lanci verso la Pentecoste e ci apra alla scuola del tanto che dobbiamo ancora capire e ricevere e che lo spirito Santo ci deve ancora insegnare. 

mercoledì 25 marzo 2020

Luca, 1, 26-38 - Avvenga in me secondo la tua parola - Commento al vangelo di Silvano Fausti

Luca 1,26-38

26 In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: 28 «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.


Il commento è stato tratto dal libro:
Silvano Fausti
Una comunità legge il Vangelo di Luca
EDB editore
Nona ristampa: novembre 2003

Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo.

Messaggio nel contesto:

Al mattino, mezzogiorno e a sera, pre tre volte al giorno, suonano le campane. E' l'Ave Maria. Il saluto dell'angelo scandisce l'inizio, il centro e la fine del giorno. L'Angelus e l'Ave Maria fanno dell'annunciazione il racconto della Scrittura più noto e ripetuto. La vita cristiana porta nel suo cuore e ha come principio e come fine l'incarnazione del Verbo. Tutta centrata su questo mistero, è una continua attualizzazione "oggi" del " sì" che ha attratto Dio nel mondo.

Maria è figura di ogni credente e della chiesa intera. Ciò che è avvenuto a lei deve accadere a ciascuno e a tutti. Il "sì" dell'uomo che accoglie e genera il Verbo, da cui tutto ha principio, è il fine stesso della creazione. La scena precedente si svolgeva nel tempio; ora nella "casa", perché Dio ha finalmente trovato la casa di cui il tempio è figura.

Il mistero può essere colto sotto vari aspetti, secondo che si consideri Maria come tipo del credente, apice del mondo, resto d'Israele, realizzazione della promessa, ecc. Il modo più adeguato è quello di  è quello di collocarsi, con un colpo d'ala, dalla parte stessa di Dio. E' l0incontro che lui ha cercato da tutta l'eternità, il momento in vista del quale iniziò il tempo, coronamento del suo sogno d'amore, premio del so lavoro, ricompensa alla sua fatica. Finalmente dalle profondità della sua creazione che si è allontanata da lui, s'innalza un "sì" capace di attirarlo. E lui viene, si unisce e si compromette per sempre.

Quale fu la gioia di Dio nel poter dire a Maria: " Giosci". Lo sposo finalmente, dopo tanti drammi, trova la sposa del suo cuore. finalmente ha termine la sua sofferenza: è abbracciato da chi ama. La sua offerta trova mani che l'accolgono e le grandi braccia del mondo comprendono, concepiscono e stringono ciò senza cui l'uomo non è uomo. L'Amore è amato: ha trovato una casa dove abitare e la casa dell'uomo non è più deserta. L'incarnazione ha un carattere " passionale": rivela la passione di Dio. E' l'inizio delle nozze tra lui e l'umanità, il principio di un amore che sarà più forte della morte ( Ct 8,6).

Il racconto inizia con l'angelo "mandato" ( = apostolo) e termina con l'angelo che parte. L'angelo è la presenza di Dio nella sua parola annunziata. La nostra fede  nella sua parola accoglie lui stesso e ci unisce a lui: è il natale di Dio sulla terra e dell'uomo nei cieli. La Parola si fa carne in noi, senza lasciarci più e l'angelo può andare ad annunciarla ad altri, fino a quando il mistero compiutosi in Maria san compiuto tra tutti gli uomini. La salvezza di ogni uomo è diventare come Maria: dire sì alla proposta d'amore di Dio, dare carne nel suo corpo al suo Verbo eterno, generare nel mondo il Figlio.

Questo brano, posto all'inizio del Vangelo, ne è la chiave di lettura: ogni racconto che segue mi propone, come a Maria, di "gioire", mi dice un "aspetto del mio nome ( "pieno-di-grazia") e di quello di Dio ("il Signore-con-te"), e mi offre il verbo che attende il mio "sì" per farsi carne in me, nella forza dello Spirito.

Lettura del testo:

v. 26: " Ora al sesto mese". Il compimento è i gestazione già nel tempo della promessa. Anche se questa precede, i suo sono in continuità e in parte contemporanei. Attesa e dono convivono sempre, fino al pieno riconoscimento. Inoltre il numero 6 richiama il giorno della creazione dell'uomo. L'annuncio al sesto mese indica che Dio entra nel giorno dell'uomo, facendosi suo contemporaneo e aprendogli il suo oggi eterno ( Galati 4,4). Nell'incarnazione il tempo raggiunge la sua pienezza, ricolmo deleterio che ora contiene.

"l'angelo Gabriele". La forza della parola di Dio che ha portato a perfezione il ricordo della sua promessa in Zafcaria ed Elisabetta, porta ora a compimento la promessa stessa. Non si dirige verso la Giudea, luogo degli eredi della promessa, bensì verso la Galilea, regione infedele: la "Galilea delle genti" ( Matteo 4, 15). La promessa segue l'erede fin nella terra della sua infedeltà.
In Galilea raggiunge un paese insignificante, Nazareth. Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono ( Giovanni 1, 46)? Dio tiene conto di ogni lontananza e predilige ciò che è religiosamente squalificato e umanamente insignificante. Il privilegio dei lontani e dei piccoli fa parte dell'essenza misteriosa di Dio, che è misericordia. Essa vale in realtà per ogni uomo, lontano da lui e piccolo davanti a lui! Solo visitando il figlio più lontano, il padre ha abbracciato tutti suoi figli! Prima, il suo amore resta insoddisfatto.

v. 27 "davanti a una vergine". Prima Dio si era rivolto a una coppia di anziani dando successo ai loro vani tentativi di avere un figlio. L'annuncio a Zaccaria serve appunto a far comprendere che lui, e solo lui, dà un futuro e salva. Ora invece si rivolge a una "vergine", a una che ha rinunciato ad ogni sterile tentativo. E si dona a lei come suo figlio, per far comprender che il futuro e la salvezza dell0uomo viene solo da lui ed è lui stesso. Il compimento supera ogni attesa!
La verginità di Maria pone infatti la domanda circa la partenti.

Paternità significa origine e natura, significa identità: chi è veramente il figlio donato a Maria? Paternità e parola vanno insieme: il Padre dà il nome e dice la parola che fa crescere il figlio come persona libera. La questione della paternità di Gesù si apre con l'accoglienza della parola ( v. 38), è dichiarata dalla sua obbedienza al Padre ( 2, 49) e trova risposta alla fine del suo cammino di giusto che sulla croce si consegna al Padre ( 23, 46).

La verginità di Maria indica innanzitutto che ciò che nasce da lei è puro dono. IL futuro, in lei offerto a tutto il mondo, è grazia e dono di Dio, + anzi Dio stesso come grazia e dono. La verginità indica inoltre la condizione alla quale Dio può donarsi. La capacità dell'uomo di concepire l'umanamente inconcepibile non è quella delle coppie sterili dell'AT, dove è dato successo ad un'azione umana senza successo. Tale capacità è capacità è la verginità, la rinuncia ad agire. In Maria infatti non vi è alcuna azione umana. Dio solo agisce. Dall'altra parte trova solo obbedienza e accoglienza , senza alcuna azione di disturbo. La verginità indica quindi l'attitudine più alta dell'uomo: la passività e la povertà totale di chi rinuncia all'agire proprio per lasciare il posto a quello di Dio. E' la fede. Questo vuoto assoluto è l'unica capacità in grado di contenere l'Assoluto. Soli il nulla può concepire totalmente colui che è tutto. Per questo è nulla.

Maria realizza il mistero della fede: accettare Dio com'è. E' figura di ogni uomo e di tutta la chiesa che, nella fede, concepisce l'inconcepibile: Dio stesso. Maria, vergine, madre, è "termine fisso d'eterno consiglio", proprio per la sua verginità che la rende capace di generare Dio. Questo è per ciascuno di noi e per tutta la storia umana, il punto d'arrivo: è la fede pure che attira in noi il Salvatore. Frutto di una storia di "impotenza" sperimentata, fino alla rinuncia ad essere capaci, la fede rompe i limiti di ogni incapacità umana per renderci calci di Dio.

"promessa sposa a un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide". La genealogia, così preziosa in Israele, tramanda di padre in figlio la promessa di Dio. Attraverso le generazioni i padri vivono nell'attesa dei figli e i figlio dell'attesa dei padri. Alla casa di Davide, che aveva costruito una casa al Signore - che è poi Maria - il Signore aveva promesso una casa definitiva in cui abitare. Ma non è l'uomo che costruisce la dimora a Dio, bensì Dio che si fa casa a colui che gli dona la casa ( cf 2 Sam 7). C'è corrispondenza tra figlio e casa, tra casa e casato. Il nome dello sposo è "Giuseppe", che significa "possa Dio aggiungere". Attraverso Maria Dio aggiunge a lui se stesso come figlio. "Maria" infatti, il nome della sposa, significa: " altezza, sommità, eccellenza". Per la sua bassezza e la sua umiltà abissale essa sarà madre del Figlio dell'Altissimo, in cui ogni uomo troverà casa. 

sabato 14 marzo 2020

Luca 15, 1-3.11-32 - Vivere da "homo viator" o da "homo vagator"? - Commento al vangelo del giorno di don Luigi Zucaro

Il testo risulta dalla trascrizione della registrazione di un commento al vangelo. La trascrizione non è stata rivista dall'autore. Si rimane a disposizione dell'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Parola del Signore

Vincere la tentazio del “questo già lo so”- 
Cari fratelli buon giorno, buon sabato.
Questa mattina la liturgia ci ha regalato un bellissimo vangelo che conosciamo quasi a memoria. E’ il vangelo del figlio prodigo. Tutti lo conosciamo molto bene, abbiamo sentito, tante volte, tanti commenti. Per cui a volte ti si chiude un po’ l’orecchio per cui dici: “ Vabbé questo già lo so!”
E quindi è difficile ascoltarlo e pensare che cosa dice alla nostra vita.

Parla di mali presenti nei nostri tempi - 
Questa mattina ascoltandolo e poi dopo rileggendolo mi sono venute in mente due cose solamente sulla prima parte. Cioè sulla dinamica di cosa succede a questo giovane, a questo ragazzo e mi è sembrato molto interessante perché mi sembra un po’ lo specchio della nostra generazione, di questi tempi. E’ quasi profetico perché si vedono un po’ i mali dei nostri tempi. 
Allora volevo riflettere un po’ con voi su questo.


L’impazienza dell’avere tutto e subito - 
Prima di tutto la cosa strana che non ci avevo mai pensato, invece oggi mi è balzata agli occhi è che è un po’ strano che uno chieda al proprio padre la parte di eredità che mi spetta del patrimonio, perché il padre è vivo, non è ancora morto quindi è una cosa che non si può fare. Quindi il primo male di questo uomo è la fretta di avere, non sa aspettare, è impaziente. L’impazienza di potersi godere le cose, di poter avere cose da spendere, cose da utilizzare. Ed è vero che tante cose, tanti peccati, li facciamo un po’ spinti come da un’urgenza interiore. Cioè di solito il demonio spinge il piede sull’acceleratore. A volte se sapessimo aspettare un po’, avere un po’ di pazienza, tanti peccati non li faremmo. E quindi forse dobbiamo imparare a gestire questa urgenza che abbiamo e che anche la società un po’ ce la sollecita. Avere tutto e subito.

Rinvedicare la propria essenza, la propria autonomia - 
E poi in fondo questo uomo che gli chiede. Gli dice: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Ecco in italiano traduce patrimonio, una parola che in realtà significa essenza. Cioè questo uomo vuole avere in mano se stesso. La sua natura. Non vuole che vi siano altri che lo gestiscono. E’questo miraggio dell’autonomia che è tanto tanto presente in tutte le cose della nostra vita oggi. Siamo sempre spinti ad essere autonomi, autonomi, autonomi. Dagli anni sessanta in poi, tutto, la società, la morale, i costumi, alla fine si sono tanto impoveriti, talmente annichiliti, non sappiamo più cosa è bene e cosa e male, e in questo assoluta impossibilità di capire, in questa assenza di strumenti per capire cosa è bene e cosa è male, non abbiamo più gli strumenti per poterlo capire, che cosa ci rimane? Ognuno faccia quello che vuole. Se piace a te allora va bene se tu sei contento, allora è giusto. Ognuno è misura di se stesso.
E abbiamo sempre vissuto e sempre viviamo qualunque autorità e qualunque regola come una etero nomia, una legge che ci viene da qualcun altro e quindi illecita perché non parte da noi.  Viviamo sempre in un conflitto profondo tra una auto-nomia e una etero-nomia e con la fede lo stesso. Qualunque legge che Dio ci dà, o che qualcuno ci dà, magari un genitore, un catechista a nome di Dio, lo viviamo come una usurpazione, una violenza sulla nostra auto-nomia intollerabile. E questo uomo dice quindi: “ Togli le mani dalla mia vita, io voglio essere mio”, “ Io sono mia”, questo slogan che dagli anni sessanta ci perseguita fino ad adesso. 

Vivere da “asotos” o da  “homo viator”? - 
E poi dice ad un certo punto questo se ne va e comincia a vivere da dissoluto. Ancora una volta una lettura moraleggiante. Dissoluto fa riferimento ad uno che va con le prostitute, che beve, che gioca d’azzardo. Dissoluto, sei in dissoluto. Ma in realtà l’avverbio, dissolutamente, in greco, lo sono andato a vedere perché mi ha incuriosito  “asotos”, sapete che vuol dire? A è alfa privativo, sotos deriva dal verbo “sozo”, che significa salvare. Quest’uomo comincia a vivere come uno che non spera più in un dopo, in una salvezza, senza speranza. Allora mi è venuto in mente questo modo di dire che va tando di moda adesso: “ Facciamolo come se non ci fosse un domani”, che sembra  una cosa positiva. Fare una cosa come se non ci fosse un domani. Amiamoci come se non ci fosse un domani. Facciamo l’amore come se non ci fosse un domani. Suona molto romantico, molto fico. Ma in realtà è proprio vero. Molti di noi viviamo proprio come se non ci fosse un domani. Come se non ci fosse un progetto nella nostra vita. Come se la nostra vita non puntasse da nessuna parte. E allora ogni cosa diventa fine a se stessa. Il divertimento diventa una cosa fine a se stesso. Non è una cosa per ricaricarsi, per riprendere le energie per tornare a camminare su una strada che ha una meta, che andiamo verso qualcosa, che abbiamo uno scopo nella vita, che c’è un progetto che si deve realizzare. No così. Ogni giorno senza speranza. Come se non ci fosse un domani. Perso in un vuoto. Ecco questo mi ricorda un pochino questa distinzione fondamentale della teologia medioevale. Cioè vivere come  un “Homo viator” o come un “homo vagator”. Noi spesso siamo così, siamo vagator, vaghiamo senza una meta. La conversione è tornare ad essere “homo viator” cioè incamminati, perché c’è un progetto, perché che tu ci sei o non ci sei nel mondo non è uguale, perché Dio ti ha pensato perché tu realizzi una missione e ti realizzi in una missione. Questo ci fa veramente felici. Tutto il resto è un inganno vuoto che ci porta a vivere “asotos”, disperati. 


sabato 29 febbraio 2020

Matteo 4,1-11 - Ricordiamo la paternità di Dio su di noi e affrontiamo le tentazioni - Commento al Vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Matteo 4, 1-11

Entriamo nella Quaresima con il dono del testo delle tre tentazioni secondo Matteo. Siamo preparati in questo testo dell’anno liturgico A, il primo dei tre, dal racconto del peccato primordiale, dalla caduta inziale. Questa caduta, narrata nella prima lettura, è la pista su cui dobbiamo lavorare, perché appunto parleremo di tentazione e vediamo il primo combattimento esplicito di Cristo contro il maligno che è quello appunto che compare nel capitolo 4 del vangelo di Matteo.

Una tentazione sul cibo, ma riguardante l’invidia, la superbia, l’affermazione dell’ego - 
La prima tentazione riguarda un cibo. La prima tentazione di Cristo riguarderà il cibo. Possiamo vedere che il cibo viene proposto come strumento di autoaffermazione nel racconto di Genesi 3. Cioè mangiare dell’albero del giardino per emanciparsi e diventare indipendenti da Dio e ansi simili a lui, cioè diventare come lui, suoi antagonisti, rivali. Il tema dell’invidia è latente, per cui si parte dal tema della gola, della voglia di mangiare una cosa che non si potrebbe mangiare, ma il problema vero è l’invidia, il problema vero è la superbia, l’affermazione dell’ego e il superamento di qualcun altro. 


La prima tentazione: affermare la propria supremazia rispetto alle cose - 
Ecco che infatti, nella prima tentazione, una parte di questa antica primordiale trappola del serpente viene esplicitata dal diavolo che dice a Gesù: “Se sei figlio di Dio di che queste pietre diventino pane”. Se sei uguale a Dio, se sei della stessa caratura, dello stesso livello. E lo invita ad esplicitare la sua figliolanza divina per mezzo della violazione della natura delle cose. Cioè, il pane è il pane, le pietre sono le pietre. Chi non coglie la differenza, meglio che non inviti a pranzo nessuno potrebbe fare qualche macello. E no. Le pietre son pietre. Le cose sono quelle che sono. La tentazione è affermare la propria supremazia rispetto alla cose. 
Cioè? Gesù viene da un digiuno sterminato, pazzesco e quindi ha tanta fame ed è interessante, la tentazione non viene quando uno è forte, viene quando uno è debole, viene nel momento della fragilità. Viene nel momento in cui guardi una pietra e hai talmente tanta fame che inizi a dire: “ Ma non è che niente niente è una pagnotta quella?”. Ecco, uno inizia a confondersi sulle cose e a leggerle secondo il proprio appetito, secondo la propria voglia, secondo il proprio bisogno e non per quello che sono. Il punto è che questo dovrebbe essere un tema di autoaffermazione ancora una volta.

La risposta di Gesù: io non vivo perché prendo delle iniziative -
Cristo risponde rovesciando la prospettiva. Io non vivo perché prendo delle iniziative, ma perché il Padre mi nutre, non vivo perché mi affermo, ma perché il Padre è buono. Se sono figlio di Dio lo sono perché Dio è mio padre non perché io sono allo stesso livello e mi autoaffermo e mi sottolineo. 


La seconda tentazione: comandare sulla realtà e riuscire a provocare una manifestazione di Dio - 
 E questo è tutto il tema che poi viene proseguito dalla storia del lancio dai pinnacoli del tempio per poter fare una cosa spettacolare e quindi avere questa grande idea di riuscire a provocare questa manifestazione di Dio perché infatti, se sei figlio di Dio, comandi sulla realtà e le cose ti obbediscono. Cioè tu batti il ritmo a Dio. Tu gli sta schioccando le dita e lui deve manifestarsi. E’ un tema ancora una volta di autoaffermazione, in primis, secondo la logica, nella prima tentazione, degli appetiti, qui è secondo la logica dei progetti, cioè delle idee, delle cose che uno pensa di poter fare, le ideone, che uno pensa di dover perseguire per risolvere le cose che non gli piacciono della vita. Ecco.

Gesù risponde anche questa volta: viene prima Dio - 
Il problema è che ancora una volta Gesù risponderà: no, viene prima Dio. Non sono che parto, non sono il che lo saggio, non sono io che prendo, perché io sono figlio e Dio è Padre. Allora io so che il vero punto per vivere è fidarmi di lui e non tirargli la giacchetta. Non costringerlo a manifestarsi. 
Ed ecco che ancora il tema non è tanto se mi affermo io, quanto se mi ricordo chi è Dio. Io vinco la tentazione dell’autoaffermazione attraverso la memoria della bella affermazione di chi Dio è. Dio è mio padre, mi vuole bene, mi fido di lui.

La terza tentazione: per affermare te stesso dei piegarti al potere e distruggere la tua dignità - 
E ancora una volta questa tentazione di autoaffermazione viene sottolineata dall’offerta del potere e del possesso. Però questa volta deve essere più esplicito il diavolo perché di fatto si sa che il potere chiede compromessi per sua propria natura. Chiunque ha potere ha fatto compromessi, a meno che non sia il potere di Dio, che è l’unico potere che esiste in questo mondo e sopra questo mondo. Ti darò il potere, la gloria del mondo, però ti devi sottomettere al potere. Ti devi gettare ai miei piedi. Ti devi prostrare. Devi scendere a compromessi con me. Ti devi piegare a me. E questo è ancor più manifesto come inganno: per affermare te stesso, in fondo devi distruggere la tua dignità. Devi scendere per l’appunto a compromessi. Devi fare qualche cosa che infetta l’origine del tuo potere, perché infatti sarà una questione di favori. Una volta che ti sei piegato a me, poi ti comando io. Chiunque ha potere su questa terra è schiavo di qualcun altro, sempre. Sempre. In ogni caso. Fosse anche il più grande potente di questa terra, è schiavo di qualcun altro, perlomeno della menzogna e del male.

Gesù vince la terza tentazione credendo che è il Padre l’unico del quale si può fidare - 
E ancora una volta la tentazione Cristo la vince tornando a Dio. Cioè dicendo: ma mi posso piegare a qualcun altro che non è il padre? E’ lui l’unico di cui mi fido, lui l’unico che mi alimenta, lui quello a cui mi piegherò, lui solo adorerò. A lui solo renderò culto. E’ interessante che Dio si adora. E il termine greco soggiacente indica si l’atto dell’adorazione, però implica il baciare, portare alla bocca, adorare, ma anche proprio viene usato il termine greco del bacio. A lui solo renderò culto, la mia sarà una liturgia, io avrò una relazione bella, liturgica con Dio. Non mi piegherò come ad un capo mafioso, mi devo prostrare gettandomi ai tuoi piedi, è interessante. Ti devo schiacciare. Ti devi sottomettere per avere il potere. Ecco.

Combattere con il digiuno, la preghiera e l’elemosina per tornare a vivere consapevolmente la paternità di Dio su di noi - 
Noi tutti quanti entriamo nella Quaresima sapendo che dobbiamo combattere con il digiuno contro l’assolutizzazione dei nostri appetiti, con la preghiera contro l’assolutizzazione dei nostri progetti e con l’elemosina contro l’assolutizzazione dei possessi. Perché? Per tornare a Dio perché è di questo che abbiamo bisogno. Perché è questa la conversione. Perché la conversione è ri-direzionare il cuore per grazia, per l’opera dello Spirito Santo in noi, e questa opera è la memoria della paternità di Dio, a cui tutto ricondurre. Riportare a lui il nostro appetito. E’ lui che ci saprà saziare. Riportare a lui i nostri progetti perché Lui ne ha di migliori. A lui solo piegarci, perché lui solo si merita il nostro culto e la nostra adorazione.

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lunedì 3 febbraio 2020

Luca 2, 22-40 - Compare il Messia e porta pienezza, luce, forza, vita - Omelia di don Fabio Pieroni

Il testo risulta dalla trascrizione dell'omelia di don Fabio Pieroni presso la parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle. I neretti sono stati aggiunti con il solo scopo di paragrafare il testo. Il testo non è stato rivisto dall'autore. Si resta a disposizione per l'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore- come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. 

Omelia di don Fabio Pieroni
La presentazione del Signore al tempio. Vi faccio vedere che noi non sappiamo nulla, forse perché il tipo di catechesi che abbiamo ricevuto è stata sempre insufficiente. 

La legge imponeva la purificazione della donna e del bambino e il riscatto del primogenito - 
Maria ha dato alla luce il suo primogenito a Betlemme e passati otto giorni va a Gerusalemme. Gerusalemme sta vicinissimo a Betlemme, sono massimo cinque kilometri.
Quindi prima che arrivino i magi, loro portano questo bambino al tempio. C’è un solo tempio in Israele, il tempio di Gerusalemme. Perché lo portano lì? Perché secondo la legge del Signore bisogna fare due cose: purificare la donna e il bambino dopo il parto e poi bisogna riscattare il primogenito. Perché ogni primogenito è di Dio e quindi io devo sacrificare due colombe se sono un poveraccio, oppure un agnello se ho i soldi, oppure un bue se sono ricco. Maria e Giuseppe non hanno niente, sono poveracci.  Sono lì pronti per fare questo atto. Un animale viene dato in olocausto, cioè bruciato, il sangue dell’altro invece deve toccare le pietre del tempio. Queste sono delle leggi  che all’epoca erano normali. Tipo: vado a fare il battesimo. Noi sappiamo che qualcosa succede e anche Maria e Giuseppe portavano questo loro bambino Gesù.

La storia di Simeone –
Ad un certo punto, mentre stavano per avvicinarsi al sacerdote, come se fosse il parroco, don Fabio, arriva Gaspare, il nostro parrocchiano. Conoscete Gaspare? Gaspare ha circa duecento anni, circola per la parrocchia, sa tutto di tutto. E’ un laico, uno qualunque, che tu lo prendi per strada e dici: ma che è questo vecchietto? Non serve a niente.  Simeone era uguale, aveva circa ottanta anni. E’ importante sapere che avesse ottanta anni, perché Gesù aveva pochi giorni.
Quindi Simeone, quando aveva circa sessanta anni, aveva visto tornare Israele dall’esilio e il tempio non c’era. Perché si è iniziato a costruire il tempio venti anni prima di Cristo. Era un rudere e poi la sua costruzione si completerà nel sessantasette dopo Cristo, dopo che Gesù è morto ed è risorto. Quando Simeone aveva ricominciato a gironzolare per l’area del tempio non c’era niente, era tutto sfasciato. Nel momento in cui è ambientato questo vangelo erano venti anni che ci si lavorava, ma già qualcosa si vedeva. Eppure vi era un andirivieni, una provvisorietà, poi litigavano fra i sommi sacerdoti, poi i cardinali, i vescovi, un casino, un macello. Però Simeone non mollava, stava lì. Anche se perdeva i colpi. 

Simeone prende Gesù dalle braccia di Maria -
Mentre  Maria e Giuseppe stavano portando lì Gesù, Samuele vede questo bambino e lo prende dalle braccia di Maria. Lo acchiappa. Non è stata Maria a portarglielo. E lui se lo prende.
Glielo prende, lo alza e dice: “Luce dei miei occhi. Meno male. Per questo non ho vissuto invano. Non ho sperato invano che cioè che tutta questa religione che sta crollando, che è inutile, che è ridicola, che è addirittura maledetta questa religione, perché non fa altro che creare casini, conflitti, delusioni. Ma sei arrivato tu. Tu sei il Messia, sei la Gloria di Israele, la luce delle genti. Maria guarda questo bambino sta qui perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Egli è qui per la morte e la Resurrezione di molti in Israele. E anche a te una spada ti trafiggerà l’anima”. E glielo restituisce. 

Il vangelo ricorda e decide di raccontare di questo intervento di Simeone - 
Che sta succedendo? Questi sono alcuni dati importanti che se io non ve li sottolineo, voi non li potete capire, non li potete notare. Perché appunto Simeone è uno qualunque. Ecco appunto come Gaspare che prende il bambino e uno potrebbe pensare: “Come si permette di dire queste cose? Dove stanno scritte le cose che sta dicendo, questo è un pazzo!” Invece il vangelo scrive queste cose.

Questo vangelo è per chi si sente in perdita, ma sta aspettando con speranza- 
Primo punto. Questo vangelo è per tutte le persone che si sentono questa mattina dei catorci. Ti senti un catorcio, una rovina. Però vieni qua a messa. “Chissà se mi può accadere qualcosa? Mi sento così invecchiato, così in perdita con tutto: con la speranza, con la religione. E poi ti dicono che il Papa così, il Papa colà, il prete così, il prete colà, ma andate tutti a quel paese, ma chi se ne importa di tutto questo macello!”. Possono venire in mente queste cose. Ma uno vede una persona, una persona speciale perché in lui brilla qualcosa di straordinario, qualcosa che viene da Dio. Le cose che vengono da Dio, ti danno la vita, ti ringiovaniscono. Le cose che vengono da Dio, molto spesso non hanno l’etichetta “Viene da Dio!”. Le cose che vengono da Dio spesso non è un prete tutto preciso, con la tiara, con tutti gli anelli. Spesso non è così. Spesso appare un poveraccio, un piccolo dettaglio in cui c’è il Messia, in cui c’è una parola di conforto, di conferma, di sostegno. In cui tu ti senti edificato, ti senti rinascere. Spesso avviene così. Quindi questa speranza che ha Simeone, che significa “ Dio Ascolta” il grido di un poveraccio che aveva una speranza. 

Anche Anna è in attesa – 
Anche Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser, che aveva ottantaquattro anni e che non lasciava mai il tempio, che non si allontanava mai dal tempio, stava sempre a dire rosari, rosari, rosari, si rallegra. Capite? Perché stavano aspettando e questa loro attesa non è stata inutile.

Se appare la luce del Messia, appare la vita, la fiducia, la pienezza, la forza - 
Ecco quindi spero che per quelli che state qua che avete il conto in rosso, che avete il bilancio in passivo, che avete un senso di delusione, di sofferenza, se appare per un secondo il Messia, tu ti dimentichi tutto, tu vivi finalmente. Torni a vivere. Ti arriva una parola del Vangelo, ti senti compreso, ti senti che Dio sta dalla tua parte. Questa piccola luce illumina il tuo cuore e ti fa diventare come un giovanotto, come Simeone, che prende questo ragazzino lo alza, si rallegra, fa una cosa che è anche antipatica, ma non gliene frega niente.

Il vangelo decide di raccontare questo incontro- 
E il Vangelo scrive questo, avrebbe potuto non farlo. Perché capite che qui viene contestata tutta la religione ufficiale dal Vangelo. Si sta dicendo qui che la religione ebraica dell’epoca era fuorviante. Possibile che anche la nostra religione, la nostra liturgia si è fatta troppo formalmente ed invece di veicolare l’incontro con il Messia, con la vita vera, anche se uno fa tutti i precetti precisi viene consegnato alla morte.  Quindi c’è tanto altro da dire oltre quello che sto dicendo adesso. 

Anche a noi può capitare quanto accaduto a Simeone e ad Anna - 
Però io penso e spero che qualcuno di voi che qui oggi si trova come Simeone e Anna, avvertano una nuova giovinezza. Anche se sei giovane, sei distrutta, distrutto e arriva questa luce. Luce delle genti, gloria di Israele.
Questo è un primo bellissimo punto che ci dice questa festa.

Ogni dono deve essere interpretato nella giusta maniera e gestito secondo la finalità per la quale è stato pensato da Dio - 
Un secondo punto è questo. Che quando questo Simeone prende questo Gesù fra le mani, questo dono. Questo dono deve essere interpretato nella giusta maniera. Perché un dono uno lo può autogestire. Tanti doni possiamo avere: il fatto che esistiamo, il fatto che siamo dei catechisti, il fatto che sei un genitore, il fatto che hai un lavoro. Questo dono che tu hai lo puoi autogestire. Sbagli. Ci deve essere qualcuno che innanzitutto ti dice: “E’ bello che tu ci sia! E’ importante che tu faccia e sia quello che sei, perché sei un dono, non sei un errore, non sei uno qualunque!”. Simeone dice questo e non lo dice solamente a Gesù, o meglio, lo dice a Gesù perché questo valga anche per me. Vale anche quando noi prendiamo il pane e il calice e lo offriamo. Io e te siamo un dono per Cristo. Questo è importante perché ogni dono è una benedizione. Perché noi ci percepiamo come delle persone inutili, come delle persone sbagliate, come delle persone superflue, invece sei un dono. Un dono. “Ma chi me lo avrebbe mai detto che sono un dono?

La novità portata dall’incontro tra Gesù e Simeone - 
Però questo dono ha una intenzionalità. Quindi il dono non va autogestito. Il dono deve essere gestito secondo la sua vera intenzionalità. Che non è quella che tu attribuisci e che tu gestisci come catechista, come maestro, come papà, come mamma. Bisogna che tu ogni tanto ti rallinei con la intenzionalità che Dio ti ha dato. Per questo Maria che stava entrando nel tram tram della legge, incontra questo Simeone che dirotta il dono per fare altro, per attribuirgli un’altra intenzione. Questa è una cosa del tutto nuova perché all’epoca i rabbini non mettevano mai insieme queste due profezie: luce delle genti e gloria del tuo popolo Israele. Questa è una cosa assolutamente blasfema per la sensibilità religiosa ebraica. Le genti sono i cani, non avevano niente a che fare con Israele, e quindi non si poteva metterli vicini fisicamente, ma neanche verbalmente. Gesù invece è questa comunione, che è qualcosa di assolutamente nuovo. Addirittura è qualcosa di proibito per la religione ufficiale e quindi è un problema per la religione ebraica. Sarà una spada per Maria, sarà una spada per tutti. Qualcuno che taglia, che apre una nuova realtà. 

L’importanza anche per noi di dare il giusto significato al dono che siamo -
Quindi anche per noi è così. Dobbiamo stare attenti. Il nostro essere un dono non lo autogestiamo. Dobbiamo riferirlo ogni tanto, perché piano piano, piano piano o perdiamo il senso di quello che facciamo, il bandolo della matassa, oppure siccome ci sentiamo così sicuri, succede che iniziamo a fare nostre delle iniziative che non sono di Dio, ma sono solamente le nostre. Cominciamo  a portare la vita nostra e la vita degli altri con l’illusione che noi lo stiamo facendo secondo la volontà di Dio, ma in realtà in maniera del tutto arbitraria. Questo pericolo di autogestirci in maniera autonoma e slegata dalla intenzionalità di Dio è un problema. 

L’umiltà di ricevere delle conferme da altre persone che confermino che stiamo vivendo il dono secondo l’intenzionalità assegnata da Dio -
Quindi la nostra umiltà è quella di avere delle conferme. Di avere qualcuno che ci dica: “Si, stai andando bene!” Persone che riconoscano che quello che noi stiamo vivendo a nome nostro continua anche ad essere il nome di Dio, altrimenti facciamo un casino. Roviniamo quello che noi siamo. Smarriamo quello che solamente Dio ci può indicare.

Attualità di questa festa: c’è la speranza di ripartire in modo nuovo - 
Ecco questa festa della Presentazione è qualcosa di molto attuale. Noi vediamo che un certo mondo religioso sta morendo e pensiamo allora che sia tutto inutile quello che stiamo facendo. No. C’è una speranza. C’è qualcuno che fa ripartire tutto in una maniera diversa. Sfruttando anche le cose che noi anche stiamo già vivendo. E quindi allora questa attesa questa speranza, come quella di Simeone, non è vana. Quindi è anche possibile che magari sto parlando e ad alcuni di voi non gli fa né caldo né freddo. Tranquillo. Anna di Fanuele ha aspettato ottantaquattro anni.  Tu quanti anni hai? Ancora a voglia. Tranquilla arriverà anche per te il momento in cui potrai rallegrarti, potrai gioire perché vedi Dio. Perché basta un instante in cui vedi Dio e a te non te ne frega più niente. Quello che è stato, quello che sarà, non te ne frega più niente. E’ arrivato il Messia, è arrivata la vita nuova e adesso io sono completamente rapita, completamente rapito da questa intuizione, da questa gioia, da questa comunione così profonda. 

domenica 29 dicembre 2019

Matteo 2, 13-15; 19-23 - Giuseppe custode del bambino e sua madre - Commento al vangelo di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». 
Matteo 2, 13-15; 19-23


Nel Vangelo di Matteo l'opera di Giuseppe che custodisce e difende il bambino e la sua mamma -
Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Dopo la gioia del Natale, noi guardiamo a questa realtà della sacra famiglia. Ecco la santa famiglia di Nazareth viene celebrata attraverso il Vangelo di Matteo in cui viene narrata tutta l'opera di difesa, di custodia, da parte di san Giuseppe nei confronti del bambino e della sua mamma. Questo fuggire in Egitto, tornare in Terra di Israele, scegliere la città giusta per far crescere questa creatura.
In che luce possiamo mettere questo bellissimo vangelo che parla di una difficoltà, di una cosa grandiosa da custodire, che è molto importante, questo tesoro che è questo bambino e la sua mamma ed è questo il ruolo di Giuseppe che appare qui splendido in questo testo e che parla di un nemico, che parla di un pericolo. 

Avere coscienza dei propri pericoli e non vivere in maniera ingenua - 
Dobbiamo avere coscienza dei nostri pericoli. Non possiamo vivere così in maniera ingegna. Con una ingenuità che talvolta rasenta la superbia che pensiamo che noi saremo all'altezza di tutte le sfide. No, non siamo all'altezza di tutte le sfide, dobbiamo premunirci, dobbiamo stare all'allerta perché tante cose sono obiettivamente difficili, abbiamo bisogno di un aiuto, dobbiamo portare avanti una strategia saggia che fa i conti con le nostre debolezze e con le difficoltà.

Il nemico di Gesù è Erode che rappresenta la realtà del potere, dell'invidia, della rabbia, della rivalità - 
Qui il nemico che appare è Erode, un re. Erode rappresenta un pò il mondo, tutta la realtà del potere. E' questo re che, venuto a sapere dai magi che c'è un altro re in giro, che è nato un altro tipo di lignaggio regale, capisce che lui è in pericolo. Capisce male perché non è vero che Gesù lo minaccerà però, per lui questa cosa scatta sempre. Tutto il tema della rivalità, dell'invidia, della rabbia, delle lotte di potere interne nei luoghi di lavoro, nelle famiglia, dell'affermazione di sé nei posti, persino nelle Parrocchie, la gente che vuole un briciolo di potere, che vuole per forza avere uno spazio, essere qualcuno e allora bisogna adombrare le qualità altrui e appena appare qualcuno che forse ci può, come dire, mettere appunto in ombra, allora bisogna parlar male, far partire i nostri personali giannizzeri, ognuno ha i propri, per poterci liberare del contendente, dell'avversario. Ecco. C'è questa realtà. C'è l'invidia nel mondo. C'è la rivalità nel mondo, non possiamo pensare che questa cosa sia così, succeda solamente ad alcuni. 

La tua sposa come vite feconda - 
E allora come si fa a sopravvivere a tutto questo? Bisogna capire un pò di cose. E' bello perché questo avviene nel giorno del tema della famiglia, allora ci sia consentito questa volta un pochino guardare al salmo responsoriale della liturgia. E' il salmo familiare. Noi ripeteremo nel versetto: " Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie" e appunto questa è la prima parte del salmo che dice appunto: " Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene, la tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa, i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa". E' molto interessante la lettura che i nostri fratelli ebrei danno di questa parola. Identificano la sposa come fa il salmo come intimità della casa e i figli intorno alla mensa. 

Cosa è un marito? Cosa è un padre? -
Ecco cosa significa? Cosa è il padre? Cosa è il marito? Il marito è colui che ha il ruolo di essere le mura della casa, perché la sposa è il centro. Un uomo è il custode, il baluardo, lo scudo della sua sposa e dei suoi bambini. Questo ruolo maschile così bello di prendersi cura, di difendere, di essere un sostegno valido. Una cosa che una donna non perdona è l'inaffidabilità. Quando le donne si trovano di fronte ad una inaffidabilità maschile questo è imperdonabile. Perché? Perché l'uomo deve essere forte. La sua struttura fisica, la sua prerogativa che è un pò atta, molto più del femminile al combattimento, anche se questi sono stereotipi che possono essere contestati, sia come sia, non c'è niente da fare, mai una donna batterà il record dei cento metri piani e dei duecento metri piani maschile perché l'uomo è un pò più forte. Bene e allora questa forza ci vuole, serve. E una donna ci deve poter fare affidamento. Non deve essere obbligata a stare a contatto con un bambino da consolare, ma con un padre che fa da mura, che custodisce la sua sposa perché la sposa sia feconda, sia l'intimità. E' come se la sposa sia il cuore e l'uomo sia le mani. Ci vogliono tutti e due. Perché cresca un bambino ci vogliono un luogo tenero, caldo, il cuore, ma ci vuole qualcuno anche che ti prende per mano e ti porta e ti custodisce e ti difende. 

Cerchiamo di ri contemplare la bellezza del maschile e del femminile - 
Ecco oggi che siamo in grandissima confusione con la logica della famiglia, cerchiamo di ritrovare la nostra bellezza, cerchiamo di ricontemplare l'importanza del maschile, del femminile e la vita bella che cresce in realtà da questi ruoli rispettati. E dalla reciproca bellezza che si specchia l'una nell'altra del maschile e del femminile.

Giuseppe è un uomo profondo, che ha un dialogo con Dio, una vita interiore e per questo è un buon custode delle cose che ha - 
Noi vediamo Giuseppe che è un uomo profondo, ha sogni, capisce la volontà di Dio, capisce i pericoli, si alza nella notte, prende il bambino e sua madre e affronta la condizione di sfollato. Capisce quale è il tempo. E ad un dato momento ecco ancora in sogno l'angelo gli appare, gli dice cosa deve fare. Lui è un uomo che ha un dialogo con Dio. Lui è un uomo che ha una vita interiore. E' bello che Giuseppe porti lo stesso nome del suo predecessore, il figlio di Giacobbe, che era anche lui un uomo che sapeva comprendere i sogni. E' un'immagine arcaica di una vita profonda. Essere profondi fa diventare buoni custodi delle cose. Non si è buoni custodi delle cose perché si hanno i muscoli, perché si è forti, ma perché si ha una vita interiore. 

Bisogno di difendere, coltivare, amare al famiglia che scorga dal sacramento del matrimonio - 
Ecco noi abbiamo bisogno di difendere, di coltivare, di amare la famiglia  che sgorga dal sacramento del matrimonio. Quella famiglia che è un'opera di Dio, che è una chiamata ad essere una piccola chiesa secondo quella logica di una sposa feconda, dei figli che crescono come virgulti di olivo intorno alla mensa e di un uomo che ama, custodisce, protegge, rasserena, fortifica, sostiene tutta questa realtà. Quante belle cose che abbiamo da fare. Ci perdiamo con secondarietà, ci perdiamo con narcismi, infantilismi, immaturità, mondanità, mentre abbiamo cose così belle da fare. Essere custodi di qualcuno, essere fecondi secondo Dio. 

sabato 7 dicembre 2019

Matteo 3, 1-12 - Che venga il Signore e ci liberi e ci purifichi da ciò che in noi non dà buon frutto - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».  
Matteo 3,1-12


Giovanni Battista predica in maniera non convenzionale e richiama tante cose della storia di Israele:
Nella seconda domenica di Avvento di questo anno A, noi ascoltiamo la predicazione di Giovanni Battista nei primi 12 versetti del capitolo 3 del Vangelo di Matteo. Giovanni Battista ha una predicazione sorprendente, strana, non convenzionale, eppure quel che lui fa richiama tante cose della storia di Israele. Va nel deserto. Si mette nel deserto a gridare. Nel luogo in cui il profeta Isaia aveva detto tanto tempo prima di preparare la via del Signore. E' nel deserto che si prepara. 

Nel deserto Israele si ritrova per quaranta anni dopo il luogo della schiavitù e della distruzione per imparare che la vita è precarietà e per imparare a vivere
Certo. E' nel deserto che il popolo di Israele ha vissuto il suo training fino alla terra promessa. Ha vissuto che cosa? Nel deserto lì dove Giovanni Battista va e si veste con una veste di peli di cammello e con una cintura ai fianchi e il vestito di un penitente, con il vestito di un pellegrino, con il vestito di un disinstallato. Era lì che Israele viveva la sua fase nomadica, dopo quattrocento anni di installazione in una terra prospera, ma vorace. Prospera, ma tragica. Dove loro erano diventati schiavi, il miraggio del benessere era diventato per Israele il luogo della tortura, della distruzione. Da lì erano usciti e per quarant'anni dovevano camminare imparando che la vita è precarietà, per arrivare a vivere in un altra maniera nella terra promessa. Tutto questo è un tentativo pedagogico costantemente in atto da parte della Provvidenza nei confronti dell'uomo.

Giovanni Battista chiama tutti a cambiare mentalità: andare nel deserto per arrivare al regno dei cieli:
E Giovanni Battista chiama tutti quanti alla conversione, al cambiamento di mentalità, perché il regno dei cieli è vicino. E' una nuova pellegrinazione quella che bisogna fare. Andare di nuovo nel deserto per arrivare non alla terra di Canaan dove già si sta, ma al regno dei cieli, che è a portata di mano, si sta avvicinando, non bisogna farselo scappare. 

Parole durissime per i farisei e per i sadducei
E allora si parla in certi termini. Lui accoglie le persone e avrà delle parole durissime per i farisei e per i sadducei. Accomunando per altro così due partiti religiosi molto differenti fra di loro. In un certo senso la linea progressista farisaica e la linea conservatrice più dedita al potere dei sadducei. E' curioso che li insulterà. 

La metafora della scure. Bisogna tagliare:
Ma userà un'espressione: " Io vi dico che già la scure è posta alla radice degli alberi, perché ogni albero che non dà buon frutto venga tagliato e gettato nel fuoco". Ecco deve arrivare l'annunzio di questa scure, fra le varie altre cose che dice Giovanni Battista. Si appoggia la scure alla radice dell'albero prima di colpirla. E' tradizione che chi colpisce prima avvicina l'attrezzo al colpo per allontanarlo e colpire nel punto preciso. Dove arriva la lama della scure, dove si avvicina, dove viene appoggiata la scure sarà dove bisognerà tagliare. Bisogna tagliare. 

Se viene il Signore bisogna tagliare
Siamo nel tempo di Avvento. Alla lunga guardiamo già anche verso il Natale, siamo in quella parte dell'Avvento in cui si parla della venuta in sé, si medita in sé la venuta del Signore. Ma che cosa è la venuta del Signore se viene nella mia vita, se viene nella nostra esistenza anche viene una scure. Anche viene un fuoco. Perché di fatto dirà proprio questo Giovanni Battista, "egli vi battezzerà in  Spirito Santo e fuoco, arriverà qualcuno che raccoglierà il frumento e brucerà la paglia". C'è una parte da perdere. E' inutile. Nella vita non si va avanti se uno non accetta dei tagli, delle perdite, delle selezioni. 

La matrice della insipienza nelle tradizione cristiana è la avarizia
La matrice della insipienza e della mancanza del discernimento viene collegata dalla tradizione spirituale cristiana alla avarizia. All'incapacità alla rinuncia. Viene collegata al fatto di non voler perdere niente. 

Se il Signore viene smaschera delle cose e devo perdere ciò che che non è buono bello e che è ambiguo per fare spazio a ciò che è buono, bello
Se viene il Signore, se entra la verità nella mia vita, verranno smascherate delle cose, dovrò perdere delle cose. Se entro in qualcosa di buono e di bello come il Signore è, come il regno dei cieli è, dovrò perdere tutto ciò che non è buono e bello. Anche quello che è ambiguo dovrò perdere. Ogni albero che non dà frutto. 

Dobbiamo desiderare che il Signore arrivi e ci liberi da quello che non porta frutto
Dobbiamo veramente desiderare che il Signore arrivi con tutta la chiarezza, con tutta la selettività, anche con la durezza che serve. Perché dobbiamo liberarsi dalle scorie, dalla paglia che non è feconda, che non porta frutto. Dobbiamo liberarci da tutti i rami stupidi e inutili della nostra vita. Questa è una liturgia per ringraziare Dio che con noi vuole fare cose vere, serie, belle, feconde, utili, che portano da qualche parte. Ma su tutto il resto il Signore appoggia la scure alla radice dell'albero per tagliarlo. Lasciamo che lo faccia. Qui si tratta di aprire il cuore veramente a liberarci da tutto ciò che non serve. Mille volte capita di dover affrontare cose tragiche nella vita, e trovarsi carichi di una zavorra inutile stolida, che non porta da nessuna parte. 

Il Signore ci libera, ci purifica e ci spoglia di ciò che è inutile e ci danneggia
Il Signore ci deve costantemente purificare. Il processo della purificazione è importantissimo. Dobbiamo supplicarlo che ci spogli di quel che è inutile, di quel che ci danneggia, di quel che ci appesantisce. Ecco arriva Giovanni Battista, annunzia l'irruzione del salvatore, ma il salvatore è secondo la salvezza. E se viene il regno dei cieli è secondo il cielo e non secondo quel che è piccolo e di passaggio. 

C'è una vita asciutta, bella, libera. E se viene il Signore ci liberi da quello che ci inganna e ci fa perdere tempo, da ciò che non è umano, non è il bene
C'è una vita asciutta e bella e libera. C'è una vita agile. La vita di chi non si perde con le stupidaggini. Non si perde con le minutaglie inconsistenti in cui tante volte ci si impiccia nella vita. Venga veramente lo Spirito Santo e venga come fuoco e bruci le nostre menzogne. E ci liberi dai nostri pesi. E liberi un pò tutti. E liberi la Chiesa dalle perdite di tempo e dalle sue trappole e dagli inganni in cui sa cadere. Liberi i cristiani da tutto ciò che non è cristiano. Liberi gli uomini da tutto ciò che non è umano. Liberi il mondo da tutto ciò che non è il bene. 

Veramente colpisca il Signore. Bisogna chiederglielo. Anche se quando colpisce fa male perché noi ci affezioniamo alle cose piccole, ci affezioniamo alle cose seconde. Viene Giovanni Battista, viene vestito come un pellegrino per portarci tutti nel pellegrinaggio. Per tirarci fuori dalle nostre installazioni, per rimetterci nel deserto che porta alla luce, che porta al regno dei cieli. 

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lunedì 2 dicembre 2019

Matteo 24, 37-44 - Atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e in quelle lo incontra - Commento al vangelo di Don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo. Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti e i titoli dei paragrafi in grigio sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Matteo 24, 37-44


Siamo invitati a guardare alle ultime cose
Entriamo in un nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento, dove la tematica, come sempre nella prima parte dell'Avvento, è una tematica escatologica. Escaton in greco vuol dire ultimo, cioè noi siamo invitati a guardare alle ultime cose, come già più volte abbiamo sottolineato, si comincia sempre dalla fine, ovverosia si comincia dal fine delle cose. Per capire ogni passo della nostra vita dobbiamo capire dove ci sta portando la vita. Per capire ogni realtà bisogna capirne lo scopo. 

La realtà ha come meta Gesù
Allora tutto parte da un momento sapienziale per cui se noi dobbiamo iniziare un nuovo anno liturgico, la prima cosa che fissiamo è l'Avvento finale del Signore. Tutta la storia orienta ad un ritorno di Gesù. Gesù che abbiamo celebrato nella domenica precedente come re dell'universo, è veramente ciò verso cui va tutto. L'uni-verso è veramente colui che è la meta della realtà. 

L'atteggiamento da avere a riguardo della storia e il momento di Noé
Allora in questo senso noi ci troviamo di fronte ad un testo che è il capitolo 24 del vangelo di Matteo, che da questo momento in poi mediteremo in questo anno A, che mette in parallelo l'atteggiamento da avere a riguardo della storia e a riguardo di tutto quello che è il fine della storia con il momento di Noé, il momento del diluvio. E guarda, questo testo, a come vivevano le persone che vennero spazzate via dal diluvio. Il diluvio rappresenta la corruzione. Ciò che in questo mondo è destinato a sparire, è destinato ad essere spazzato via dalla storia.

Il diluvio avviene molte volte nella storia e nella vita delle persone
Il diluvio avviene molte volte nella storia, molte volte la storia passa con un tergicristallo e di colpo tutto quanto sembra resettato, messo a capo, e tante cose che sembravano imprescindibili, assolute, importantissime, vengono portate via. La storia volta pagina molte volte ed è una cosa molto seria e molto spesso quando si è attaccati, abbarbicati a qualche cosa che deve essere portato via, si finisce nel nulla, si finisce in una vita senza consistenza. Questo è frequente. 
Allora come furono i giorni di Non così sarà la venuta del figlio dell'uomo. Di quale venuta parliamo? Certamente parliamo dell'esito finale della storia, ma anche attraverso quel che abbiamo detto fino ad adesso, noi ci ricordiamo che il Figlio dell'Uomo, viene più di una volta, visita la storia più di una volta, la resetta, come abbiamo già detto, più di una volta. 

Gli azzeramenti nella vita accadono
Così, avviene nel momento in cui tutto viene azzerato e gli azzeramenti nella vita accadono quando uno meno se li aspetta.
Mentre uno sta, come dice qui, mangiando e bevendo, prendendo moglie e prendendo marito, ma poi Noé entra nell'arca, questo mezzo pazzo che non si capisce perché abbia costruito una nave in montagna, ma cosa sta facendo, questo che vive per cose che non son successe, che assolutizza cose che non hanno nessuna importanza, che è un fissato con la religione, ascolta Dio, ascolta queste cose qua, ascolta delle voci, sarà mezzo pazzo appunto, ma pensiamo a mangiare e bere, prendere moglie e prendere marito. 

Prendere: un atteggiamento in funzione del mio appetito. Vivere per appagarsi.
Qui non si colpevolizza il matrimonio. Qui è molto interessante l'atteggiamento. Prendere moglie. Prendere marito. Cioè l'atteggiamento per cui tutto è in funzione del mio ego. Io non mi sposo, prendo moglie. Il linguaggio è prensile, aggressivo, possessivo. Vivere per appagarsi, vivere per riempire le proprie esigenze, mangiare e darsi compagnia. Il nuovo rito del matrimonio giustamente dice: io accolgo te come mia sposa. Una sposa si accoglie come un dono. Qui siamo di fronte al prendere che è un atteggiamento molto umano ed è vivere un pochino per il proprio appetito affettivo o fisico. 

Noé vive per un'altra cosa, per cose un pò più serie e resta in piedi.
Invece Noé vive per un'altra cosa. E così è della venuta del Figlio dell'Uomo. E ci sarà una selezione. Uno vive in una maniera, uno vive in un'altra. Non dobbiamo semplicemente guardare questo come la chiave della dannazione o della salvezza, no. Dobbiamo guardare nel pratico.
Tante volte c'è questo colpo di tergicristallo che spazza via le cose. Ed è interessante: chi resta in piedi? chi viveva per cose un pò più serie, chi stava orientato su ciò che vale un pò di più.

Come si capisce che cosa vale di più?
E qui dice Gesù: come si capisce che cosa è questo che vale un pò di più? Vegliate perché non sapete. Allora si oppongono due verbi. Vegliare e sapere. Dice: ma se un ladro  viene quando un padrone lo sa, il padrone non si fa scassinare la casa. E allora? Non funziona così. Tenetevi pronti perché nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'Uomo. Dovete vegliare, ma non sapere né immaginare. Non è nella immaginazione umana capire come Dio opererà. Non è nella sapienza umana, capire come Dio resetterà la storia. Bisogna avere gli occhi aperti.  Qui non si tratta di essere particolarmente intelligenti o immaginativi. Non si tratta di fare i conti in tasca a Dio e capirne le strategie, perché nessuno le può veramente inquadrare in uno schema. 

Vegliare: aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. 
Qui si tratta di avere gli occhi aperti. Cosa vuol dire vegliare? Chi veglia? Se una persona a mezzogiorno sta con gli occhi aperti non sta facendo una veglia. Si fa una veglia quando dovrebbero stare tutti a dormire, ma tu stai con gli occhi aperti. Hai vegliato. Vegliare si veglia di notte, vegliare non si veglia di giorno. Allora vegliare vuol dire aprire gli occhi quando dovrebbero essere chiusi. Non si tratta di andare secondo giorni e notti umani. Ma di andare secondo un'attesa. Veglia chi attende, veglia chi aspetta qualcosa, veglia chi cerca qualcosa, veglia chi pensa che c'è qualcosa da vedere. C'è qualcosa da vedere. 

Il sonno esistenziale in cui cadiamo tutti
Le persone campano, tirano a campare, mettono insieme il pranzo con la cena, come si dice a Roma, ma non guardano, non cercano, hanno gli occhi interiori chiusi, non si chiedono dove li sta portando la vita, non si chiedono cosa sta facendo Dio. Tutti cadiamo in questo sonno esistenziale, mangiamo, beviamo, prendiamo moglie, prendiamo marito, ci associamo, prendiamo iniziative, costruiamo cose, ma non vegliamo, non guardiamo l'oltre delle cose, non guardiamo chi sta arrivando. 

Nelle cose si sta preparando qualcosa. Avere presente che il Signore viene nelle cose e nelle cose lo incontra
Nelle cose sta arrivando qualcuno. Nelle cose si sta preparando un colpo di spugna, un volta pagina. Le cose finiscono. Bisogna guardare chi non finisce. Comincia l'Avvento. L'Avvento è un atteggiamento della Chiesa, quello per cui sa che il Signore viene nelle cose, non si sorprende del fatto che la storia vada in modo diverso da come noi immaginiamo e sappiamo. E' l'atteggiamento di chi attende nelle cose il Signore e lo incontra nelle cose. 

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IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003