Visualizzazione post con etichetta La buona morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La buona morte. Mostra tutti i post

lunedì 23 gennaio 2023

Enrico Scifoni - Omelia del funerale - 23 gennaio 2023

In data 23 gennaio 2023 si sono celebrati i funerali del carissimo Enrico Scifoni nella chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi. Abbiamo trascritto l'omelia. 

I titoletti in grigio sono stati aggiunti arbitrariamente durante la trascrizione per facilitare la lettura, ma non fanno parte dell'omelia. Si resta a disposizione per rimuovere prontamente il testo se richiesto.

2023, 23 gennaio - Roma Chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei  Martiri Canadesi. Funerali di Enrico Scifoni

 Giovanni 3, 1-15

1C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei.2Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».


Omelia

Chiunque vive in Lui ha la vita eterna - 

La chiave di tutto quello che stiamo celebrando è questa frase finale del brano del vangelo che abbiamo proclamato. “Chiunque vive in Lui ha la vita eterna”. Ha. E’ un presente. Il futuro è “avrà”. Quindi chiunque crede in Gesù Cristo ascoltando la sua parola “è” in questa nuova nascita dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. Per cui noi siamo coloro che portano nel mondo questa vita eterna.

Il cero pasquale acceso - 

La seconda chiave di quello che stiamo celebrando è il cero pasquale acceso. Perché quel cero pasquale significa il senso profondo della nostra vita. Che cosa è la vita? E’ un consumarsi per gli altri. Che cosa è la vita? E’ avere una relazione di amore con Dio e con gli altri. Ecco perché l’uomo oggi vive nell’ombra della morte. Perché si chiude in se stesso, si chiude nel suo egoismo. Non guarda all’altro. Questo suo non guardare all’altro semina nel mondo violenza e morte. E noi siamo testimoni di questo in questa nostra generazione. Quel cero ci annunzia la chiave della vita. Non può darci luce se non si consuma. Ecco perché il sacramento del consumarsi del nostro corpo biologico è segno di questa vita che viene dall’alto e che già abbiamo a causa del nostro battesimo.

Quelli che hanno attraversato la tribolazione, la grande -

L’Apocalisse ci ha detto una cosa fondamentale. “Quelli che sono passati dalla grande tribolazione”. Una traduzione un po' povera, perché ci fa capire che tutte le tribolazioni sono questa grande tribolazione. Che Enrico abbia avuto questa fine stupenda meravigliosa, festosa… Io l’ho sentito quasi negli ultimi tempi della sua vita e mi ha dato questa testimonianza di questa gioia pasquale.

La traduzione di questo [passo] è: “Quelli che sono passati attraverso la tribolazione, la grande!” e questa tribolazione, la grande, è la morte di Gesù Cristo che esprime la relazione stupenda meravigliosa, grandissima, che il Signore ha voluto stabilire con noi. Ecco perché ha preso il nostro corpo e prendere il nostro corpo significa poterci avvicinare, poterci abbracciare, poterci benedire, poterci toccare. Poter con queste realtà umane avere una relazione con noi, [una relazione] intima con noi.

Non essere uno dall’esterno che ti dà le leggi e che tu devi osservare, come abbiamo sempre interpretato la nostra vita religiosa. No. 

Ma è colui che venendo in te, ti suggerisce veramente e ti dà questa nascita dall’alto e tu puoi veramente gioire nelle tue sofferenze.

Enrico è già nella pienezza della vita - 

Ecco perché questo non è un funerale. E’ una festa.

Manuele permettimi. Non per “accompagnare papà in cielo”. Emanuele hai sentito? Perché il cielo “è” dentro Enrico! “Chi ascolta la mia parola e la custodisce” dice Gesù Cristo, “il Padre e io verremo e porremo la dimora in lui”. Se il paradiso è la dimora di Dio, Enrico è stato dimora di Dio. E’ dimora di Dio.

Ma Enrico non è nelle sue spoglie mortali. Noi onoriamo le sue spoglie mortali. Attraverso dei segni daremo anche il senso della profondità di questa liturgia che stiamo eseguendo. Ma Enrico è già nella pienezza della vita. Perché Gesù Cristo è venuto per darci la vita in pienezza. Questa vita in pienezza che Enrico ha già sperimentato. Dentro di sé. Come dicevano i figli, negli ultimi tempi della sua vita, specialmente negli ultimi mesi, non poteva esprimere questa fede, questa gioia, questa curiosità, senza avere in sé questa certezza della vita che lui già viveva.

La morte genera e manifesta la vita vera - 

Una terza chiave di questa liturgia che stiamo celebrando è quello che ci ha detto sempre l’Apocalisse. “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il figlio dell’uomo”. Cioè? Morendo. Come canta il canto “Morendo distrusse la morte”. La morte non è la fine della vita, ma l’apertura alla vita vera. Perché la morte genera e manifesta la vita vera. Morendo distrusse la morte. E questa è la nostra certezza. Ecco perché non celebriamo un funerale, celebriamo la vittoria sulla morte. E come si manifesta questa vittoria sulla morte? Credendo nella parola. E che cosa è questa sua parola? Dio che viene a te e ti dice: “Io ti amo. Sei la mia vita”. Dio che dice all’uomo sei la mia vita? Certo, perché questo è il segno dell’amore. Ogni innamorato dice alla fidanzata: “Tu sei la mia vita”. E’ questo il grido che sorge da queste spoglie mortali. Da questa morte verso tutti noi camminiamo, la morte biologica per dire al Signore: “Tu sei la mia vita”. Perché lo abbiamo sentito questo grido di Dio in noi. Tu sei la mia vita.

La vita viene generata dalla morte -

E allora fratelli miei di che cosa dobbiamo aver paura? Come dice Paolo con forza, “Chi ci separerà da questo amore di Dio manifestato in Cristo Gesù”. Come manifestato? Attraverso questa sua parola. Chi ama dà la vita. E la vita viene generata dalla morte. Ecco perché nessuno di noi deve scappare dalla morte. Chi ha capito che questa morte non è andare in cielo. Questa morte è vivere il cielo, anche nelle tenebre di questo mondo. Non so se riesco a farvi capire questo.

Noi vediamo sempre la morte come una rovina. No! E’ una benedizione. La morte è una beatitudine ed Enrico ce l’ha mostrato questo.

La vita in Enrico non è finita -

Io vorrei portarvi tutti ad una gioia enorme.

Si piangete pure, ma lacrime di gioia. Perché? Perché la vita in Enrico non è finita, ma si è arricchito di un incontro. Dell’incontro con colui che ha desiderato vedere e che non poteva vedere con questi occhi di carne. Ma che ha visto con la sua fede, che ha incontrato con la sua fede. Enrico ha incontrato Cristo con la sua fede.

Un ricordo personale: Enrico ha incontrato Gesù Cristo -

Permettetemi un ricordo personale. Eravamo nei primi anni del Cammino [Neocatecumenale. Nds] Enrico viveva ancora in Via Corbusieri. E rimasi strabiliato quando mi raccontò che un povero per strada gli chiese l’elemosina. E Enrico gli chiese: “Ma a cosa ti serve questa elemosina?”- “Per magiare”- “Ah per mangiare? Vieni, vieni, vieni”. Se lo portò a casa. Lo fece lavare. Gli diede un vestito nuovo e se lo mise a tavola con lui. Ha incontrato Gesù Cristo Enrico. 

Anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo se non ci chiudiamo in noi stessi-

Come anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo. Sapete quale è il problema noi abbiamo, come dire, distruttivo della nostra vita? Abbiamo un solo problema che ci chiudiamo in noi stessi . E chiudersi in se stessi non significa incontrare l’altro. E non incontrare l’altronon significa arrivare alla pienezza della gioia. Perché incontrare l’altro significa che tu esci da te stesso, uscire dal tuo egoismo, che tu guardi l’altro come fondamentale nella tua vita. Ecco perché c’è l’Incarnazione. Ecco perché Gesù Cristo si è incarnato. Per incontrarci in una maniera che noi potessimo capire. E ci ha lasciato nel cuore questa maniera di incontrarlo. Perché potessimo vivere veramente questa comunione con Cristo. 

Percorrere la nostra vita con la consolazione, una vita in pienezza -

L’ultima parola, l’ultima chiave di questa celebrazione liturgica, come ha detto sua figlia, la consolazione di Paolo. Che significa consolazione. Se noi andiamo all’origine della parola è essere arrivato a ciò che tu hai desiderato. Ma attenzione. Essere arrivato a ciò che tu hai desiderato nella pienezza. C’è una bellissima espressione napoletana, permettetemi. Dopo un bel pranzo si dice: “Ah, mi sono consolato”. Non lo dico in napoletano, perché qualcuno potrebbe non capire il napoletano.

La consolazione è questa: percorrere il nostro cammino esistenziale dicendo: “Ah, che meraviglia!”. Nelle sofferenze, come nella gioia. Nel peccato come nella grazia. Nei limiti delle conversazioni, come in una comunione profonda con tutti quelli che amiamo. Io fratelli vi annunzio questa consolazione piena di Gesù Cristo. Perché colui che è venuto per darci la vita è venuto per darcela in pienezza.

Cosa è la vita eterna? Una crescita continua nella pienezza-

Allora di fronte a queste spoglie mortali di Enrico sulle quali faremo ancora dei segni stupendi di vita eterna… vita eterna. 

Vita eterna non significa una vita che non finisce. Questa crea disagio: “Quale stanchezza, mamma mia e che faremo nella vita eterna?” Vita eterna significa questa crescita continua, questa perfezione che va sempre più approfondendosi verso la conoscenza di Dio. Guardate che Dio è l’eternità. Questo non si concluderà. Non si può concludere perché passeremo di festa in festa, di gioia in gioia, di amore in pienezza di amore. 

Perché stiamo di fronte alle spoglie mortali di Enrico? Ricordarci che la nostra vita non è quaggiù- 

Ecco perché stiamo di fronte a queste spoglie mortali. Per ricordarci che la nostra vita non è quaggiù e se non moriamo non possiamo vivere in pienezza perché siamo limitati. Dal freddo, dal caldo, da tutte le crisi che noi abbiamo. Gesù Cristo nel vangelo dice che se il chicco di grano non muore, non porta frutto, non diventa spiga.

Seppellendo le spoglie mortali di Enrico, noi seppelliamo un chicco di grano che diventerà spiga, che diventerà comunione, che diventerà universalità.

Il regno di Dio è questo: vivere tutti insieme nella pienezza dell’amore di Dio.


Per lasciare eventuali commenti basta cliccare sulla scritta Posta un commento che vedi sotto. Il commento non apparirà subito perché dovrà essere prima approvato dagli autori del blog. Grazie

domenica 10 maggio 2020

Ingegnosinelbene - Riflessione sulla festa della mamma e sulla morte

Festa della mamma. Condivido un pensiero. Spero non sia palloso, triste o da predica di basso livello. Spesso le persone che accudisco in ospedale e che sono gravi prima di morire iniziano a chiamare: "...mamma ....mamma...". Anche se sono anziane. Venerdì notte mi è capitato con una signora di 84 anni che conosciamo da anni e che per i turni casuali ho seguito negli ultimi giorni di vita. E' un segnale che spesso viene confermato dalla realtà. "Forse" scrivo cose che suscitano tristezza in chi legge, ma "forse" non è quello il punto, perché comunque la morte delle persone care è un fatto che appartiene alla nostra vita e "forse" guardarlo negli occhi ci potrebbe anche fare bene. Però, se volete leggerlo da un altro punto di vista, dal lato diciamo positivo, a volerlo trovare, e io ci tengo, questo fatto che spesso avviene alle persone in punto di morte di rivolgersi alla propria mamma è anche un segno che l'amore che abbiamo ricevuto ( e che quindi le mamme hanno donato o donano o che voi mamme che leggete date o avete dato), che l'amore che abbiamo ricevuto da piccoli e da adulti dalle nostre mamme o da chi ci ha fatto da mamma è qualcosa di scritto dentro di noi, di eterno, che ci accompagna per tutta la vita anche "solo" come ricordo o memoria. (Sul "solo" varrebbe la pena di soffermarsi per più che un momento perché a volte è questa memoria di bene ricevuto che ci salva da situazioni brutte che ci capita di vivere). Ricordo e memoria di una protezione, di un rifugio, di caldo, di buono, di vita, di cose come il sapore di una pasta al sugo che ci preparava e che ci piaceva. Io per esempio di mia nonna ( mamma per estensione) ricordo il sapore degli hamburger al formaggio che compravamo insieme al mercato sotto casa e che mi preparava nei giorni in cui non andavo a scuola e stavo con lei. Io penso che le mamme, quelle in cielo, siano sempre lì accanto a noi ad aiutarci, anche e soprattutto quanto "ci tocca" e in quel momento questa memoria torna più evidente alla nostra consapevolezza perché in quell'ora, se siamo lucidi, rimangono solo le cose vere, importanti, di quelle marginali facciamo a meno. Penso quindi che in quel momento le nostre mamme ci vengano a prendere come facevano quando le chiamavamo da piccoli e che ci portino in un posto bello, bellissimo. E' l'ultima cosa che impareremo e io credo con il loro aiuto e alla loro presenza. Quella signora di venerdì sera, la mattina di sabato aveva un volto sereno, bello, riposato che mi ha trasmesso pace, riposo e, anche se sembra paradossale, serenità. Ecco. Basta... Oh...poi a quelle vive che leggono🙃😁😁😁😁😁 compresa la mia 😘 che ho chiamato prima vorrei dire " Grandissime! Siete un tesoro eterno per chi vi è affidato. Godere ogni giorno dello stare insieme è la cosa più bella!!😍😍😘🥰"

lunedì 1 dicembre 2014

La storia di Filippo - Dal blog "Piovono Miracoli"



Riporto le motivazioni che Anna, la mamma del piccolo Filippo, morto a 8 anni per leucemia, scrive per spiegare la decisione di scrivere il suo blog  http://piovonomiracoli.wordpress.com 


Perché questo blog?


E’ possibile non farsi schiacciare da una malattia? E’ possibile scoprire di aver ricevuto un dono quando quella malattia colpisce un bambino? E’ possibile perdere quel bambino e continuare a guardare avanti con speranza e fiducia?
Filippo è stato un bambino come tanti altri, tutti i bambini sono speciali e Filippo lo era.
All’età di 2 anni Filippo si è ammalato di leucemia.
Tra cure, trapianti di midollo osseo, periodi di remissione e ricadute, Filippo ha vissuto fino a 8 anni e mezzo. Poi, il 20 novembre scorso è salito al Cielo.
Il giorno dopo è stata celebrata la festa della sua Pasqua, così è stato chiamato il suo funerale.
Durante i sei anni di malattia di Filippo, abbiamo cercato di non farci schiacciare dalla sofferenza, dal dolore e dalla paura, abbiamo imparato prima ad accettare la Croce che il Signore ha scelto per noi e poi addirittura ad abbracciarla, finché ci siamo resi conto che era la Croce stessa a trasportare noi. Abbiamo capito che quella Croce era un Dono.
Ora desidero fare qualcosa affinché quello che successo, quello che abbiamo ricevuto non vada perso.
Da qui l’idea di questo blog, che non vuole essere solo mio, ma di tutti, della comunità che si è stretta attorno a noi il 20 novembre, delle persone che già da anni pregavano per noi e ci hanno accompagnato in questo cammino, di tutti quelli che abbiamo incontrato, anche solo virtualmente, e che ci hanno fatto assaporare come sarà il Paradiso, ci hanno fatto assaggiare la Comunione dei Santi e la vita del mondo che verrà.
Vorrei raccontare come siamo riusciti a trasformare il male in bene, e le cose belle che abbiamo ricevuto in questi anni di malattia e attraverso l’esperienza di accompagnare un figlio verso la vita eterna.
Inoltre desidero che chiunque abbia qualcosa da raccontare lo faccia attraverso questo blog in cui vorrei raccogliere le testimonianze delle persone che hanno conosciuto Filippo e la sua storia, che hanno ricevuto qualcosa da un bambino che ha saputo trasformare la sua croce nella strada che lo ha portato in Paradiso, e che hanno imparato da lui a fare altrettanto.
Aspetto quindi le vostre mail (a questo indirizzo: piovonomiracoli@gmail.com), affinché si possa mettere in comune (per chi lo desidera in maniera anonima) quanto è stato ricevuto, e anche se si tratterà di soli 5 pani e 2 pesci, sappiamo che ci penserà il Signore a farli bastare per tutti.
Anna
Si resta a disposione per l'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

martedì 30 settembre 2014

Piero Pasquini - Funerali - Omelia di don Fabio Pieroni



Nella parrocchia del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo a Roma, il 19 settembre 2014, si sono celebrati i funerali di Piero Pasquini, che ci è diventato molto caro. Un momento difficile e complesso, come sempre in questi casi, ma anche rallegrato e rasserenato da una speranza antica e nuova. Uno strano miscuglio di dolore per la scomparsa di un caro, ma anche una festa, un giorno illuminato dalla speranza di una vita che non muore, di un tempo di gioia che inizia e che non finirà mai.
Questa è la luce che in questa strana giornata si è diffusa a rischiarare i pensieri e il cuore di tutti coloro che si sono trovati a partecipare a questo momento di preghiera.
Riportiamo il testo del vangelo e la trascrizione dell'omelia pronunciata da Don Fabio Pieroni.

Si rimane a disposizione per l'immediata rimozione del testo su richiesta degli aventi diritto.


Luca 7, 11-17
In quel tempo Gesù si recò in una città chiamata Nain con i suoi discepoli e con lui una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato al sepolcro un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “ Non piangere”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “ Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “ Un grande profeta è sorto fra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e in tutta le regione circostante.

Omelia:

La morte: un fatto che verifica la nostra vita - Abbiamo ascoltato questa lettura e stiamo vivendo un momento forte. Di fronte a questa esperienza della morte tutti noi veniamo in qualche modo traumatizzati, perché veniamo riportati ad una realtà che poi è misura di tutto quello che noi viviamo, di tutto quello che noi facciamo. Perché di fronte alla morte veniamo proprio verificati da qualcosa che cerchiamo di sfuggire, di dimenticare, di rimandare. E allora per tanti di noi oggi è un distacco da un padre, da un fratello, da un amico, tanti altri sono amici di amici.

Il concetto della morte illuminato dalla resurrezione di Gesù Cristo - Per tutti noi comunque è un evento che va illuminato, perché noi possiamo vedere dietro questo evento, una vittoria, un significato alla luce di colui che ha affrontato la morte che è Gesù Cristo, e che ha dato alla morte un segno nuovo che è quello del passaggio, che è quello di un’esperienza che mentre ci arriva, invece di toglierci la vita, pur non volendo, questa morte ci consegna qualcosa nella speranza.

La dimensione della resurrezione - Perché la morte è stata distrutta dalla resurrezione di Gesù Cristo nel senso che gli è stato cambiato il segno. Gli è stato cambiato il pungiglione. Questo pungiglione non ha più in Gesù Cristo quel veleno che toglie la voglia di vivere, ma al contrario ci introduce in un’altra dimensione che è quella della resurrezione di Gesù che è qui presente e che ci vuole dare una parola, su Piero e su quello che oggi stiamo vivendo. E abbiamo ascoltato questo vangelo.

La ricerca di Dio e della verità - Questo vangelo è stato preceduto da una parola di San Giovanni apostolo. Non si è capito quasi niente perché è un testo molto difficile che andrebbe studiato e approfondito con calma. Fatto sta che mentre ascoltavo, mi è rimasta una cosa sola. Lui diceva che c’è qualcuno che cerca Dio. Uno vorrebbe vedere Dio. Dove sta Dio. E uno ha questa pretesa di vedere Dio. Dio è la verità, la cosa più grande, la cosa più vera. E io credo che Piero avesse questo atteggiamento. Mi ricordo che era una persona molto esigente, come mio padre. Praticamente erano quasi coetanei. Mio padre è morto due anni fa. Una persona di grande umanità, ma di grande laicità. Quindi non un religioso naturale. A lui non gliene importava quasi niente delle messe, delle candele, delle preghiere. A lui rimbalzavano. Sai quando, m’arimbalza. Perché mio padre come Piero era una persona che cercava la verità, più vera, più autentica. Mi sembra una giusta pretesa che Gesù non sottovaluta.

L’esperienza concreta del vangelo: una parola che si fa realtà - E allora cosa successe. Io credo che questa ricerca della verità è stata premiata da parte di Dio nei confronti di Piero il quale ha vissuto il vangelo.
Avete visto il vangelo parlava di una città di Israele che si chiama Nain. Dov’è Nain? Nain si trova in Israele, in una pianura. La pianura della fecondità, si chiama la pianura di Esdrelon e sta sotto il monte Tabor dove c’è stata la trasfigurazione. Lì in questo paesetto passa il corteo funebre. Ci sono i pianti e c’è il bambino morto. Un ragazzo. Mentre questa donna piange Gesù ebbe compassione. Si ferma il feretro e dice: “ Ragazzo alzati!”, poi questo si alza sul serio, resuscita, comincia a parlare e lui lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “ Un grande profeta è sorto fra noi! Dio ha visitato il suo popolo”. Ecco qua quello che un certo giorno Piero ha cominciato a dire. “Dio mi sa che c’è sul serio!”.

Una persona che cerca la verità è permeabile all’azione di Dio. Questa azione lo ha fecondato, lo ha umanizzato. L’ultima volta io l’ho visto alla festa della parrocchia e mi disse qualcosa di simile a quello che mi disse mio padre. Mio padre era un grande professionista che voleva che io continuassi a vivere con lui nella sua azienda e si rammaricava che io fossi addirittura diventato prete, mi fossi rovinato così. Avevamo e facevamo un sacco di cose gagliarde. Prete. Di tutte le cose, prete. Mio padre è stato tre anni a ripensarci, ma negli ultimi tempi mio padre mi disse: “ Lo sai che io ti invidio, che vivi una vita bellissima!”.
Io credo che la stessa cosa ha cominciato a dire Piero di Luca. Abbiamo letto il vangelo secondo Luca. Chi è il morto che poi viene resuscitato. Io penso che era proprio Luca. Io sono sicuro che dentro tante anche situazioni di conflitto che ci sono tra padre e figlio, figlio e padre c’è sempre una sfida e anche una ricerca della verità.

Aver riconosciuto la visita del grande profeta - E il fatto che Luca è venuto nella nostra parrocchia morto, non fisicamente, ma quasi. Moribondo. Per tanti problemi che nascono proprio dal fatto che uno perde sua madre che è la chiesa. Lo restituì a sua madre, dice il vangelo. Il fatto che durante questo tempo anche lungo, adesso sono una decina d’anni che Luca frequenta la nostra parrocchia Luca è sbocciato, si è laureato, si è sposato, è maturato, e diventato padre, una cosa grandissima, ha suscitato nel padre questa considerazione: “ Ma che ti sei dopato?”. Come mai. Questo lo ha rallegrato profondamente. In questo senso noi possiamo celebrare un funerale cristiano di una persona molto laica che però ha riconosciuto Cristo. Come diceva il vangelo: un grande profeta è sorto fra noi. Dio ha visitato la mia vita, mio figlio, la mia realtà. Non si è stancato di me. Non mi ha maledetto. Non mi ha sottovalutato. Non ha tradito le mie aspettative. Ora, lo diceva anche un personaggio molto importante del vangelo di Luca, “ Ora lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua Parola” ( cfr Luca 2, 29). Posso pure morire “perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” ( cfr Luca 2, 30-32).

Quanto è grande il tuo amore - Certo la morte è sempre una cosa alla quale si ribella, però ci sono tante cose che ci preparano, che ci facilitano e che ci introducono in una pienezza della quale questi fiori sono segno. Sono segno di quella terra in cui tante cose saranno chiare. In cui ci accorgeremo che tante manchevolezze sono state colmate da tanti fratelli che ci hanno amati. In cui potremmo dire: “ O Signore, nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!” ( Salmo 8). Abbiamo cantato questo. In primo luogo oggi questo lo dice Piero. O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.
La vita nostra vista alla luce della parola di Dio, al di là di questa vicenda storica. “Che cosa è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero” ( Salmo 8). Ma tu lo hai fatto poco meno degli angeli. Di gloria e di onore mi hai coronato ( cfr. salmo 8). Come mai tutta questa misericordia? Come mai tutta questa attenzione? Come mai tutta questa grazia che hai riversato su di me, anche nei riguardi di mio figlio, e anche tramite tanti amici? Qui c’è anche il vescovo, Mons. Dieci che è suo amico. Quante amicizie. Quanto aiuto da alcuni fratelli come anche Mons. Dieci ha dato a Piero.

Fare memoria del significato del funerale di Piero - Tutto questo oggi dobbiamo raccoglierlo e coniugarlo con la nostra esistenza che tante volte è così distratta, superficiale, perché nessuno ci aiuta a ragionare. A ragionare attraverso la parola di Dio che illumina questi eventi che ci passano addosso così, come pioggia che passa sopra un impermeabile. Adesso usciamo di qua, andiamo a cercare la macchina da qualche parte in questo quartiere pazzesco, difficilissimo, e ti dimentichi di tutto: “Come si chiamava? Che cosa abbiamo fatto?” No. Alcune cose le dobbiamo difendere. Alcuni eventi dobbiamo ricordarli. “Che fai, ti ricordi un funerale?” Si, meglio ricordarcelo. Ricordarsi la parola di vittoria che Cristo ha pronunciato in un evento che ci sembra banale, che ci sembra inaspettata. Questo evento non è così tragico, dove c’è questo giudizio in cui c’è il Cristo da rappresentare come nel Giudizio universale di Michelangelo dove appare arrabbiato. È un’iconografia sbagliata. Cristo non è così. Non è quello Dio.

Ripartire dal fare qualcosa di bello in Dio - Ringraziamo Dio che siamo qua. In questa situazione complessa, dolorosa, che però ha il potere di offrirci quel collirio che deve lavare i nostri occhi perché possiamo ripartire. Perché ci possiamo sbrigare a fare qualcosa verso Dio. Ti devi sbrigare. Quando una persona comprende che si deve sbrigare a fare le cose belle significa che ha una virtù che si chiama il timor di Dio. Il timore di Dio è. “Mi devo sbrigare a fare qualcosa di bello! Sto perdendo tempo. Mi sono fissata su mia nuora. Mi sono smontata per quella offesa. Mi sono demoralizzato per quell’obiettivo fallito”. Ma ce ne stanno tanti altri che dobbiamo cercare in Dio!

Continuare vivere nel canto - Io invito adesso, a partire da Elena e da Luca, a vivere questo momento in cui celebriamo questo segno dell’Eucarestia che è un segno di fedeltà perché Dio è il primo che ci ha voluti vivi. “ O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” ( Salmo 8). Lui ci ha creati per amore. Non è che il suo sguardo si distoglie perché noi abbiamo detto una parolaccia. Ringraziamolo. Il Dio, quello sbagliato, mettiamolo alla porta. Io quest’anno ho fatto un pellegrinaggio in cui ho detto: “ Dobbiamo fare un atto di ripudio del Dio falso!”. Noi siamo oppressi a volte da un Dio falso, che fa sempre tutto difficile. Oggi Cristo è qua. Io credo che appunto Piero in questa visione di Dio si possa riposare, rallegrare e cantare questo salmo del quale abbiamo ascoltato la versione cantata, ma che potremmo riprendere. E’ il salmo 8. Trovatelo, se uno non ha la Bibbia se la compra. 

martedì 4 marzo 2014

Il silenzio della parola - Carlo Maria Martini - Il silenzio della parola

Lui pranza in silenzio, da solo. Marco porge i piatti. I cibi sono ordinati a raggiera come decorazioni su uno sfondo bianco. Mastica a lungo lentamente, si direbbe che rumina. Non c'è un angolo della terra in cui non abbia raccontato l'importanza della ruminato.
Sta ruminando la decisione più importante della sua vita. Da mesi i pasti sono lunghissimi.
Questo è di sicuro il più lungo della sua vita, il più sofferto, il più liberante. Si tratta di digerire la morte. La si è assaggiata a lungo negli anni. La si è vista, rossa,  scorrere sui marciapiedi di Milano, lungo le vecchie mura di Gerusalemme o asettica, sterilizzata negli ospedali. La si è vista bianca, sui volti di amici, di parenti, di compagni di viaggio. La si è vista trasparente nelle lacrime di chi è rimasto o nelle proprie.
"Sono pronto!" dice come emergendo da un silenzio di secoli. Tutti i secoli che lo separano dal primo anelito di vita sulla terra. Marco è convinto di dover servire il piatto successivo:
"Desidera altro Padre?"
"Sono pronto alla morte".
La lotta si trasforma in pace. Tutto è accolto. Anche Dio, nelle sue infinite lotte con gli uomini, prima o poi, cede. Come potrebbe consegnare ad altri il suo Israele?

(Tratto da Carlo Maria Martini Il silenzio della parola - Damiano Modena - San Paolo - Pag. 143)


Si rimane a disposizione per l'immediata rimozione del testo qualora qualcuno degli aventi diritto ne facesse richiesta.


IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003