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lunedì 23 ottobre 2023

Lc 12, 13-21 - Dalvangelodioggi

 Lc 12, 13-21.


1 - Tenersi lontano da ogni cupidigia.
2 - Arricchire davanti a Dio e non accumulare tesori per sé perché poi si muore e delle cose non ci faremo niente.
3 - I veri beni sono quelli relazionali non quelli materiali, l'amore ci seguirà ovunque, tutto il resto lo lasceremo qui (da Epicoco).

mercoledì 25 marzo 2020

Luca, 1, 26-38 - Avvenga in me secondo la tua parola - Commento al vangelo di Silvano Fausti

Luca 1,26-38

26 In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: 28 «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.


Il commento è stato tratto dal libro:
Silvano Fausti
Una comunità legge il Vangelo di Luca
EDB editore
Nona ristampa: novembre 2003

Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo.

Messaggio nel contesto:

Al mattino, mezzogiorno e a sera, pre tre volte al giorno, suonano le campane. E' l'Ave Maria. Il saluto dell'angelo scandisce l'inizio, il centro e la fine del giorno. L'Angelus e l'Ave Maria fanno dell'annunciazione il racconto della Scrittura più noto e ripetuto. La vita cristiana porta nel suo cuore e ha come principio e come fine l'incarnazione del Verbo. Tutta centrata su questo mistero, è una continua attualizzazione "oggi" del " sì" che ha attratto Dio nel mondo.

Maria è figura di ogni credente e della chiesa intera. Ciò che è avvenuto a lei deve accadere a ciascuno e a tutti. Il "sì" dell'uomo che accoglie e genera il Verbo, da cui tutto ha principio, è il fine stesso della creazione. La scena precedente si svolgeva nel tempio; ora nella "casa", perché Dio ha finalmente trovato la casa di cui il tempio è figura.

Il mistero può essere colto sotto vari aspetti, secondo che si consideri Maria come tipo del credente, apice del mondo, resto d'Israele, realizzazione della promessa, ecc. Il modo più adeguato è quello di  è quello di collocarsi, con un colpo d'ala, dalla parte stessa di Dio. E' l0incontro che lui ha cercato da tutta l'eternità, il momento in vista del quale iniziò il tempo, coronamento del suo sogno d'amore, premio del so lavoro, ricompensa alla sua fatica. Finalmente dalle profondità della sua creazione che si è allontanata da lui, s'innalza un "sì" capace di attirarlo. E lui viene, si unisce e si compromette per sempre.

Quale fu la gioia di Dio nel poter dire a Maria: " Giosci". Lo sposo finalmente, dopo tanti drammi, trova la sposa del suo cuore. finalmente ha termine la sua sofferenza: è abbracciato da chi ama. La sua offerta trova mani che l'accolgono e le grandi braccia del mondo comprendono, concepiscono e stringono ciò senza cui l'uomo non è uomo. L'Amore è amato: ha trovato una casa dove abitare e la casa dell'uomo non è più deserta. L'incarnazione ha un carattere " passionale": rivela la passione di Dio. E' l'inizio delle nozze tra lui e l'umanità, il principio di un amore che sarà più forte della morte ( Ct 8,6).

Il racconto inizia con l'angelo "mandato" ( = apostolo) e termina con l'angelo che parte. L'angelo è la presenza di Dio nella sua parola annunziata. La nostra fede  nella sua parola accoglie lui stesso e ci unisce a lui: è il natale di Dio sulla terra e dell'uomo nei cieli. La Parola si fa carne in noi, senza lasciarci più e l'angelo può andare ad annunciarla ad altri, fino a quando il mistero compiutosi in Maria san compiuto tra tutti gli uomini. La salvezza di ogni uomo è diventare come Maria: dire sì alla proposta d'amore di Dio, dare carne nel suo corpo al suo Verbo eterno, generare nel mondo il Figlio.

Questo brano, posto all'inizio del Vangelo, ne è la chiave di lettura: ogni racconto che segue mi propone, come a Maria, di "gioire", mi dice un "aspetto del mio nome ( "pieno-di-grazia") e di quello di Dio ("il Signore-con-te"), e mi offre il verbo che attende il mio "sì" per farsi carne in me, nella forza dello Spirito.

Lettura del testo:

v. 26: " Ora al sesto mese". Il compimento è i gestazione già nel tempo della promessa. Anche se questa precede, i suo sono in continuità e in parte contemporanei. Attesa e dono convivono sempre, fino al pieno riconoscimento. Inoltre il numero 6 richiama il giorno della creazione dell'uomo. L'annuncio al sesto mese indica che Dio entra nel giorno dell'uomo, facendosi suo contemporaneo e aprendogli il suo oggi eterno ( Galati 4,4). Nell'incarnazione il tempo raggiunge la sua pienezza, ricolmo deleterio che ora contiene.

"l'angelo Gabriele". La forza della parola di Dio che ha portato a perfezione il ricordo della sua promessa in Zafcaria ed Elisabetta, porta ora a compimento la promessa stessa. Non si dirige verso la Giudea, luogo degli eredi della promessa, bensì verso la Galilea, regione infedele: la "Galilea delle genti" ( Matteo 4, 15). La promessa segue l'erede fin nella terra della sua infedeltà.
In Galilea raggiunge un paese insignificante, Nazareth. Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono ( Giovanni 1, 46)? Dio tiene conto di ogni lontananza e predilige ciò che è religiosamente squalificato e umanamente insignificante. Il privilegio dei lontani e dei piccoli fa parte dell'essenza misteriosa di Dio, che è misericordia. Essa vale in realtà per ogni uomo, lontano da lui e piccolo davanti a lui! Solo visitando il figlio più lontano, il padre ha abbracciato tutti suoi figli! Prima, il suo amore resta insoddisfatto.

v. 27 "davanti a una vergine". Prima Dio si era rivolto a una coppia di anziani dando successo ai loro vani tentativi di avere un figlio. L'annuncio a Zaccaria serve appunto a far comprendere che lui, e solo lui, dà un futuro e salva. Ora invece si rivolge a una "vergine", a una che ha rinunciato ad ogni sterile tentativo. E si dona a lei come suo figlio, per far comprender che il futuro e la salvezza dell0uomo viene solo da lui ed è lui stesso. Il compimento supera ogni attesa!
La verginità di Maria pone infatti la domanda circa la partenti.

Paternità significa origine e natura, significa identità: chi è veramente il figlio donato a Maria? Paternità e parola vanno insieme: il Padre dà il nome e dice la parola che fa crescere il figlio come persona libera. La questione della paternità di Gesù si apre con l'accoglienza della parola ( v. 38), è dichiarata dalla sua obbedienza al Padre ( 2, 49) e trova risposta alla fine del suo cammino di giusto che sulla croce si consegna al Padre ( 23, 46).

La verginità di Maria indica innanzitutto che ciò che nasce da lei è puro dono. IL futuro, in lei offerto a tutto il mondo, è grazia e dono di Dio, + anzi Dio stesso come grazia e dono. La verginità indica inoltre la condizione alla quale Dio può donarsi. La capacità dell'uomo di concepire l'umanamente inconcepibile non è quella delle coppie sterili dell'AT, dove è dato successo ad un'azione umana senza successo. Tale capacità è capacità è la verginità, la rinuncia ad agire. In Maria infatti non vi è alcuna azione umana. Dio solo agisce. Dall'altra parte trova solo obbedienza e accoglienza , senza alcuna azione di disturbo. La verginità indica quindi l'attitudine più alta dell'uomo: la passività e la povertà totale di chi rinuncia all'agire proprio per lasciare il posto a quello di Dio. E' la fede. Questo vuoto assoluto è l'unica capacità in grado di contenere l'Assoluto. Soli il nulla può concepire totalmente colui che è tutto. Per questo è nulla.

Maria realizza il mistero della fede: accettare Dio com'è. E' figura di ogni uomo e di tutta la chiesa che, nella fede, concepisce l'inconcepibile: Dio stesso. Maria, vergine, madre, è "termine fisso d'eterno consiglio", proprio per la sua verginità che la rende capace di generare Dio. Questo è per ciascuno di noi e per tutta la storia umana, il punto d'arrivo: è la fede pure che attira in noi il Salvatore. Frutto di una storia di "impotenza" sperimentata, fino alla rinuncia ad essere capaci, la fede rompe i limiti di ogni incapacità umana per renderci calci di Dio.

"promessa sposa a un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide". La genealogia, così preziosa in Israele, tramanda di padre in figlio la promessa di Dio. Attraverso le generazioni i padri vivono nell'attesa dei figli e i figlio dell'attesa dei padri. Alla casa di Davide, che aveva costruito una casa al Signore - che è poi Maria - il Signore aveva promesso una casa definitiva in cui abitare. Ma non è l'uomo che costruisce la dimora a Dio, bensì Dio che si fa casa a colui che gli dona la casa ( cf 2 Sam 7). C'è corrispondenza tra figlio e casa, tra casa e casato. Il nome dello sposo è "Giuseppe", che significa "possa Dio aggiungere". Attraverso Maria Dio aggiunge a lui se stesso come figlio. "Maria" infatti, il nome della sposa, significa: " altezza, sommità, eccellenza". Per la sua bassezza e la sua umiltà abissale essa sarà madre del Figlio dell'Altissimo, in cui ogni uomo troverà casa. 

sabato 14 marzo 2020

Luca 15, 1-3.11-32 - Vivere da "homo viator" o da "homo vagator"? - Commento al vangelo del giorno di don Luigi Zucaro

Il testo risulta dalla trascrizione della registrazione di un commento al vangelo. La trascrizione non è stata rivista dall'autore. Si rimane a disposizione dell'immediata rimozione del testo qualora richiesto dagli aventi diritto. 

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Parola del Signore

Vincere la tentazio del “questo già lo so”- 
Cari fratelli buon giorno, buon sabato.
Questa mattina la liturgia ci ha regalato un bellissimo vangelo che conosciamo quasi a memoria. E’ il vangelo del figlio prodigo. Tutti lo conosciamo molto bene, abbiamo sentito, tante volte, tanti commenti. Per cui a volte ti si chiude un po’ l’orecchio per cui dici: “ Vabbé questo già lo so!”
E quindi è difficile ascoltarlo e pensare che cosa dice alla nostra vita.

Parla di mali presenti nei nostri tempi - 
Questa mattina ascoltandolo e poi dopo rileggendolo mi sono venute in mente due cose solamente sulla prima parte. Cioè sulla dinamica di cosa succede a questo giovane, a questo ragazzo e mi è sembrato molto interessante perché mi sembra un po’ lo specchio della nostra generazione, di questi tempi. E’ quasi profetico perché si vedono un po’ i mali dei nostri tempi. 
Allora volevo riflettere un po’ con voi su questo.


L’impazienza dell’avere tutto e subito - 
Prima di tutto la cosa strana che non ci avevo mai pensato, invece oggi mi è balzata agli occhi è che è un po’ strano che uno chieda al proprio padre la parte di eredità che mi spetta del patrimonio, perché il padre è vivo, non è ancora morto quindi è una cosa che non si può fare. Quindi il primo male di questo uomo è la fretta di avere, non sa aspettare, è impaziente. L’impazienza di potersi godere le cose, di poter avere cose da spendere, cose da utilizzare. Ed è vero che tante cose, tanti peccati, li facciamo un po’ spinti come da un’urgenza interiore. Cioè di solito il demonio spinge il piede sull’acceleratore. A volte se sapessimo aspettare un po’, avere un po’ di pazienza, tanti peccati non li faremmo. E quindi forse dobbiamo imparare a gestire questa urgenza che abbiamo e che anche la società un po’ ce la sollecita. Avere tutto e subito.

Rinvedicare la propria essenza, la propria autonomia - 
E poi in fondo questo uomo che gli chiede. Gli dice: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Ecco in italiano traduce patrimonio, una parola che in realtà significa essenza. Cioè questo uomo vuole avere in mano se stesso. La sua natura. Non vuole che vi siano altri che lo gestiscono. E’questo miraggio dell’autonomia che è tanto tanto presente in tutte le cose della nostra vita oggi. Siamo sempre spinti ad essere autonomi, autonomi, autonomi. Dagli anni sessanta in poi, tutto, la società, la morale, i costumi, alla fine si sono tanto impoveriti, talmente annichiliti, non sappiamo più cosa è bene e cosa e male, e in questo assoluta impossibilità di capire, in questa assenza di strumenti per capire cosa è bene e cosa è male, non abbiamo più gli strumenti per poterlo capire, che cosa ci rimane? Ognuno faccia quello che vuole. Se piace a te allora va bene se tu sei contento, allora è giusto. Ognuno è misura di se stesso.
E abbiamo sempre vissuto e sempre viviamo qualunque autorità e qualunque regola come una etero nomia, una legge che ci viene da qualcun altro e quindi illecita perché non parte da noi.  Viviamo sempre in un conflitto profondo tra una auto-nomia e una etero-nomia e con la fede lo stesso. Qualunque legge che Dio ci dà, o che qualcuno ci dà, magari un genitore, un catechista a nome di Dio, lo viviamo come una usurpazione, una violenza sulla nostra auto-nomia intollerabile. E questo uomo dice quindi: “ Togli le mani dalla mia vita, io voglio essere mio”, “ Io sono mia”, questo slogan che dagli anni sessanta ci perseguita fino ad adesso. 

Vivere da “asotos” o da  “homo viator”? - 
E poi dice ad un certo punto questo se ne va e comincia a vivere da dissoluto. Ancora una volta una lettura moraleggiante. Dissoluto fa riferimento ad uno che va con le prostitute, che beve, che gioca d’azzardo. Dissoluto, sei in dissoluto. Ma in realtà l’avverbio, dissolutamente, in greco, lo sono andato a vedere perché mi ha incuriosito  “asotos”, sapete che vuol dire? A è alfa privativo, sotos deriva dal verbo “sozo”, che significa salvare. Quest’uomo comincia a vivere come uno che non spera più in un dopo, in una salvezza, senza speranza. Allora mi è venuto in mente questo modo di dire che va tando di moda adesso: “ Facciamolo come se non ci fosse un domani”, che sembra  una cosa positiva. Fare una cosa come se non ci fosse un domani. Amiamoci come se non ci fosse un domani. Facciamo l’amore come se non ci fosse un domani. Suona molto romantico, molto fico. Ma in realtà è proprio vero. Molti di noi viviamo proprio come se non ci fosse un domani. Come se non ci fosse un progetto nella nostra vita. Come se la nostra vita non puntasse da nessuna parte. E allora ogni cosa diventa fine a se stessa. Il divertimento diventa una cosa fine a se stesso. Non è una cosa per ricaricarsi, per riprendere le energie per tornare a camminare su una strada che ha una meta, che andiamo verso qualcosa, che abbiamo uno scopo nella vita, che c’è un progetto che si deve realizzare. No così. Ogni giorno senza speranza. Come se non ci fosse un domani. Perso in un vuoto. Ecco questo mi ricorda un pochino questa distinzione fondamentale della teologia medioevale. Cioè vivere come  un “Homo viator” o come un “homo vagator”. Noi spesso siamo così, siamo vagator, vaghiamo senza una meta. La conversione è tornare ad essere “homo viator” cioè incamminati, perché c’è un progetto, perché che tu ci sei o non ci sei nel mondo non è uguale, perché Dio ti ha pensato perché tu realizzi una missione e ti realizzi in una missione. Questo ci fa veramente felici. Tutto il resto è un inganno vuoto che ci porta a vivere “asotos”, disperati. 


domenica 15 settembre 2019

Luca 15, 1-31 - Nel peccato non c'è proprio niente di divertente - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Luca 15, 1-32


Tre parabole - 
In questa 24° domenica del tempo ordinario, noi abbiamo occasione di riascoltare la meravigliosa parabola del padre misericordioso o del figliol prodigo e del fratello maggiore con le sue mormorazioni. Abbiamo occasione di ascoltarla per bene, ovverosia tutto il capitolo viene proclamato dalla liturgia e quindi dobbiamo tener presente che questa non è una parabola isolata, come molto spesso ci può capitare di intendere. No. E' la terza di una serie di tre che scaturiscono da una situazione ben precisa.  Tutto comincia dal primo versetto del capitolo in cui si descrive questa situazione: "...si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola" e comincia con la prima parabola. La prima che è quella della pecora perduta. Verrà la seconda che è quella moneta perduta. E verrà anche la terza che quella del figlio perduto. E tutti e tre vengono ritrovati.

Gli scribi e i farisei incarnati nel figlio maggiore - 
Ma chi sono i destinatari di queste tre parabole? Gli scribi e i farisei che hanno mormorato: " Costui accoglie i pubblicani e i peccatori e mangia con loro". Ecco. Gesù darà voce a questi scribi e farisei nelle parole del fratello maggiore del figliol prodigo. Proprio lui che arriva in ultimo in fondo li incarna.

L'idea di cosa sia veramente il peccato -
Ma che cosa è questa gragnole di parabole meravigliose? E' una teologia molto profonda di che cosa è esattamente il peccato. Noi abbiamo un idea di peccato che decide molto della nostra vita. Se andiamo a vedere, tutto il problema della storia della salvezza viene innescato da un dialogo che è quello di Genesi 3 fra il serpente e la donna che verte su che cosa sia un peccato. Il serpente dice che è una cosa bella ma vietata. Gradevole, ma proibita. Illuminantissima, ma preclusa. L'albero che è buono da mangiare, bello da vedere, gradevole per acquisire sapienza e però non si può prendere perché Dio te lo vieta.
Così introduce una visione frustrante della logica del peccato che è fondamentalmente una visione di Dio come qualcuno che governa l'uomo vietandogli le cose, limitandolo, frustrandolo per l'appunto.

La rabbia del fratello maggiore - 
La rabbia del fratello maggiore che viene espressa quando lui torna dal lavoro nei campi e sente la musica e le danze è espressa nella parole che lui dice al padre: " Io ti servo da tanti anni, non ho mai disobbedito ad un tuo comando e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Tutto questo trasuda rabbia e a ben vedere invidia.

Un figlio che ragiona da servo e non da figlio - 
La realtà è che lui sta a casa del padre e lavora duramente e non si diverte e aspetta di essere riconosciuto e ragiona esattamente come gli altri servi. Non ragiona da figlio. Non ha una mentalità figliale. Sta a casa sua, ma come uno schiavo e pensa male del padre.

Come ragiona il padre -
Il padre infatti sorpreso gli dirà: " Figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Ma perché ragioni da estraneo? Perché non ragioni secondo quella comunione che è la nostra realtà, che è la nostra condizione? Ma soprattutto dice: bisognava far festa perché questo tuo fratello non è stato a divertirsi, non è stato a godersela. E' morto. Era perduto. Ecco questa frase: " Era morto ed è ritornato in vita. Era perduto ed è stato ritrovato" viene due volte in un testo che diciamo così ha la sua economia e quindi è molto importante. E' martellante la presenza di questa frase, alla fine della prima e della seconda parte del testo. Ecco. Cosa vuol dire?

Il peccato è morte, fallimento, privazione, smarrimento di se stessi - 
Ripetiamo. Cosa è il peccato? E' godersela? Divertirsi? Passare la vita in maniera bella e poi avere solo buoni risultati? Il peccato è morte. Il peccato è fallimento. Il peccato è privazione, è smarrimento di se stessi.

Il figlio minore capisce finalmente come ragiona il padre - 
E' curioso ma il figliol prodigo è colui che finalmente capisce il padre. E' quello che finalmente scopre che il padre è buono. Scopre che il peccato è un inganno. E' il sapiente. La prima lettura infatti fa riferimento alla storia del vitello d'oro come una storia che diventa una storia di perdono. E' la storia di un cambiamento di mentalità. Ovverosia pensare che Dio stia lì con il bilancino a misurarci e se sbagliamo in realtà sarebbe piacevole però non possiamo farlo perché Dio ci sta controllando e iniziare invece a capire che Dio è nostro Padre e che rompere la comunione con lui vuol dire svilirsi, svuotarsi, perdersi.

La gioia del padre è la luce per capire tutto - 
Ecco. E' curioso, ma se noi accettiamo quel che questo testo dice esplicitamente e parla della gioia del ritrovamento, ritrovare la pecora perduta, ritrovare la moneta perduta, ritrovare il figlio perduto. E' interessante, ma noi capiamo che la gioia del Padre è la verità, è la luce per capire tutto.


Il figlio maggiore ragiona con il pensiero del serpente a differenza del fratello minore -
Noi dobbiamo capire chi è fuori da quella gioia: proprio questo fratello maggiore è l'uomo che non entra nella gioia del Padre. E' l'uomo che non si rallegra. E' interessante che nella prima parabola il pastore chiama i suoi amici. Nella seconda parabola la donna chiama le sue amiche. Nella terza parabola c'è festa per tutta la casa del padrone. E quello che ne consegue è che la mentalità del serpente, quella per cui il peccato è in realtà una cosa bella, ma vietata, ma dove lascia traccia? Nel fratello minore? No, perché la abbandona quella mentalità. Lui entra in questo inganno e arrivato al fondo della distruzione capisce che la casa del padre è un posto bellissimo. Invece è il fratello maggiore quello che resta con il pensiero del serpente. Cioè resta con una mentalità che curiosamente lui che sta nella casa è quello che pensa la cosa più sbagliata. Il fratello minore ha vissuto una storia che lo porta alla verità. Il fratello maggiore no.


Si può stare nella cosa del padre con una mentalità da schiavo - 
E' interessante si può stare ad un passo della salvezza con la testa della perdizione. Si può stare dentro la casa del padre con la testa da schiavi, con un cuore che non è stato per nulla liberato.

Quando Luca scrive il vangelo gli scribi e i farisei erano ormai una realtà distante - 
Dobbiamo considerare che quando Luca scrive il vangelo e lo scrive per Teofilo come dice nell'apertura del vangelo, scribi e farisei sono ormai una memoria distante, ormai da anni. Gerusalemme è stata distrutta e Teofilo non ha a che fare con questo mondo. Allora questi personaggi non sono del passato. Sono del presente. Questo è un testo per quegli scribi e farisei che siamo noi. Perché nel nostro cuore resta questa idea: stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello peccare. Stiamo nella casa del padre, ma sarebbe bello divertirsela, godersela e fare soldi e cose di questo genere.

Il nostro rischio: non scoprire il Padre e non fare il salto nella grazia - 
Ecco il rischio che abbiamo è di non scoprire il padre. E' di restare sempre degli estranei. E' di non fare il salto nella grazia perché in fondo coltiviamo un pensiero un pò vittimismo quale è quello del fratello maggiore per cui ci sembra che servire Dio sia pesante, sia una schiavitù.

Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra - 
Servire Dio è regnare come dice il Concilio Vaticano II. Servire Dio è fare le cose più belle che si possono fare su questa terra. Ecco celebriamo questa domenica chiedendo a Dio lo Spirito Santo che ci faccia fare questo salto in forza proprio delle nostre debolezze, in forza dei nostri errori, in forza dei nostri peccati, il salto nella sapienza, nella misericordia del Padre. Riconoscere, ammettere che nel peccato non c'è proprio niente di divertente. 

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martedì 10 settembre 2019

Luca 14, 25-33 - Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Luca 14, 25-33

- Noi siamo molto limitati. A cosa serve questa limitatezza?
La 23° domenica del tempo ordinario è aperta dalla lettura del capitolo 9 del libro della Sapienza e parla della limitatezza della nostra immaginazione e  della conoscenza. " I ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima". Ecco, noi siamo molto limitati. A cosa ci serve questa consapevolezza? 
Entriamo nella lettura del vangelo di Luca, al capitolo 14°, dove ci sono delle frasi molto, molto importanti, radicali, come sa essere il cristianesimo.

- Cosa vuol dire che chi non ama Gesù più del padre, della madre, della moglie, dei figli, dei fratelli e delle sorelle e più della sua vita non può essere suo discepolo? 
Ed ecco, dobbiamo capire. Qui si parla di venire al Signore e non essere capace di amarlo più del padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle, la propria vita, portare la propria croce, rinunciare ai propri beni. Allora cosa sono queste? Delle esigenze da parte del Signore? Non è esatto. Il testo va ben compreso, al di là anche di una traduzione un pochino edulcorante che abbiamo qui davanti a noi. 

- Seguire Gesù senza essere passati per queste tappe non è una cosa che può riuscire. Una folla numerosa andava con Gesù. Questo è l'inizio del Vangelo. C'è tanta gente che andava appresso a lui. E allora Gesù chiarisce: "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ama suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo". Questa frase sarà ripetuta, non può essere mio discepolo. Cosa vuol dire? Tornerà proprio come ultima frase del testo che leggiamo. "Così chiunque di voi non rinuncia ai suoi beni non può essere mio discepolo". Vuol dire non lo voglio? Vuol dire non è giusto che lo sia? Non vuol dire cose strane. Vuol dire non potere, non riuscire. Seguire Gesù Cristo e non essere passati per questi snodi, di cui parla questo vangelo, è una azione che non andrà a bersaglio. Non ci riusciremo ad essere discepoli del Signore.

- Ricordare che noi siamo appesantiti dai nostri limiti
Allora ricordiamoci la prima lettura. Una tenda di argilla che portiamo sulle spalle, che è il nostro corpo e la nostra povertà. Siamo appesantiti dalla nostra inconsistenza. E allora noi dobbiamo capire ancora meglio perché Gesù usa queste due analogie. 

- Esistono cose che non sono alla nostra altezza
Chi di voi volendo costruire una torre non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine. Il problema è: ti metti a costruire una torre e non ce la fai a finire. Perché non hai i soldi per farlo. O ancora: quale re partendo in guerra contro un altro re non siede prima di esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila. Ma vai alla guerra con la metà dell'esercito dell'altro? Ma non sarà meglio che gli mandi i messaggeri per chiedergli pace? E cioè ci sono cose che non sono alla nostra altezza. 

- Le analogie precedenti rimandano a chi vuole seguire il Signore non deludendo i suoi ruoli infantili, familiari, la propria psicologia pregressa
Chi è quello che non ha i mezzi per portare a compimento la torre? Non riesce a affrontare il suo avversario in maniera adeguata? E' quello che pretende di andare appresso al Signore Gesù e non pensare che questo vorrà dire deludere i suoi ruoli infantili, deludere i suoi ruoli familiari. C'è una chiamata che è quella di uscire dall'infanzia. Uscire dalle logiche dei propri ruoli pregressi, e anche la propria vita. Non riuscirò a seguire il Signore Gesù se io sono soddisfatto della mia vita, mi basta quello che ho. Non posso mettere il Signore Gesù come una ciliegina sulla torta della mia mediocrità. Della mia inconsistenza. Si tratta di rinunciare a questa costruzione, rinunciare al proprio schema psicologico, rinunciare a tutto quello che è la logica parentale per cui io vengo da un mondo di cose che mi hanno disegnato in una certa maniera. Non ce la farò finché io non rinuncio a queste cose. 

- Considerare il Signore più importante di tutto quello che possiedo, dei legami affettivi, della mia vita, del mio sistema psicologico, del mio modo di vedere, della mia mentalità. Altrimenti io non ce la faccio a seguirlo
Così se i beni, gli averi, sono imprescindibili, ma non ce la faccio a seguire il Signore Gesù. Qui non si tratta di essere buoni o cattivi o generosi o altro. Qui si tratta che o il Signore Gesù è più importante di tutto quello che possiedo, è più importante di tutti i legami affettivi che io posso aver stabilito, è più importante della mia vita, del mio sistema, della mia psiche, del mio modo di vedere, della mia mentalità, o io non ce la faccio a seguirlo. Non potrò mettere insieme il Signore Gesù e la mia mentalità. Alla volontà bisogna rinunciare. Noi diciamo: " Sia fatta la tua volontà". E' inutile che cerchiamo di addomesticare dentro le nostre incompiutezze, quel che è per il sublime. 

- A ben vedere non vale la pena difendere il nostro modo di pensare, di vedere. Siamo fragili, poveri. Approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi da questi legami
E' molto importante leggere appunto la prima lettura e dire: " Siamo poveri! Siamo fragili!" Non vale la pena di difendere il nostro sistema, è importantissimo, momento per momento, approfittare delle occasioni che la Provvidenza ci dà per essere liberi dai legami affettivi, essere liberi dalle proprie proiezioni sulla propria esistenza così come la pensiamo. 

- Essere liberi dai nostri beni per non costruire una torre ridicola, come il cristianesimo di molti che dicono di essere discepoli di Gesù, ma di fatto non lo sono
Essere liberi dai nostri averi, altrimenti costruiremmo una torre ridicola. E' il cristianesimo di molti, una torre ridicola, un cristianesimo inguardabile perché mentre si proclama con la bocca di essere discepoli di Cristo, con la vita ci si dimostra infantili o avari o ossessionati dai propri progetti assolutizzando le proprie aspettative. 

- Se non mettiamo al primo posto Gesù nel nostro cuore, non possiamo portare Gesù al cuore degli altri
E così mentre noi abbiamo la sfida, il combattimento bello e santo di arrivare al cuore delle persone, non arriviamo al cuore delle persone e falliamo nell'evangelizzazione mille volte perché non siamo arrivati manco al nostro di cuore. Perché non abbiamo dato il nostro cuore al Signore. Perché abbiamo cose a cuore, affetti, beni, progetti, che non abbiamo saputo mettere secondi a quel che il Signore ci chiama a vivere, a provare, a fare.

- Non si tratta di essere bravi, ma di abbandonare il governo della propria vita, di amare quello che il Signore ama e allora l'amore del Signore entra in noi. Memori della nostra fragilità e fiduciosi nella potenza di Dio
Qui non si tratta di essere bravi, qui si tratta di mollare, lasciare, sganciarsi dal governo della nostra vita. Non vivere secondo quello che noi amiamo, ma secondo quello che ama il Signore e allora l'amore del Signore entra in noi. Non vivere secondo quello a cui noi teniamo, ma vivere secondo quel che è importante agli occhi del Signore e allora quel che è veramente importante entrerà nel nostro cuore. Qui si tratta, più che di esser forti, di essere deboli, di essere memori della nostra fragilità e quindi fiduciosi nella potenza di Dio.


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sabato 31 agosto 2019

Luca 14,1.7-14 - Lasciarsi dare il posto da Dio buon antidoto alla rivalità - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Luca 14,1.7-14

Sembrerebbe che Gesù parli di strategie per fare bella figura, non è così -
Nella 22° domenica del tempo ordinario noi ascolteremo delle bellissime frasi dal libro del Siracide. "Compi le tue opere con mitezza e sarai amato più di un uomo generoso". "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore", " Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti". Ecco. Queste frasi bellissime preparano l'ascolto del vangelo dove c'è questa storia in cui Gesù è invitato a casa dei farisei e di un capo dei farisei e sta guardando come gli invitati scelgono i primi posti. Devono arrivare al posto più notevole e parla di questa cosa. Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, non ti capiti che un altro debba prendere quel posto e tu vieni buttato via, spostato scansato per tua vergogna. Ma quando sei invitato mettiti all'ultimo posto e fatti dare da colui che ti ha invitato il posto. Che ti tiri più avanti e questo ti darà onore. Sembrerebbero tecniche per fare buona figura. Sembrerebbero cose fatte per avere una strategia migliore del bon ton comune. No.

L'ansia del primo posto che abbiamo tutti quanti. Il problema della rivalità e delle classifiche - 
Gesù sta pensando ben altro. Gesù sta pensando a questa ansia del primo posto che abbiamo tutti quanti. Questa ansia di sottolineatura del proprio ego. Perché non so, mi sembra di vedere intorno nel mondo una certa problematica con le carriere, con i posti di lavoro, con chi è più importante, chi è meno importante, chi è ricordato, di chi si sono scordati. Non credo che questo sia un problema solamente di alcuni posti. Io credo che in tutti i posti di lavoro, anche dentro le famiglie, c'è un problema di rivalità. Di classifiche. Chi sta al primo posto, chi sta all'ultimo posto. Chi sono, chi non sono. Tutta la vita a cercare di dimostrare di essere qualcosa. 
Una fatica angosciante.  Quando è che termina questa fatica che è cominciata con il peccato di Adamo ed Eva. Essere come Dio, cambiare posto. Avere il primo posto, essere all'altezza degli altri. Essere più importanti. Questa è una elettricità che scorre nel nostro animo e che ci fa fare tante cose stupide e pusillanimi e mediocri e brutte e cattive. Ecco.

La fatica angosciante di essere qualcuno  si scontra con la forza della storia che rovescia i programmi degli uomini - 
Quando finisce questa tensione, quando si è liberi da questa fatica impresentabile, inguardabile. Ecco questa fatica finisce quando noi sappiamo che c'è chi ci da il posto. Quando sappiamo che c'è il padrone di casa. Quando sappiamo che alla fine, se ti metti a combattere contro Dio, se ti metti a combattere contro la Provvidenza vedrai che la Provvidenza ti detronizzerà. Dove sono finiti tutti i potenti della terra? Quanta gente portata in palmo di mano dalla storia è poi caduta in disgrazia e la gloria di questo mondo in un minuto la si perde. Arriva il padrone e ti dice: tu tornatene indietro.  E si torna all'ultimo posto. E la vita sa passare il conto in una maniera molto seria. 

Vivere secondo un altra logica: il posto ce lo dà Lui. Vivere lasciandosi condurre da Dio - 
Dio è molto paziente. Dio è tanto generoso, ma certamente si campa tanto meglio quando iniziamo a vivere secondo un altra logica: che il posto ce lo dà Lui. Il posto lo assegna Lui. Vivere secondo la sua santa volontà vuol dire incominciare a lasciarsi condurre da Dio alle cose buone e belle.


Assecondare e valorizzare il reale, vedendone il segreto con creatività e propositività personale. Non cercare di modificare la realtà -
Noi abbiamo da esercitare una inventiva, una propositività, una creatività che sono fondamentali nella nostra vita, ma sono ben vissute, queste dimensioni essenziali della nostra sfida umana e cristiana, se noi assecondiamo il reale, valorizziamo il reale anziché stare tutto  il tempo a cercare di cambiare la realtà cerchiamo di valorizzarla, di vederne il segreto. Di entrare nelle cose, nei posti dove Dio ci mette, allora quel posto si trasformerà nel posto più bello del mondo. 

Tante storie di cristiani che hanno fatto del posto spesso brutto in cui venivano messi il luogo dell'incontro con Dio -
Abbiamo il racconto  di tanti perseguitati nel secolo scorso, cristiani, nell'Oriente, in tanti altri posti, che hanno fatto della prigione in cui venivano messi, carcerati e oppressi, il luogo dell'incontro con Dio. Ne hanno fatto il primo posto e il Signore li ha mostrati anche a chi li torturava secondo la loro luce.
Si può raccontare del cardinal  Van Thuan (François Xavier Nguyên Van Thuân) e di molti altri casi, meravigliosi, in cui le persone proprio nel posto a loro assegnato dalla storia vivevano questo essere portati al primo posto.

Lasciarsi condurre da Dio è diverso dal cercare di essere importanti secondo il mondo - 
Qui non si tratta di essere importanti secondo il mondo, qui si tratta di vivere secondo il rapporto con Dio e lasciarsi condurre ad una creatività interna alle cose. 

Trasformare la vita in un luogo in cui tutto diventa regalo, dono. Un amore che non cerca il contraccambio - 
E così appare l'ultima parte del vangelo. Di trasformare il pranzo, la cena, la condivisione non nel luogo degli amiconi, o delle persone che possono darci il contraccambio, ma in un luogo dove tutto questo diventa regalo. Dono. E allora poveri, storpi, ciechi, seduti alla nostra mensa. Cosa vuol dire? Tante cose vuol dire.
Vivere in funzione di un amore vero che non cerca il contraccambio. 

Questo apre mille orizzonti, spazi, percorsi mentali e pratici per fare delle cose belle della nostra vita qualcosa che dà vita e non commercio o mediocrità - 
Ci aprirà mille spazi, mille prospettive, percorsi mentali, percorsi pratici, in cui poter trasformare tutto quel che abbiamo in un luogo di amore, in un luogo di condivisione e fare delle cose belle della nostra vita qualcosa che dà vita e non commercia vita in scambi che non sono altro che mediocrità.

Lavorare, vivere, esistere per la ricompensa del Signore, vivere in questa dimensione - 
Alla fin fine bisogna lavorare, vivere, esistere per la ricompensa del Signore. Il libro della Sapienza al capitolo II dice che gli empi sono coloro che non sperano salario dalla santità. Chi crede che fidarsi di Dio è fare atti di amore non paghi, non sia una realtà vantaggiosa. Ecco qui è il punto.
Se io conosco il salario della santità io conosco la ricompensa del Signore. Se io conosco quanto il Signore mi sa dare pace per un atto di amore la vita diventa molto molto divertente e interessante e la condivisione diventa una occasione cercata, non più qualcosa che mi casca addosso e magari obtorto collo, malvolentieri accetto. 

Invitare alla propria abbondanza chi non ha, sà di Dio. Uno stile di vita per una vita bella - 
Invitare alla propria abbondanza chi non ha diventa memoria di qualcun altro che ci ha invitato alla sua abbondanza. Il Padre celeste che ci ha dato il suo figlio a noi che non avevamo niente da dargli in cambio.
Il Signore ci tratta così, senza chiederci niente in cambio.
Ecco e allora questo diventa uno stile di vita ed è una vita bella questa.

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domenica 25 agosto 2019

Luca 13, 22-30 - Sentirsi sempre bisognosi di aiuto e di salvezza - Commento di don Fabio Rosini



Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.

Isaia afferma che il Signore sceglierà  fra coloro che sono apparentemente i più lontani dal sacro, da Dio, delle persone per fare il bene -
21° domenica del TO, la liturgia si apre con Isaia che proclama che Dio radunerà le genti di tutte le lingue e vedranno la gloria e addirittura di tra loro il Signore prenderà sacerdoti e leviti. Cioè la cosa più sacra e più santa nella popolazione israelitica erano i leviti e fra i leviti c’erano i sacerdoti. Questi erano proprio i puri, quelli della razza di Mosé, quelli della stirpe santa, quelli che dovevano offrire il sacrificio. Se c’era qualcosa di contrario al sacerdozio e alla tribù di Levi, erano “i pagani”, erano “le genti”, gli incirconcisi verso cui tutto il disprezzo della logica, della fedeltà alla religione del popolo di Israele andava. Ecco che Isaia però, siamo assolutamente in una fase vetero testamentaria, annunzia qualcosa che è in molte parti della scrittura: “Prenderò sacerdoti leviti di tra le genti”. E’ eccezionale.

Gesù parla della salvezza parlando di una porta stretta per la quale molti cercheranno di passare, ma pochi ci riusciranno -
Allora in questa chiave la Chiesa ci dà di leggere il testo molto serio della porta che sarà chiusa. La porta stretta per cui passeranno pochi e non molti. Cioè? Parliamo della salvezza. Un tale chiede a Gesù: “ Sono pochi quelli che si salvano?”. E Gesù parlerà di questa porta stretta e di coloro che cercano di entrare, ma non ci riusciranno.

Un vangelo apparentemente di chiusura, ma a ben guardare anche di grande apertura -
Sulla base della lettura del profeta Isaia che la liturgia appunto ci propone come preludio alla proclamazione del Vangelo, noi capiamo che in realtà c’è una chiusura, ma anche una grande apertura in questo vangelo. Perché se anche dice Gesù: “ sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti io vi dico cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” bisogna capire a chi sta parlando, perché più avanti dirà: “ Vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti del Regno e verranno da oriente, da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio”. 

Due tipologie di persone e di porsi di fronte a Dio. Una passa attraverso la porta ed entra ed una non passa e resta fuori. Quale è il discrimine? -
Ecco. Allora se ci sono queste folle sterminate che vengono da tutte le parti, che entrano alla mensa insieme ad Abramo, Isacco e Giacobbe, mentre sta parlando a qualcuno a cui dice: “ Voi sarete fuori!”, qui il problema è che tipo di persone sono queste due persone fra cui si fa questo discrimine.

Prima tipologia: gli habitué, quelli di sacrestia, i convinti di essere dalla parte di Dio, i tronfi -
Ci sono coloro che dicono: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato  nelle nostre piazze”, questi sono gli habitué, sono quelli che sono sempre vicini. Sono i vicini. Quelli di sacrestia, quelli che sono sempre pronti. Sono quelli che non perdono mai il contatto con le cose religiose. Nella fattispecie in quel momento era questo popolo che sotto un certo punto di vista, in maniera un po’ tronfia, credeva di essere comunque sempre certamente più avanti di tutti gli altri e invece  gli capita di vedere che altra gente, povera ed esclusa, apparentemente estranea supera assolutamente la loro posizione ed entra lì dove loro non riescono ad entrare. Allora chi è che entra e chi è che non entra. Entra l’estraneo, non entra l’abituale, il consueto.



Per noi: essere attenti a restare dalla parte di coloro che non sono sicuri di entrare, che sanno di avere bisogno di essere salvati, dalla parte degli umili - 
Allora noi dobbiamo essere molto attenti a restare sempre gente che arriva da lontano. Gente che riceve da Dio la salvezza che non si merita. Noi non abbiamo la salvezza per assegnazione d’ufficio. Anche la nostra vita sacramentale non garantisce proprio niente. Tutto questo è riservato per quella porta stretta che si chiama umiltà. E non si tratta di essere piccoli sotto il punto di vista fisico, ma nello Spirito. Essere sempre qualcuno che è sorpreso di essere ammesso. E’ sorpreso di poter entrare.


Abramo, Isacco e Giacobbe: detentori di un’elezione contraria alla logica umana. In fondo Abramo, Isacco e Giacobbe erano persone che avevano un’elezione contraria alla logica umana. Abramo era un uomo che non poteva avere figli e sarà il padre. Isacco non è il primo figlio che nasce ad Abramo, perché c’è Ismaele prima di lui, eppure sarà il vero primogenito. Giacobbe è fratello di un primogenito che non sarà capace di difendere la propria primogenitura perché la dà per scontata e lui entrerà nella eredità. Sono tre eletti sorprendenti e così è sempre la nostra vita. 

La nostra eventuale elezione non è un diritto, ma un’opera di Dio gratuita e generosa. Chi di noi si merita quello che abbiamo ricevuto? - 
La nostra elezione non è un diritto. E’ un’opera di Dio gratuita, generosa, che però richiede da parte nostra questo atteggiamento di sorpresa, di umiltà. E chi di noi si merita di stare dove sta? E chi di noi si merita di essere cristiano? E chi di noi si merita di conoscere la misericordia di Dio senza limiti? E chi di noi ha meritato mai il perdono dei peccati? E chi di noi merita di essere all’altezza del corpo del Signore?

Dobbiamo sempre avere presente al nostra povertà, il nostro autocelebrarci, quel che in noi è tronfio, è superbo, è saccente - 
Sempre dobbiamo dire: “ Non sono degno di partecipare alla tua mensa”. E’ sempre quella la porta stretta per cui dobbiamo entrare. E’ sempre quello che esclude i molti e fa entrare i pochi. In noi c’è molto che è tronfio, che è superbo, che è saccente, che è autocelebrante. C’è sempre quel sottile piccolo soffio di salvezza che è la nostra percezione di povertà e che è quella cosa che ci fa stare nella verità davanti al Signore.

 Si salva chi si sente di non meritare la salvezza, di averne bisogno, di non potersela dare da solo, ma che la può ricevere solo da Dio. E’ la coscienza della propria povertà ed estraneità a Dio - 
Questa porta stretta si apre molte volte. E’ la porta della piccolezza. E’ la porta che ci fa entrare nel Regno. Chi la varca? Proprio chi sente di non meritarla. Proprio chi sente che ne ha bisogno. E’ una salvezza per Lui. Essere certi, per aver mangiato al cospetto di Cristo, che è la Liturgia, i Sacramenti, l’Eucarestia, proprio l’aver ascoltato tanto la sua Parola, questo non ci dà nessuna garanzia se non passiamo per quella porticina che è la nostra coscienza di povertà. Che è la nostra estraneità. 

Avere coscienza che veniamo dal nulla e siamo destinati al nulla se il Signore non ci aiuta - 
Veniamo da settentrione, da mezzogiorno, da oriente, da occidente. Veniamo da lontano. Tutti veniamo dal nulla. Veniamo dal buio. Veniamo dall’inconsistenza. Ricordarci sempre che non abbiamo altro destino se il Signore non ci salva. Guai a noi quando diventiamo gente che dà tutto per scontato. Guai a noi quando diventiamo persone che non si chiedono come poter essere salvati oggi. Come poter essere strappati alla corruzione oggi. 

Ci salva la preghiera di chi si sente bisognoso e in pericolo - 
Noi cominciamo ogni nostra preghiera nella recita dei Salmi con “ Signore vieni presto a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto”. Questo non lo dice chi è sicuro, questo lo dice chi sta affogando. Questo lo dice chi è accerchiato da un nemico, questo lo dice chi è in pericolo. Noi sappiamo di essere in pericolo e questo ci fa fare le cose giuste. Questo ci fa varcare la porta umile della salvezza. 

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sabato 10 agosto 2019

Luca 12, 32-40 - Essere parte del piccolo gregge - Vangelo di Luca - Commento di don Fabio Rosini


Il testo risulta dalla trascrizione del file audio di Radiovaticana reperibile al link: audio del commento al Vangelo . Si resta a disposizione degli aventi diritto per l'immediata rimozione del testo. I neretti sono stati aggiunti al testo solamente con lo scopo di paragrafare il testo e non fanno parte del discorso originale.
  
Nella 19 settimana del tempo ordinario ascoltiamo un bel brano lungo, bello, articolato, ricchissimo e pieno di richiami evangelici veramente preziosi dal capitolo 12 del vangelo di Luca.

Nella vita spirituale l’importante non è essere tanti, ma essere veramente di Cristo -
Tutto comincia da una affermazione che illumina tutto il brano e che è molto importante per tutti noi: “ Non temere piccolo gregge perché al Padre Nostro è piaciuto dare a voi il Regno” e cioè Gesù dice a questo piccolo gregge: noi spesso abbiamo pensato che l’importante era essere tanti, essere tutti. Ma la cosa più importante è essere veri, essere proprio quelli di Cristo. La quantità è molto secondaria rispetto alla qualità nella vita della fede. E allora noi siamo sempre un piccolo gregge perché per quanto tanta gente si richiami a Cristo bisogna vedere quanta gente vive secondo Cristo e quanta gente ha lo Spirito di Cristo.

Che cosa significa fare parte di questo gregge? Vivere sapendo che la mia vita è un sentiero verso il regno e che quel che vivo è in funzione di questa meta felice, questo ci libera dagli attaccamenti alle cose di questo mondo -
Allora che cosa è essere questo piccolo gregge autentico? Questo piccolo gregge che tutti quanti ogni giorno ci dobbiamo chiedere se ne facciamo parte o meno. E’ essere parte di coloro che vivono perché al Padre è piaciuto dare loro il suo regno.  Cioè vivere in vista del Regno.
Questa tematica del regno è un po’ diventata secondaria nella predicazione cristiana e tutto questo non è molto saggio. Noi stiamo camminando verso il Regno ed è importante che questo regno dei cieli che è alla fine della storia e anche nella nostra vita, è anche qualcosa in cui entriamo, qualcosa che di fa essere sudditi di un re che non è un re di questo mondo. Il regno di Cristo, come sarà detto nel vangelo di Giovanni al capitolo 18, non è di quaggiù. Ha un’altra logica. Vivere secondo la logica di questo regno vuol dire infatti entrare in tutte le cose che vengono dette nel testo successivo. Però se io ho il cuore consolato dalla certezza che la mia storia è una storia di salvezza, che la mia vita è un sentiero verso il regno e che quel che vivo è in funzione di questa felice meta, allora io capisco che non mi devo far ridurre a ostaggio delle cose di questo mondo.

Dove è il mio tesoro? Dove mi sto appoggiando? Incominciare ad accumulare tesoro nel cielo, iniziare a vivere quella logica - 
Infatti comincia dicendo un po’ di cose serie. 
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina. 
Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli. Incominciare ad accumulare tesoro nel cielo. 
Incominciare a vivere secondo quello che  il cielo sarà e secondo quello che è al suo cospetto. I testi delle domeniche precedenti già ci hanno messo su questa strada. Ma la frase che illumina questa chiamata a vivere secondo ben altra ricchezza è quella che viene subito dopo. 
Dove è il vostro tesoro là sarà anche il vostro cuore. 
Si, questo è molto importante. 
Cosa abbiamo a cuore?
Per cosa viviamo?
Cosa è importante  per  noi? 
Il cuore sta dove sta ciò per cui uno vive. Ciò che dà sicurezza all’uomo. In fondo ognuno di noi vive sull’orlo dell’incertezza. Sull’orlo della precarietà, sull’orlo del disfacimento delle proprie sicurezze. Siamo tutti molto precari e dove è il punto di appoggio?
Dove mi sto appoggiando?

Se entro nella logica del piccolo gregge capisco come vivere -
Ecco se io entro nella logica per cui sono quel piccolo gregge a cui Dio ha voluto affidare la più grande delle ricchezze e so che la mia vita è un addestramento a quel possesso ed una consegna di quel possesso, allora io capisco come vivere.

Vivere nell’atteggiamento pasquale, pronti a fare un salto di fronte alla chiamata del Signore della nostra vita -
Dice: siate pronti con le vesti strette ai fianchi e con le lampade accese. Questo è l’atteggiamento pasquale. Queste sono le stesse indicazioni che vengono date ad Israele nel capitolo 12 del libro dell’Esodo prima che passi il Signore per portarli via, fuori della terra della schiavitù. Noi dobbiamo essere pronti a fare un salto. Il vangelo prosegue, come coloro che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze. Ecco sapere che la nostra vita non è di nostro possesso, ma che c’è un signore della nostra vita. C’è qualcuno che ha diritto di governare la nostra esistenza.

Quando viviamo per qualcosa di questo mondo diventiamo soldatini paurosi che difendono le loro quattro cose -
Quando la nostra vita entra in quella logica per cui siamo noi il dominus della nostra esistenza, noi entriamo in una grande rabbia, angoscia, ansia, perché diventiamo delle tigri che difendono i loro possessi anche se non ce ne rendiamo conto. Quando si vive per qualcosa di questo mondo si diventa dei combattenti, dei soldatini sempre armati per difendere quelle quattro cose per cui viviamo. Il segreto di tanta violenza che nelle relazioni si può manifestare sta in questa ansia che è la paura di essere derubati costantemente. 


E' possibile vivere per qualcosa di diverso, pronti a rispondere all'invito dello sposo che passa negli eventi della vita e ci dice: vieni con me?
Ma c’è ben altro per cui vivere. C’è il Signore che, lui sì, un giorno busserà alla mia porta e mi dirà: è il momento di andare. Stai con i fianchi cinti e la lampada accesa? Sei pronto a partire?
Essere pronti  a partire. E questo non significa semplicemente il fatto che un giorno morirò. No. Molte volte, quasi costantemente c’è qualcosa che bussa alla mia porta e mi dice: sono lo sposo. Vieni con me?
Ovvero: sei pronto a cambiare direzione per entrare nell’amore? Sei pronto a vivere per il regno? Sei pronto a lasciare tutto? 

Vivere staccati dalle cose, pronti a lasciarle, staccati dai progetti, dalle affezioni del cuore che si attacca in maniera malata a piccoli e grandi possessi, affetti, proiezioni- 
Bisogna stare staccati dalle cose, pronti a lasciare tutto, con i fianchi cinti, le lampade accese, per lasciare i propri progetti che spesso diventano i nostri tesori che catturano il nostro cuore, i nostri progetti, le affezioni del cuore che sa attaccarsi alle cose in maniera malata, smodata per cui viviamo di valori affettivi, viviamo di proiezioni, viviamo di piccoli e grandi possessi che divengono i nostri padroni mentre noi siamo illusi di esserne noi i possessori. Ecco tantissime volte il Signore passa dalle nostre parti e ci dice: sono lo Sposo vieni con me? Solo io ho diritto al tuo cuore. Solo io posso essere il Signore della tua vita. 

Vivere con un cuore vigile, secondo un viaggio grandioso. Non banalizzare la propria vita -
Beati i servi che il Signore al suo ritorno troverà ancora svegli. Non si tratta di non poter dormire, ma di avere un cuore vigile, di avere una mentalità limpida, aperta, pronta a rinunciare alle proprie assolutizzazioni. Qui si tratta di vivere secondo un viaggio grandioso. Nessun uomo, nessuna donna di questa terra deve mai banalizzare la propria vita. Nessuno di noi ha niente di meno della grandezza davanti a sé. Siamo destinati al regno. Siamo tutti destinati all’amore di Dio che è molto più importante di tutto quello che possiamo possedere.

Essere amministratori fidati (  riferito al rapporto con Dio)  e prudenti ( riferito alla responsabilità che abbiamo nel rapporto con gli altri): cosa significa? Fidarsi del Signore e fare che lui possa fare affidamento su di noi ci fa diventare saggi - 
Ad un dato momento Pietro dice: ma questa parabola la dici per noi o anche per tutti?
Ecco e qui parlerà di qualcuno che ha autorità su qualcun altro. Un amministratore  fidato e prudente. Colui che sa dare al razione a tempo debito alla servitù del Signore. Qui sono chiamati tutti coloro che hanno un compito interno alla vita, alla Chiesa, alla società. Un compito di governare qualcuno. Governare, sostenere qualcuno. Tutto dipende dall’essere fidati e prudenti. Un aggettivo che riguarda il rapporto con Dio che fa scaturire un aggettivo che riguarda il rapporto con il prossimo. 
Se io ho fiducia reciproca con il Signore. Se io mi fido di Lui e Lui può fare affidamento su di me, io divento saggio. Così imparo a capire quando è il tempo di dare la razione. Quando è il tempo di dare e quanto dare. 

Un atteggiamento non saggio: banalizzare il ritorno del Signore - 
Ecco molte persone che hanno responsabilità, e un po’ tutti abbiamo qualcun altro di cui occuparci, possono prendere un altro tipo di atteggiamento. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: il mio padrone tarda a venire, cioè si banalizza il ritorno del Signore ecco che piano piano si scivola in un governo delle cose cieco, miope che cadrà sul carnale, andrà a finire sul materiale e si diventa così, insulsi, imbelli, inconsistenti, privi di amore.

Dal mio rapporto con Dio deriva la saggezza. Fondamentale è non perdere la connessione con Lui - 
E’ dal rapporto con Dio che viene la saggezza. È dal fatto che io vivo per abbandonarmi nelle sue mani e godo della fiducia che Lui mi dà, del fatto che mi dà qualcosa di importante da fare, mi affida persone, mi affida una famiglia, mi affida qualcuno che mi ha chiesto aiuto.
Ecco se io parto dal rapporto con Dio, dal fatto che mi fido di Lui sarò saggio e capirò quando fare le cose e come, ma se io perdo quella connessione, lentamente, senza rendermene conto, diventerò una persona che non sa dare quel che deve dare.

Spesso esercitiamo l'autorità in modo approssimativo e miope
E così purtroppo dobbiamo riconoscere di avere un esercizio dell’autorità un po’ occasionale, senza profondità, senza visione a lungo sfondo. Dentro e fuori della Chiesa. Dobbiamo riconoscere che stiamo esercitando l’autorità a casaccio. Dobbiamo riconoscere che stiamo andando avanti non con il centro ortogonale sul Signore, ma andando secondo mode, secondo quel che ci sembra, secondo appagamenti, secondo cose che non portano da nessuna parte. 

Dobbiamo stare con i fianchi cinti, con le lucerne accese, per essere saggi.

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IL CAMMINO DELL'UOMO

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Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003