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lunedì 23 gennaio 2023

Enrico Scifoni - Omelia del funerale - 23 gennaio 2023

In data 23 gennaio 2023 si sono celebrati i funerali del carissimo Enrico Scifoni nella chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi. Abbiamo trascritto l'omelia. 

I titoletti in grigio sono stati aggiunti arbitrariamente durante la trascrizione per facilitare la lettura, ma non fanno parte dell'omelia. Si resta a disposizione per rimuovere prontamente il testo se richiesto.

2023, 23 gennaio - Roma Chiesa Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei  Martiri Canadesi. Funerali di Enrico Scifoni

 Giovanni 3, 1-15

1C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei.2Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».


Omelia

Chiunque vive in Lui ha la vita eterna - 

La chiave di tutto quello che stiamo celebrando è questa frase finale del brano del vangelo che abbiamo proclamato. “Chiunque vive in Lui ha la vita eterna”. Ha. E’ un presente. Il futuro è “avrà”. Quindi chiunque crede in Gesù Cristo ascoltando la sua parola “è” in questa nuova nascita dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. Per cui noi siamo coloro che portano nel mondo questa vita eterna.

Il cero pasquale acceso - 

La seconda chiave di quello che stiamo celebrando è il cero pasquale acceso. Perché quel cero pasquale significa il senso profondo della nostra vita. Che cosa è la vita? E’ un consumarsi per gli altri. Che cosa è la vita? E’ avere una relazione di amore con Dio e con gli altri. Ecco perché l’uomo oggi vive nell’ombra della morte. Perché si chiude in se stesso, si chiude nel suo egoismo. Non guarda all’altro. Questo suo non guardare all’altro semina nel mondo violenza e morte. E noi siamo testimoni di questo in questa nostra generazione. Quel cero ci annunzia la chiave della vita. Non può darci luce se non si consuma. Ecco perché il sacramento del consumarsi del nostro corpo biologico è segno di questa vita che viene dall’alto e che già abbiamo a causa del nostro battesimo.

Quelli che hanno attraversato la tribolazione, la grande -

L’Apocalisse ci ha detto una cosa fondamentale. “Quelli che sono passati dalla grande tribolazione”. Una traduzione un po' povera, perché ci fa capire che tutte le tribolazioni sono questa grande tribolazione. Che Enrico abbia avuto questa fine stupenda meravigliosa, festosa… Io l’ho sentito quasi negli ultimi tempi della sua vita e mi ha dato questa testimonianza di questa gioia pasquale.

La traduzione di questo [passo] è: “Quelli che sono passati attraverso la tribolazione, la grande!” e questa tribolazione, la grande, è la morte di Gesù Cristo che esprime la relazione stupenda meravigliosa, grandissima, che il Signore ha voluto stabilire con noi. Ecco perché ha preso il nostro corpo e prendere il nostro corpo significa poterci avvicinare, poterci abbracciare, poterci benedire, poterci toccare. Poter con queste realtà umane avere una relazione con noi, [una relazione] intima con noi.

Non essere uno dall’esterno che ti dà le leggi e che tu devi osservare, come abbiamo sempre interpretato la nostra vita religiosa. No. 

Ma è colui che venendo in te, ti suggerisce veramente e ti dà questa nascita dall’alto e tu puoi veramente gioire nelle tue sofferenze.

Enrico è già nella pienezza della vita - 

Ecco perché questo non è un funerale. E’ una festa.

Manuele permettimi. Non per “accompagnare papà in cielo”. Emanuele hai sentito? Perché il cielo “è” dentro Enrico! “Chi ascolta la mia parola e la custodisce” dice Gesù Cristo, “il Padre e io verremo e porremo la dimora in lui”. Se il paradiso è la dimora di Dio, Enrico è stato dimora di Dio. E’ dimora di Dio.

Ma Enrico non è nelle sue spoglie mortali. Noi onoriamo le sue spoglie mortali. Attraverso dei segni daremo anche il senso della profondità di questa liturgia che stiamo eseguendo. Ma Enrico è già nella pienezza della vita. Perché Gesù Cristo è venuto per darci la vita in pienezza. Questa vita in pienezza che Enrico ha già sperimentato. Dentro di sé. Come dicevano i figli, negli ultimi tempi della sua vita, specialmente negli ultimi mesi, non poteva esprimere questa fede, questa gioia, questa curiosità, senza avere in sé questa certezza della vita che lui già viveva.

La morte genera e manifesta la vita vera - 

Una terza chiave di questa liturgia che stiamo celebrando è quello che ci ha detto sempre l’Apocalisse. “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il figlio dell’uomo”. Cioè? Morendo. Come canta il canto “Morendo distrusse la morte”. La morte non è la fine della vita, ma l’apertura alla vita vera. Perché la morte genera e manifesta la vita vera. Morendo distrusse la morte. E questa è la nostra certezza. Ecco perché non celebriamo un funerale, celebriamo la vittoria sulla morte. E come si manifesta questa vittoria sulla morte? Credendo nella parola. E che cosa è questa sua parola? Dio che viene a te e ti dice: “Io ti amo. Sei la mia vita”. Dio che dice all’uomo sei la mia vita? Certo, perché questo è il segno dell’amore. Ogni innamorato dice alla fidanzata: “Tu sei la mia vita”. E’ questo il grido che sorge da queste spoglie mortali. Da questa morte verso tutti noi camminiamo, la morte biologica per dire al Signore: “Tu sei la mia vita”. Perché lo abbiamo sentito questo grido di Dio in noi. Tu sei la mia vita.

La vita viene generata dalla morte -

E allora fratelli miei di che cosa dobbiamo aver paura? Come dice Paolo con forza, “Chi ci separerà da questo amore di Dio manifestato in Cristo Gesù”. Come manifestato? Attraverso questa sua parola. Chi ama dà la vita. E la vita viene generata dalla morte. Ecco perché nessuno di noi deve scappare dalla morte. Chi ha capito che questa morte non è andare in cielo. Questa morte è vivere il cielo, anche nelle tenebre di questo mondo. Non so se riesco a farvi capire questo.

Noi vediamo sempre la morte come una rovina. No! E’ una benedizione. La morte è una beatitudine ed Enrico ce l’ha mostrato questo.

La vita in Enrico non è finita -

Io vorrei portarvi tutti ad una gioia enorme.

Si piangete pure, ma lacrime di gioia. Perché? Perché la vita in Enrico non è finita, ma si è arricchito di un incontro. Dell’incontro con colui che ha desiderato vedere e che non poteva vedere con questi occhi di carne. Ma che ha visto con la sua fede, che ha incontrato con la sua fede. Enrico ha incontrato Cristo con la sua fede.

Un ricordo personale: Enrico ha incontrato Gesù Cristo -

Permettetemi un ricordo personale. Eravamo nei primi anni del Cammino [Neocatecumenale. Nds] Enrico viveva ancora in Via Corbusieri. E rimasi strabiliato quando mi raccontò che un povero per strada gli chiese l’elemosina. E Enrico gli chiese: “Ma a cosa ti serve questa elemosina?”- “Per magiare”- “Ah per mangiare? Vieni, vieni, vieni”. Se lo portò a casa. Lo fece lavare. Gli diede un vestito nuovo e se lo mise a tavola con lui. Ha incontrato Gesù Cristo Enrico. 

Anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo se non ci chiudiamo in noi stessi-

Come anche noi possiamo incontrare Gesù Cristo. Sapete quale è il problema noi abbiamo, come dire, distruttivo della nostra vita? Abbiamo un solo problema che ci chiudiamo in noi stessi . E chiudersi in se stessi non significa incontrare l’altro. E non incontrare l’altronon significa arrivare alla pienezza della gioia. Perché incontrare l’altro significa che tu esci da te stesso, uscire dal tuo egoismo, che tu guardi l’altro come fondamentale nella tua vita. Ecco perché c’è l’Incarnazione. Ecco perché Gesù Cristo si è incarnato. Per incontrarci in una maniera che noi potessimo capire. E ci ha lasciato nel cuore questa maniera di incontrarlo. Perché potessimo vivere veramente questa comunione con Cristo. 

Percorrere la nostra vita con la consolazione, una vita in pienezza -

L’ultima parola, l’ultima chiave di questa celebrazione liturgica, come ha detto sua figlia, la consolazione di Paolo. Che significa consolazione. Se noi andiamo all’origine della parola è essere arrivato a ciò che tu hai desiderato. Ma attenzione. Essere arrivato a ciò che tu hai desiderato nella pienezza. C’è una bellissima espressione napoletana, permettetemi. Dopo un bel pranzo si dice: “Ah, mi sono consolato”. Non lo dico in napoletano, perché qualcuno potrebbe non capire il napoletano.

La consolazione è questa: percorrere il nostro cammino esistenziale dicendo: “Ah, che meraviglia!”. Nelle sofferenze, come nella gioia. Nel peccato come nella grazia. Nei limiti delle conversazioni, come in una comunione profonda con tutti quelli che amiamo. Io fratelli vi annunzio questa consolazione piena di Gesù Cristo. Perché colui che è venuto per darci la vita è venuto per darcela in pienezza.

Cosa è la vita eterna? Una crescita continua nella pienezza-

Allora di fronte a queste spoglie mortali di Enrico sulle quali faremo ancora dei segni stupendi di vita eterna… vita eterna. 

Vita eterna non significa una vita che non finisce. Questa crea disagio: “Quale stanchezza, mamma mia e che faremo nella vita eterna?” Vita eterna significa questa crescita continua, questa perfezione che va sempre più approfondendosi verso la conoscenza di Dio. Guardate che Dio è l’eternità. Questo non si concluderà. Non si può concludere perché passeremo di festa in festa, di gioia in gioia, di amore in pienezza di amore. 

Perché stiamo di fronte alle spoglie mortali di Enrico? Ricordarci che la nostra vita non è quaggiù- 

Ecco perché stiamo di fronte a queste spoglie mortali. Per ricordarci che la nostra vita non è quaggiù e se non moriamo non possiamo vivere in pienezza perché siamo limitati. Dal freddo, dal caldo, da tutte le crisi che noi abbiamo. Gesù Cristo nel vangelo dice che se il chicco di grano non muore, non porta frutto, non diventa spiga.

Seppellendo le spoglie mortali di Enrico, noi seppelliamo un chicco di grano che diventerà spiga, che diventerà comunione, che diventerà universalità.

Il regno di Dio è questo: vivere tutti insieme nella pienezza dell’amore di Dio.


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venerdì 25 novembre 2022

Diario - 26/11/2022 - Il rapporto con mio padre oggi

2017, 12 febbraio - Mio padre, nella sala di casa sua, ripara un ombrello.

Mio padre, evidentemente, quella sera a casa sua aggiustava un ombrello.

Sinceramente a più di sei mesi dalla sua morte, mi manca non assistere a tutte le cose più strane che mio padre intraprendeva davanti a me. Mi manca è vero.
Però la soluzione di un grande amore per un padre che è morto, come in vari casi di lutto, come forse credo per esempio quello di un padre per un figlio, di una moglie per un marito, o di un caro amico che scompare all'improvviso non è da trovarsi nelle cose che mancano.
E' da trovarsi nelle cose che uniscono.
Una prima esperienza che ho fatto è questa: ho visto che nei momenti di mio dolore profondo, dopo la sua morte, sempre "provvidenzialmente" papà compariva in un sogno, con una frase detta da qualcuno, con un colpo di scena a darmi una mano, a tirarmi fuori d'impaccio o dal baratro.
Da poco tempo invece, lo inizio a sentire con me quando compio qualcosa che è animato dallo stesso spirito che animava le sue azioni più nobili.
Papà era innamorato della Vangelo, del Signore e mi ha trasmesso questa sensibilità, questo approccio alla vita.
Quando compio qualcosa che è animato dallo stesso spirito che lo animava, ecco che sento papà vivo accanto a me.
Non sono cose necessariamente uguali a quelle che compiva lui, come se fosse una imitazione.
No. Nelle cose che compio, che pur essendo diverse da quelle concrete che lui compiva, sono animate dallo stesso spirito di quelle che lui compiva.
Se lo dovessi spiegare in altri termini direi così.
Invece che sentirlo vivo quando ricordo che riparava ombrelli, cosa che mi lascerebbe solo nella malinconia e nella tristezza, ( "Cercando tra i morti colui che è vivo" cfr. Lc 24,5), lo sento vivo quando mi metto a riparare qualcosa. Un ombrello. Un cassetto. Un rapporto. Offrendo una consulenza medica e guarendo o comunque prendendomi cura di una persona. Offrendo una consulenza di counseling ad una coppia in crisi e aiutandoli. O aiutando una figlia di un paziente in ospedale a portare una bombola di ossigeno fino all'entrata dell'ospedale, cosa che nell'opinione comune non dovrebbe fare un medico (Perché poi? Un medico non è forse lì per servire i pazienti?). Forse semplicemente prendendomi cura di me.

Forse è solo venerdì sera e i pensieri sono più vivaci.
Elaborazione del lutto o qualcosa di più?
Buona notte

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sabato 30 aprile 2022

Mariuccio Paolo Piola - 16/04/2022 - Monizione ambientale di Rufino Valiente ai funerali

Parrocchia di San Gaudenzio

I titoletti in rosso sono stati aggiunti arbitrariamente trascrivendo il parlato per agevolare la lettura e favorire una sintesi.
Le cose fra parentesi sono state aggiunte in un secondo momento d'accordo con Rufo Valiente per chiarificare meglio

Una eucarestia di ringraziamento e lode a Dio -
Francesca e suo figlio Andrea e Sara mi hanno chiesto di fare la monizione ambientale a me, poiché ci conosciamo da tanto tempo con Mario, perché questa eucarestia sia una lode, un ringraziamento al Signore per tutta la storia di Mario a cui il Signore ha concesso la cosa più bella, che ai vespri della Pasqua del Signore, lo ha chiamato. L’ultima volta che lo abbiamo visto è stato giovedì santo, mi sembra e la settimana precedente mi ha detto una cosa che ci ha colpito: chiediamo al Signore se è la volontà di guarire, altrimenti va bene così. Così letteralmente ha detto e mi ha impressionato perché ho visto che lui era disposto a stare nella volontà di Dio. E la cosa più bella è che il Signore lo ha fatto piccolo, piccolo, piccolo, sicuramente per entrare direttamente nel regno dei cieli.
Ma quello che mi chiedevano loro era un poco di collocarlo a Mario: chi era lui.

Compagni dai salesiani e poi l’uscita dalla congregazione per stare nel Cammino neocatecumenale
Noi siamo stati compagni nella comunità salesiana nel 1969.
Lui con Eusebio, attualmente itinerante Marche Abruzzo e anche Malta, Giampaolo Pronzato detto Pinin, attuale rettore del seminario Redentoris Mater in Nicaragua e io Rufino Valiente, mi conoscono nel Cammino come Rufo.
Siamo stati compagni [dai salesiani] e poi siamo entrati in Cammino [Neocatecumenale].
Eusebio e Pinin sono entrati un anno prima, nel 1969,  Mario e io siamo entrati l’anno seguente, nel 1970.
Per questo fatto di entrare in Cammino i salesiani ci hanno messo di fronte ad un aut aut. O proseguire l’Università o seguire il Cammino e il Signore ci ha dato a tutti di seguire il Cammino, perché sia loro che io abbiamo capito che tutta la nostra vita avevano vissuto nella legge, e con il Kerigma ci è arrivata la buona notizia, il Kerigma, dell’amore gratuito di Dio che perdona tutti i peccati. Così nessuno di noi ha voluto lasciare il Cammino per questa grazia immensa della libertà, dell’amore gratuito di Dio manifestato in Gesù Cristo, nel perdono dei nostri peccati e nella sua Resurrezione.

La nuova vita e la casa al fosso di Sant Agnese
E così siamo andati a vivere al fosso di Sant Agnese, dove io già lavoravo con Eusebio. Padre Romano Fucini mi aveva chiesto di affittare una casa, una casa per Kiko, perché Kiko voleva vivere solamente dentro le baracche. Il Borghetto latino [ una borgata di Roma, situato nel quartiere Appio-Tuscolano] si era chiuso, perché il comune lo aveva chiuso mandando gli abitanti nelle case del comune e rimaneva il fosso di Sant Agnese.
E padre Romano mi aveva chiesto di affittare una casa lì e io ho affittato la casa del costruttore abusivo di tutte quelle case e baracche del fosso di Sant Agnese. Così l’ho detto a padre Romano.
Poi quando siamo usciti dai Salesiani, Kiko non era mai andato ad abitare al fosso di Sant Agnese e allora padre Romano mi ha detto: "Quella casa è per voi, Eusebio, Pinin, Mario e te".
E siamo andati a vivere in quella casa e Kiko ci ha chiesto immediatamente di venire a vivere con noi, perché Kiko non voleva vivere da solo e noi eravamo già tutti e quattro insieme in casa.
Kiko mi ha chiamato ed è venuto a vivere con noi a casa.
Kiko condivideva la stanza con me, mentre Eusebio, Pinin e Mario dormivano nel salone [da giugno a dicembre 1971]

Anche lì mi ha impressionato molto perché chi lavoravamo inizialmente eravamo Eusebio ed io, all'Ospedale Fatebenefratelli, facevamo i portantini. Dall’università siamo diventati portantini.
E’ stato il primo lavoro che abbiamo trovato. E Mario era il nostro organizzatore della casa. 
Lui cucinava, governava la casa, era bellissimo.
Poi a metà mese gli stipendi finivano e io un po' protestavo, per mancanza di fede: “ Ma dimmi un po', devi amministrare meglio Mario!”. E lui: “ Rufo, la libertà di Dio, dobbiamo vivere nella libertà, finiti i soldi non ci mancheranno, perché Dio ci aiuterà”. E non ci sono mancati, grazie a Dio.
La sua fede. Quello mi ha impressionato molto, di vivere così con lui che sapeva organizzare e vivere nella fede.
Mi ha impressionato perché lui era un uomo pratico. 
Quello che mi ha impressionato di Mario è la praticità.
E’ un torinese bravo.
La praticità di Mario. Aveva sempre la macchina piena di cose, come idraulico, come pittore, come giardiniere, come muratore, non gli mancava niente.

L’itineranza
E poi il Signore ci ha dato a tutti quanti di essere pronti per uscire e diventare itineranti.
A me è toccata la Bolivia.
Però Carmen, mia moglie, che sta qua, eravamo fidanzati a quel tempo, e Mario sono stati estratti per Sava ( provincia di Taranto), mi hanno vinto per due mesi, perché loro sono usciti immediatamente nell’ottobre del 1972, e io, che dovevo dare un po' di esami all'università Gregoriana, sono partito alla fine del 1972 per la Bolivia.
Però loro sono partiti per aprire il Cammino a Sava. Poi Maria Carmen è stata inviata a Londra, poi ci siamo sposati e siamo andati in Bolivia.
E Mario continuava a catechizzare in quella zona.

Il matrimonio e il passaggio dal fosso di Sant Agnese a Torrenova
Ed è rimasto in quella casa. Alla fine lui è stato l’erede della casa del fosso di Sant Agnese. Poi si è sposato con Francesca, hanno vissuto lì, e poi il comune gli ha dato questa casa a Tor Vergata.
Grazie a questa casa del fosso di Sant Agnese loro hanno preso questa casa a Tor Vergata dove hanno vissuto tutta la vita.

Responsabile della seconda comunità neocatecumenale della parrocchia di Santa Francesca
Poi, una cosa buona di Mario è che è stato il nostro responsabile, della seconda comunità di Santa Francesca Cabrini, per circa 20 anni. Io l’ho avuto come nostro responsabile.
E’ stato bravo con noi, con noi è sempre stato bravo. Ci ha pagato sempre i biglietti [aerei], perché noi non possiamo chiedere soldi [ La comunità faceva una colletta per pagare i biglietti aerei per garantire il viaggio agli itineranti]. L’unica possibilità che abbiamo per chiedere soldi è per partire per la nazione dove evangelizziamo, ma noi non abbiamo mai dovuto chiedere i soldi perché lui è stato sempre bravissimo, ci pagato sempre per tanti anni i biglietti per andare e tornare là, prima dalla Bolivia, poi siamo passati al Messico e ci ha pagato sempre i biglietti.

Le tre cartoline agli itineranti
Una cosa carina di Mario che vi racconto, che questo non lo sanno nemmeno i figli, ogni tanto ci scriveva una lettera e mandava tre cartoline e attaccava dei soldi dietro di quelle cartoline.
Dietro quella destinata ai responsabili della équipe, che eravamo noi due  [Rufo e Carmen], 20 dollari.
10 dollari per il secondo, per il presbitero, che a quel tempo era Ezechiele Pasotti. 
E 5 dollari per l’ultimo dicendo: “ Coraggio fratello, sarai primo nel regno dei cieli!”.
Stavo pensando che quello’ultimo in quel momento era  Miguel Chiner che è stato itinerante per tutta la vita, fino ad 80 anni,  si sta fermando solamente quest’anno perché ormai non può più continuare per l’età e per le malattie, ma il Signore lo ha benedetto, come diceva Mario.
“ Tu ti senti l’ultimo?” - “ Si!” - “ Questa cartolina è per te!” e quella cartolina di soli cinque dollari era la cartolina della felicità.

Una comunione e un’amicizia durate una vita
In questo senso abbiamo sempre avuto la comunione con Mario e con Francesca, tutta la vita. Adesso che noi, per la malattia di Carmen ci siamo fermati 4 anni fa, dopo quarantacinque anni di itineranza in Bolivia e in Messico,  abbiamo di nuovo riallacciato l’amicizia con Mario che mi ha aiutato sempre in tutto. Quando avevi bisogno di qualcosa mandavi un messaggino, lui arrivava, era buonissimo, abbiamo sempre avuto questa relazione di amicizia e di aiuto costante.

La malattia e il suo carisma: aiutare gli altri
E poi gli è venuta questa malattia, a me ha impressionato molto questa malattia. Posso dire anche questo. 
Mi ha impressionato molto.
Mi ha impressionato di come Dio porta la storia, perché lui che era un uomo pratico, che non si è fermato mai, che nel portabagagli della sua macchina aveva tutto il necessario e io gli dicevo sempre: “ Come fai tu ad avere nel portabagagli tutte le cose per giardineria, per fare muratore…” sempre perché lui fosse pronto ad aiutare qualsiasi persona.
Quello era il suo carisma. Mai si è negato.

Il carcere e il servizio agli ultimi
E poi andava in carcere. A visitare agli ultimi. Gli indifesi, perché è andato sempre in carcere ad incontrare i detenuti.
Una cosa che mi ha impressionato molto è stata che quando il responsabile della prima comunità della parrocchia di Santa Francesca Cabrini, Giovanni Stirati, era costretto dalla sua malattia a stare fisso a casa, senza muoversi, Mario tutti i lunedì, prima di andare in carcere andava prima a visitare Giovanni Stirati. A stare con lui un’ora. E mi impressionava che Annamaria, la moglie di Giovanni,  mi raccontava che Mario non diceva quasi niente a Giovanni, ma gli teneva la mano e pregava con lui e poi andava in carcere.
Io credevo che andasse dopo il carcere da Giovanni, no. Annamaria mi diceva che era molto educato. Sapendo di andare in carcere e che poteva portare qualcosa a Giovanni, prima andava da lui e poi andava in carcere.
Ha avuto anche questa grazia di capire, leggendo il Vangelo, che il Signore sta con gli ultimi e di essere fra quelli che servono gli ultimi. Lui ha servito gli ultimi, tanto tempo.

Fisso sulla croce per arrivare al cielo
Per questo il Signore gli ha dato questa grazia speciale.
Mi ha impressionato che un uomo, che non si fermava mai, ... gli ha dato questa malattia che lo ha fissato nella croce.
Non si muoveva di casa e piano piano, sempre di più, ha avuto bisogno di aiuto in tutto.
Come fa Dio? Come fa Dio, come un pedagogo meraviglioso, come per poter confermare che per andare in cielo, non c’è altra strada che la croce.
Tutte le catechesi della Quaresima: come uno può sperimentare la Resurrezione? Soltanto se passa per la croce con Gesù! Gesù Cristo, eseguendo la volontà di Dio, entra nella croce per salvarci a noi. 
E tutti noi abbiamo questa occasione con Cristo. Con Cristo. Per poter andare in paradiso è necessario passare per la croce e poi passare dalla croce alla Resurrezione.
E questo ho visto realizzarsi perfettamente in Mario in questi sei mesi.
E’ entrato nella croce e non si è adirato.
Lo abbiamo visitato tante volte per questa amicizia che abbiamo con la famiglia e sempre mi ha impressionato questa sua disponibilità alla volontà di Dio.

Una benedizione e una lode a Dio sperando nella Resurrezione
Per questo vi dico io che questa eucarestia è una benedizione e una lode a Dio, grande e onnipotente, per le meraviglie che sa fare con ogni uomo per portarlo in cielo.
Allora qui abbiamo il corpo di Mario, ma il suo spirito io penso che sta nei cieli.
Noi non siamo come i pagani che bruciamo il corpo. Perché non bruciamo il corpo perché è stato un tempio dello Spirito Santo. E’ stato un tempio di Dio.
Nel suo Battesimo è stato messo il suo Spirito Santo, nella Cresima lo Spirito Santo è disceso con più forza e potenza per farlo apostolo di Cristo, nell’Eucarestia ha vissuto tutta la vita e questo corpo di Cristo si è fatto uno con lui, come lo è con tutti noi. Essendo stato tempio dello Spirito Santo lo sotterriamo, sperando poi che arrivi alla Resurrezione.
Spero sempre che succederà a noi quando moriremo come alla vergine Maria, che verrà Gesù Cristo a portare il nostro spirito nei cieli.
In ogni uomo, che passa al cielo, viene Gesù Cristo.
Pensate a san Giuseppe. La vergine Maria. Portare questo spirito nei cieli.
Speriamo che sia in cielo. 
Per questo noi diciamo “Lodiamo il Signore!”
Con la speranza nella Resurrezione sottereremo questo corpo in terra aspettando la Resurrezione.
Non posso parlare di più perché mi hanno detto di parlare 10 minuti.


Un momento dei funerali, visto dal posto in cui ero seduto

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domenica 10 maggio 2020

Ingegnosinelbene - Riflessione sulla festa della mamma e sulla morte

Festa della mamma. Condivido un pensiero. Spero non sia palloso, triste o da predica di basso livello. Spesso le persone che accudisco in ospedale e che sono gravi prima di morire iniziano a chiamare: "...mamma ....mamma...". Anche se sono anziane. Venerdì notte mi è capitato con una signora di 84 anni che conosciamo da anni e che per i turni casuali ho seguito negli ultimi giorni di vita. E' un segnale che spesso viene confermato dalla realtà. "Forse" scrivo cose che suscitano tristezza in chi legge, ma "forse" non è quello il punto, perché comunque la morte delle persone care è un fatto che appartiene alla nostra vita e "forse" guardarlo negli occhi ci potrebbe anche fare bene. Però, se volete leggerlo da un altro punto di vista, dal lato diciamo positivo, a volerlo trovare, e io ci tengo, questo fatto che spesso avviene alle persone in punto di morte di rivolgersi alla propria mamma è anche un segno che l'amore che abbiamo ricevuto ( e che quindi le mamme hanno donato o donano o che voi mamme che leggete date o avete dato), che l'amore che abbiamo ricevuto da piccoli e da adulti dalle nostre mamme o da chi ci ha fatto da mamma è qualcosa di scritto dentro di noi, di eterno, che ci accompagna per tutta la vita anche "solo" come ricordo o memoria. (Sul "solo" varrebbe la pena di soffermarsi per più che un momento perché a volte è questa memoria di bene ricevuto che ci salva da situazioni brutte che ci capita di vivere). Ricordo e memoria di una protezione, di un rifugio, di caldo, di buono, di vita, di cose come il sapore di una pasta al sugo che ci preparava e che ci piaceva. Io per esempio di mia nonna ( mamma per estensione) ricordo il sapore degli hamburger al formaggio che compravamo insieme al mercato sotto casa e che mi preparava nei giorni in cui non andavo a scuola e stavo con lei. Io penso che le mamme, quelle in cielo, siano sempre lì accanto a noi ad aiutarci, anche e soprattutto quanto "ci tocca" e in quel momento questa memoria torna più evidente alla nostra consapevolezza perché in quell'ora, se siamo lucidi, rimangono solo le cose vere, importanti, di quelle marginali facciamo a meno. Penso quindi che in quel momento le nostre mamme ci vengano a prendere come facevano quando le chiamavamo da piccoli e che ci portino in un posto bello, bellissimo. E' l'ultima cosa che impareremo e io credo con il loro aiuto e alla loro presenza. Quella signora di venerdì sera, la mattina di sabato aveva un volto sereno, bello, riposato che mi ha trasmesso pace, riposo e, anche se sembra paradossale, serenità. Ecco. Basta... Oh...poi a quelle vive che leggono🙃😁😁😁😁😁 compresa la mia 😘 che ho chiamato prima vorrei dire " Grandissime! Siete un tesoro eterno per chi vi è affidato. Godere ogni giorno dello stare insieme è la cosa più bella!!😍😍😘🥰"

IL CAMMINO DELL'UOMO

IL CAMMINO DELL'UOMO
Marcia francescana 25 luglio - 4 agosto 2003